L’ultimo volo. Giuseppe Morra in ricordo di Shozo Shimamoto

Il più alto, il definitivo. A pochi giorni dalla morte di Shozo Shimamoto, l’artista-angelo che ha volato sui cieli d’Europa lanciando da gru colore e calore, Giuseppe Morra – co-fondatore dell’Associazione a lui intitolata – ricorda il giapponese. Senza tralasciare di delineare il prossimo futuro, nell’orizzonte di una Napoli in rinnovamento istituzionale.

Shozo Shimamoto, performance privata a Villa Bersani, Capri, 2008 – courtesy Associazione Shozo Shimamoto

A partire dalle performance Un’arma per la pace del 2006, Vento d’Oriente del 2008 e dall’azione a Punta Campanella, anch’essa del 2008, fino alle importanti retrospettive Shozo Shimamoto. Opere anni ’50-’90 del 2006 e A Volo Radente del 2011: il rapporto del giapponese con il territorio campano è strettissimo, ed è a questa affinità elettiva che l’Associazione Shozo Shimamoto, da te co-fondata nel 2007, dà voce e azione. Come si è costruita questa relazione privilegiata fra l’artista e Napoli, e in che modo sei giunto a pensare di formalizzarla nell’associazione?
Napoli è e dà partecipazione. Shimamoto era giapponese, ma pieno di “sentimenti napoletani”. Un esempio per tutti, l’incontro dell’artista con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti nel 2006, in cui si avvertiva come questi valori si trasferissero dall’uno agli altri, e viceversa. Per il naestro, vivere la gente e comunicare era più importante che fare pittura, e in questa città ha trovato il calore e riconoscimento che gli erano congeniali. L’associazione, unica ad archiviare il suo lavoro, nasce appunto con l’intento di offrire produzione, testimonianza, continuità, valorizzazione e visibilità all’opera di Shimamoto, in Italia e all’estero.

L’attività dell’associazione si è sempre mossa a cavallo tra la produzione e la documentazione. Con la scomparsa di Shimamoto sarà sempre più urgente preservare e tutelare le preziose testimonianze della sua ricerca. Eppure la sua arte, integralmente impregnata di avvenire ed esserci molto più che di oggettualità, sembra per altri versi, per sua natura, ricusare la monumentalizzazione cristallizzante. Come conciliare le due istanze? Una memoria che sia soprattutto valorizzazione ed eventi, piuttosto che rigida tutela, potrebbe essere la chiave?
La sistematizzazione è importante, ma l’archivio nasce a scopo non solo di catalogazione, ma anche e soprattutto di valorizzazione. Come per Hermann Nitsch o Allan Kaprow, riteniamo nostro ruolo offrire ai giovani informazione e documenti ma anche andare oltre, con vera formazione e ricerca. Ci sono ancora molti aspetti del lavoro del maestro che intendiamo recuperare e ricostruire. Tra i progetti in corso, la pubblicazione di un testo di Gabriele d’Alessio su Shimamoto, la ricostruzione facsimile di riviste Gutai degli Anni Cinquanta, la realizzazione di convegni e incontri.

Shozo Shimamoto, Vento d'oriente, Punta Campanella, 2008 - photo Fabio Donato - courtesy Associazione Shozo Shimamoto
Shozo Shimamoto, Vento d’oriente, Punta Campanella, 2008 – photo Fabio Donato – courtesy Associazione Shozo Shimamoto

Rapporto umano e relazione professionale si sono sempre incastrate nel tuo partecipare alla parabola creativa di Shimamoto, e ciò assume ancor più rilievo in un’indagine per molti aspetti intimista e lirica come la sua, che ha sempre rivendicato la libertà dell’artista di costruire “castelli fra le nuvole”, “senza però curarsi della realtà e del modo di vivere umano”. Quali episodi o flash di memoria di uno Shimamoto “dietro le quinte” ti vengono in mente, che possano aiutarci ancor più a varcare il senso della sua ricerca?
Ci sono dei mondi nascosti nell’uomo Shimamoto che difficilmente si potranno raccontare o sentire. In particolare negli ultimi tempi, affaticato e desideroso di non disperdere energie necessarie per il lavoro, parlava poco – e quasi sempre attraverso la sua assistente – ma i suoi occhi dicevano tutto. Con lui, le uniche problematiche di comunicazione erano di tipo linguistico, o legate alla difficoltà di entrare appieno nella sua cultura Zen, ma da un punto di vista umano, seppur con pochissime parole, non c’è mai stata la sensazione di non capirsi, o assenza di sintonia e calore. Il suo colore stesso è del resto già calore in sé.Ricordo che una volta il maestro, che amava nel tempo libero inventare giochi, raccontò di quando scoprì di averne realizzato uno che, a sua insaputa, già esisteva, e di essere stato accusato di averlo copiato: era divertito da questo episodio, capitato proprio a lui che era stato così innovatore nell’arte! Shimamoto si trasformava poi durante le sue performance, e con gestualità semplice e delicata faceva viaggiare il colore nello spazio come se fosse plasma o materia emessa dal corpo umano: gesti che erano sentimenti.

Come è stato recepito, a livello sia istituzionale che di massa e collezionistico, il suo lavoro in un contesto fremente e al tempo stesso sofferente come quello partenopeo e italiano? Le sue performance lo hanno messo a contatto con il pubblico delle piazze, e allo stesso tempo la sua rilevanza storica, come co-fondatore del gruppo d’avanguardia Gutai, richiede una pronta risposta istituzionale e intellettuale…
Le istituzioni, a dire il vero, hanno preso al volo la possibilità di appoggiare le sue azioni. Allo stesso modo anche il pubblico, a Napoli come altrove, è stato prontamente conquistato da un messaggio di tale universale bellezza. Anche il collezionismo, privato o museale, ha risposto molto bene. Persino la pubblicità, a ben vedere, mi sembra aver recepito alcune suggestioni del suo lavoro: si pensi alla campagna della Nissan Qashqai, con esplosioni aeree di colore che appaiono ispirate alla sua opera.

Shozo Shimamoto, performance privata a Villa Bersani, Capri, 2008 – courtesy Associazione Shozo Shimamoto
Shozo Shimamoto, performance privata a Villa Bersani, Capri, 2008 – courtesy Associazione Shozo Shimamoto

L’incontro di Shimamoto col contesto allargato in cui andava a far accadere le sue performance si è sempre svolto sulla linea di una condivisione dell’evento che privilegiava la componente osservativa, da parte del pubblico, piuttosto che quella attualmente compartecipativa. Pur con delicatezza e generosità, incontrava il suo pubblico sul margine di un palcoscenico sul quale però, in effetti, non lo faceva mai realmente salire, dal momento che non lo rendeva parte integrante dell’azione. In questo la sua ricerca negli anni sembra aver sfiorato una certa concezione di arte pubblica – quella che la intende come attivazione di processi allargati, e non come arredo urbano – senza però davvero toccarla, un po’ come per quel Nobel per la pace avvicinato ma non ottenuto. Anche le sue azioni di mail art, seppur partecipative, sembrano rimanere nell’ottica dell’affermazione estetica di tante individualità staccate. In tal senso, il suo apporto di artista al “mondo” pare restare in un’ottica neoavanguardistica di affermazione dell’arte come azione anziché oggetto chevalorizza una libertà interiore individuale, non a tutti i costi innescante rinnovamento sociale. Cosa credi abbia legato Shimamoto a questa visione, senza tentarlo a un ulteriore – anche se non necessario – scatto più pienamente relazionale e pubblico?
Ci sono alcuni lavori di Shimamoto in cui l’aspetto di partecipazione collettiva è maggiore, come appunto l’esperienza della mail art, ma anche altre dimensioni creative che l’artista intende come gesto – dalla funzione estetica e rivelatrice – che deve rimanere di responsabilità individuale. In tal caso, la partecipazione di carattere pubblico potrebbe alterare il significato di un momento a intenzionalità prettamente singola, elaborata come una partitura musicale dall’artista-musicista secondo principi e tonalità personali che si vogliono preservare. Credo poi in fondo che, pur restando al di fuori dell’azione, la partecipazione e condivisione dei fruitori non venga mai veramente meno, non fosse altro che per via di introiezione.

Come vedi, alla luce anche degli ultimi eventi – uno per tutti, la ripartenza del Madre col nuovo direttore Andrea Viliani e l’inedita collaborazione con la Fondazione Morra Greco – i prossimi mesi di vita per il contemporaneo a Napoli, e come pensi possa in questo panorama interagire, per mission programmatica e progetti concreti, la linea futura dell’associazione?
C’è stato un cambiamento. Precedentemente, la maggior parte delle risorse venivano utilizzate per le attività della Fondazione Donnaregina, tralasciando molte altre associazioni e fondazioni che operano sul territorio formandone il tessuto culturale. Un museo di arte contemporanea non serve a rappresentare se stessi, la propria politica o capacità di conoscere, ma a soddisfare la necessità del territorio. È stato questo a venir meno. Noi, col Museo Nitsch, abbiamo cercato di creare e pensare la gestione di un museo, con pochi costi, dentro lidea di un quartiere. In questo senso, programmare significa attuare progetti capaci di far andare avanti gli spazi pubblici anche dopo la fase politica. Questa dovrebbe essere la ratio delle istituzioni. Con Andrea Viliani ci siamo incontrati e abbiamo condiviso una serie di input interessanti.

Shozo Shimamoto, performance privata a Villa Bersani, Capri, 2008 – courtesy Associazione Shozo Shimamoto
Shozo Shimamoto, performance privata a Villa Bersani, Capri, 2008 – courtesy Associazione Shozo Shimamoto

Non è quindi improbabile – anche al di là del fattore acquisizioni – una futura collaborazione con il Madre della Fondazione Morra e dell’Associazione Shimamoto, in cui (secondo il modello al momento attuato con la Fondazione Morra Greco) queste ultime mettano a disposizione know howe competenze per la realizzazione di mostre ed eventi?
Siamo assolutamente aperti a questa ipotesi di collaborazione, ed è appunto su questa linea che abbiamo dialogato, con ottime impressioni iniziali, con la nuova gestione e direzione. L’unica preoccupazione è che i pochi anni a disposizione del nuovo direttore siano un tempo non sufficiente per consentire l’attuazione di un progetto più ad ampio respiro. La politica, in ogni caso, non può e non deve fare cultura, ma semplicemente limitarsi a creare le migliori condizioni per essa.

Diana Gianquitto

www.shozoshimamoto.org

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Diana Gianquitto
Sono un critico, curatore e docente d’arte contemporanea, ma prima di tutto sono un “addetto ai lavori” desideroso di trasmettere, a chi dentro questi “lavori” non è, la mia grande passione e gioia per tutto ciò che è creatività contemporanea. Collaboro stabilmente con Artribune dal suo nascere, dopo aver militato fino al 2011 in Exibart. Curo rassegne, incontri, mostre, corsi, workshops e seminari in collaborazione, tra gli altri, con il Pan – Palazzo delle Arti Napoli, il Forum Universale delle Culture 2010, la Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, l’Accademia di Belle Arti di Napoli, l’Università Parthenope e le gallerie Overfoto e Al Blu Di Prussia. Sono da anni ideatrice, curatrice e docente di corsi e laboratori di avvicinamento all’arte contemporanea in numerosi enti culturali, condotti secondo una metodica sperimentale da me ideata che sintetizzo sotto il label di CCrEAA - Comprensione CReativa e Empatico Ascolto dell'Arte e che mira a promuovere un ascolto empatico dell’arte allo scopo di una sua comprensione, comunicazione, divulgazione e veicolazione più profonda e incisiva. La mia ricerca è orientata in particolare verso le forme espressive legate alle tecnologie digitali, all’immateriale, alla luce e all'evanescenza, a un’evocazione di tipo organico, a una ricognizione olistica del senso antropico ed esistenziale capace di armonizzare indagine estetica, sensoriale, cognitiva, emotiva e relazionale. [ph: Giuliana Calomino (particolare)]