Evgeny Antufiev. Idolatria delle forme

Il prossimo sabato inaugura a Reggio Emilia, presso la Collezione Maramotti, la personale di Evgeny Antufiev. Surreale e disorientante come molti suoi contemporanei russi che si esprimono in letteratura, esordisce in Italia con una mostra tutta da interpretare, sin dal titolo. Per avere qualche ausilio, ecco l’intervista con l’artista.

Evgeny Antufiev mentre lavora al suo libro - photo Giulia Di Lenarda

Evgeny Antufiev (Kyzyl, 1986) è alla sua prima mostra in Italia con un progetto realizzato per la Collezione Maramotti: Twelve, wood, dolphin, knife, bowl, mask, crystal, bones and marble – fusion. Exploring materials. Percorso che è stato portato a termine durante un periodo di residenza a Reggio Emilia. Antufiev mette costantemente in opera una varietà di materiali (quali stoffa, cristalli, meteoriti, ossa, capelli, denti, colla, pelle di serpente, insetti, marmo, legno) e di oggetti apparentemente privi di correlazione tra loro, ma che si fondono e si trasformano all’interno delle sue installazioni con un processo di fusioni totemiche. Artribune lo ha incontrato.

Attualmente stai sviluppando un progetto come artist in residence presso la Collezione Maramotti. Ci spieghi come il tuo viaggio ti ha portato in Italia e quale tipologia di percorso/idee/intuizioni stai perseguendo per la tua prima personale nel nostro Paese?
È una storia molto interessante quella su come ho conosciuto il signor Maramotti. Una volta, in un’oscura foresta, stavo scappando da un delfino mutante e da un lupo affamato, quando vidi alcune luci. Avvicinandomi di più distinsi un fuoco e un uomo accanto. Era il signor Maramotti. Gli ho detto: “Aiutami. E lui mi ha donato un coltello dall’acciaio di meteorite, per proteggermi. Ero molto felice. Così gli ho detto: “Come posso ricambiare?”.E il signor Maramotti ha risposto: “Fai una mostra alla mia collezione. E così abbiamo pianificato questa personale.
Sembra una storia un po’ strana, ma è vera. Il simbolo principale di questo percorso è certamente il delfino. Animale che è il collegamento tra la materia e i personaggi a me inventati. Non è semplice capire tutto a un primo sguardo, ma io credo che poi, alla fine, risulti più interessante. Che cosa c’è di più noioso dell’ovvio? La mostra è molto difficile da spiegare. Specialmente in poche parole. Inoltre, è da ricordare che la mia mostra è allestita in concomitanza con la collezione, differendone, a volte, moltissimo. Infine, abbiamo realizzato anche una pubblicazione contenente più di venti testi, tra saggi, articoli, dialoghi, monologhi e miei scritti. Questo libro è come una guida alla mostra. Una mappa che affideremo nelle mani del visitatore. Onestamente, non riesco a presentare il mio percorso personale.  Il fatto è che tutto quel che penso mi sembra ovvio. In fondo, come spiegare le mie mani o i miei piedi?

Evgeny Antufiev, Untitled, 2012, opera per Collezione Maramotti
Evgeny Antufiev, Untitled, 2012, opera per Collezione Maramotti

Potresti spiegarci aneddoti o processi che hanno portato alla formulazione del titolo di questa mostra: Twelve, wood, dolphin, knife, bowl, mask, crystal, bones and marble – fusion. Exploring materials?
È tutto molto semplice: tutto si è manifestato passo dopo passo. Una sorta di mossa dietro l’altra, così sono giunte le cose che sono comparse, proprio in quest’ordine, nella mia vita. Segni e simboli che sono allineati all’interno di un sistema tanto logico quanto preordinato. Ho pensato a lungo a come cambiare la prima versione del titolo – sequenza composta da otto parole, che la direttrice della collezione, Marina Dacci, mi aveva chiesto di tagliare -, vagliando tra diverse combinazioni. Come risultato di queste variazioni è successo che al posto di diminuire, il titolo è aumentato, arrivando a quota dodici lemmi.

In accordo con frequenze e modalità, quanto la tua terra ha inficiato il tuo tipico modus di plasmare la materia?
È ovvio che casa è sempre lo spazio migliore per gli artisti. Non credo negli artisti esterofili o estremamente internazionalisti. Quando sono a casa, ogni cosa sembra speciale. Per esempio, mi sono portato, qui in Italia, alcuni pezzi di cemento, uno fra i quali era stato trovato da me, nel mio Paese. Gli amici ridevano, perché alla fine ho dovuto pagare anche l’extra-costo per il peso della valigia in aeroporto. Ma per me, questi pezzi informi valgono molto di più di pietre preziose. Al di là della mia patria, la vita più regolare che io conosca e nella quale io creda è l’immortalità. Sono successi davvero piccoli cambiamenti negli ultimi quindici anni. E amo questa sorta di atmosfera, quando si rincontra ogni albero e ogni luogo uguale a se stesso. Proprio in questo momento, ad esempio, il villaggio in cui vivo si sta modificando e per me è abbastanza doloroso. Ogni albero tagliato a me sembra un dito della mia mano asportato, ogni casa ridipinta una minaccia.

Evgeny Antufiev, Untitled, 2012
Evgeny Antufiev, Untitled, 2012

Chi o che cosa ti ha influenzato, o ti influenza, di più?
Attualmente sono molto ispirato dalla letteratura. Quest’estate ho letto i diari di Tolstoj e il Libro dei Morti tibetano. Sono rimasto molto colpito dalle analogie tra questi due testi. La negazione della morte, la negazione dell’esistenza del corpo e della materia. Il corpo è solo un vestito, la priorità è la mente. E ovviamente sono rimasto colpitissimo dal rivoluzionario Libro dei Morti tibetano. I demoni e gli dei sono solo l’effetto dell’immaginazione umana e possono aiutare a rimanere in contatto con essa. Ma è tutto e solo una nostra proiezione. Bene, questa idea sta dentro ogni mio progetto e dà vita a un notevole lavoro poetico.

Parlando delle modalità con le quali assembli totem e oggetti transazionali, credi che possano rappresentare o riflettere lo stato umano della natura?
Sì, certo. Le mie maschere, le mie forme rappresentano anche lo stato di natura dell’artista. Inoltre, entrano in relazione e sono connesse al corpo stesso dell’artista (un vecchio tema nell’arte). Per quanto riguarda gli oggetti, invece, a volte sono manufatti completamente trovati, oggetti che sono diventati altri oggetti attraverso la mia manipolazione, attraverso l’integrazione con altre cose o materiali.

Evgeny Antufiev
Evgeny Antufiev

Nel tuo lavoro il corpo umano è delineato come una forma oggettivata e deformata dell’umanità. A tuo parere, come può l’uomo sublimare i suoi mostri e le sue paure? Come la natura, invece, li fronteggia?
Non amo molto la parola sublimazione,altrimenti riduciamo tutto alla psicoanalisi, e lo trovo molto primitivo. Inoltre non capisco proprio come trasformare la paura. Tutto quel che non mi piace, lo faccio emergere dalla mia memoria; è da lungo tempo che ho scoperto questo metodo, ma è abbastanza pericoloso. Per esempio, della mia vita scolastica non è rimasto quasi nulla. Sto cercando di ricordare le facce dei miei compagni di classe, ma non ci riesco.
Nonostante io abbia un amico che dorme ancora con la testa sotto le coperte, come faccio coscientemente a credere che in questo modo lui possa proteggersi con le proprie forze, e a farlo anche quando è fuori dalle coperte?

Progetti futuri?
Ora vorrei dedicarmi completamente a studiare i delfini. Penso anche che registrerò un vinile con le loro canzoni, le loro voci.

Ginevra Bria

Reggio Emilia // fino al 31 luglio 2013
Evgeny Antufiev – Twelve, wood, dolphin, knife, bowl, mask, crystal, bones and marble – fusion. Exploring materials
COLLEZIONE MARAMOTTI
Via Fratelli Cervi 66
0522 382484
[email protected]
www.collezionemaramotti.org

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.