New Dandy: uomini elegantemente autentici

Bando ai richiami militari, stanchezza delle citazioni sportivo-agonistiche. L’uomo, colui che apre la stagione della moda in Italia, è ora un new dandy che passa di lì per caso. Sia che si rivolga alle storiche scuole sartoriali (da Londra a Napoli a Roma), sia che opti per denim ricercati e minimal.

photo Mustafà Sabbagh

Il calendario italiano della moda inizia a gennaio con l’uomo, dal Pitti di Firenze a Milano: ad aprire la porta di quell’incantato e comunque ricco mondo del fashion sono dunque i signori. Ci fanno strada con un gesto, di energica e antica galanteria, assolutamente consono a quella che è l’immagine maschile di moda contemporanea.
Pur accampando diritti di autonomia femminile insieme al sogno di un’evoluzione del prodotto di moda che non segua più distinzioni di genere, seguiamo queste figure che denunciano chiaramente di “passare di lì per caso”. Non è più l’immagine di uomo alla moda, quella proposta negli ultimi tempi; prende sempre più corpo un’eleganza spontanea, uno stile da artista o intellettuale, o comunque di chi non è attento alla riconoscibilità dell’abito che indossa quanto, piuttosto, alla propria identità. È l’epoca del New Dandy: l’ostentazione di cose che appartengono solo a chi le porta più che a chi le ha disegnate e realizzate. Ritorna con forza il concetto di confort e la ricerca, soprattutto nei marchi di settore del denim, si concentra su tecniche che consentano di ottenere prodotti autentici, larghi e funzionali anche se realizzati con materie prime esclusive. Jeans da lavoro dove la preziosità sta nell’esecuzione dei particolari come lavaggi e cuciture, ma soprattutto nell’uso di metodologie etiche e ambientalistiche.
Rimane sempre vero che l’abito da uomo è una scienza esatta che riporta a uno status spesso contrario alle dinamiche veloci della moda femminile: basti pensare all’immagine di Winston Churchill, alla sua “eleganza storica e politica” e al suo modo di portare l’ombrello, assecondando il ritmo del passo sicuro come nessun indossatore saprebbe fare. Quasi un fatto privato, per cui esistono moltissimi sarti da uomo e pochissime sarte da donna, esistono stili che durano da decenni e vere e proprie scuole di pensiero.
Savile Row è a Mayfair, al centro di Londra; è la strada delle sartorie maschili dove vanno gli uomini disposti a fare almeno dieci prove prima di portarsi via un abito cosiddetto “bespoke”, termine a cui si contrappone con la stessa forza creativa il “su misura” italiano. La scuola sartoriale italiana gode di ottima stima, soprattutto quella napoletana, collocata nel cuore della città, nei vicoli e nelle strade partenopee da dove guarda con naturalezza il mercato internazionale accogliendo e servendo clienti da tutto il mondo. La sartoria da uomo romana, come quella da donna, è profondamente legata al cinema: più versatile, meno tradizionale ma capace di vestire uomini come James Bond e Marcello Mastroianni.

photo Mustafà Sabbagh
photo Mustafà Sabbagh

Queste grandi scuole dettano le regole per chi vuole distinguersi grazie a una miscela di eleganza ed eccentricità, mentre ha sempre più valore l’esecuzione artigianale, come primo elemento di distinzione, e l’abito maschile cerca un’identità sartoriale anche se prodotto industrialmente.
I designer dei grandi brand industriali rispondono a questo mood con eccessi: dall’ipersemplicità di capi dove la costruzione geometrica è talmente essenziale da sembrare minimal a chi non sa leggere lo studio che c’è dietro, all’uso quasi etnico di colori e tessuti capaci di creare una tavolozza ideale per l’uomo più creativo ed egocentrico.
Uomini famosi e uomini qualunque, morbidi ed energici che si incontrano per la strada, modelli involontari come quelli fotografati da Scott Schuman per il celebre blog The Sartorialist, che nel 2005 apre con l’immagine dell’allora direttore di Bergdorf Goodman, Michel Burke, seguita da quella di un giocatore di scacchi del Greenwich Village. Con questo spirito di osservazione abbiamo osservato look di barboni e ridefinito stilosi i ragazzi di vita pasoliniani. È scomparso un amore per le “divise”, per i richiami militari, allontanati anche dall’orrore per immagini di guerra tristemente tornate alla ribalta. Lo sport stesso non ha più l’influenza che aveva su maglieria e street style. L’uomo odierno preferisce spaccare la legna più che giocare a basket. I tessuti così detti “tecnici”, quelli che consentono di resistere all’acqua come a mille gradi sottozero, servono per vivere da selvaggi eremiti come Into the wild piuttosto che per fare sport agonistici.
Verrebbe da dire che oggi gli uomini sembrano più uomini, non hanno più bisogno né di rinunciare a barbe importanti né di dover indossare gonne lunghe per essere liberi di essere quello che vogliono essere grazie al loro sarto o all’ultimo brand.

Clara Tosi Pamphili

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #11

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Clara Tosi Pamphili
Clara Tosi Pamphili si laurea in Architettura a Roma nel 1987 con Giorgio Muratore con una tesi in Storia delle Arti Industriali. Storica della moda e del costume, ha curato mostre italiane e internazionali, cataloghi e pubblicazioni. Ideatrice e curatrice di A.I.artisanal intelligence, evento che si svolge due volte l'anno per promuovere nuovi designer di moda in collaborazione con gallerie di arte contemporanea. Svolge attività di ricerca delle arti applicate nella moda collaborando con le più importanti sartorie teatrali e di moda italiane e internazionali. Ha diretto didatticamente l'Accademia di Costume e di Moda dal 2005 al 2007. Ha insegnato Storia del Design di Moda e Tecniche di Ricerca all'Accademia di Costume e di Moda e alla Facoltà di Architettura di Roma Ludovico Quaroni fino al 2011. Attualmente è consigliere di amministrazione di Altaroma, dove si occupa di progetti di ricerca e sviluppo delle nuove tendenze con particolare attenzione al legame fra moda e arte. Collabora con il Maxxi e altre istituzioni per la creazione di eventi culturali sulla moda. Risiede e lavora a Roma.