Smart, basta la parola

Città smart, casa smart, mobilità smart. L’etichetta ‘smart’ – un vago quanto fastidioso anglicismo – viene ormai utilizzata dappertutto, un po’ come la parola ‘green’, o ‘verde’, fino a qualche anno fa. Di che cosa si tratta? È un’astuta operazione di marketing o qualcosa di più?

Carlo Ratti - photo Lars Kruger

Al di là delle mode del momento, ci sembra che il fenomeno rifletta dinamiche profonde, che modificheranno significativamente il nostro modo di progettare e vivere gli spazi urbani nei prossimi anni. In generale si potrebbe dire così: le nostre città, coperte di sensori e di reti elettroniche, si stanno trasformando in computer all’aria aperta. Un po’ come se Internet stesse invadendo lo spazio fisico, creando una nuova dimensione ibrida a metà tra mondo digitale e mondo materiale.
Il fenomeno può essere spiegato con un esempio: le gare di Formula 1. Vent’anni fa per vincere erano necessari soprattutto un buon motore e un bravo pilota. Oggi c’è bisogno anche di un sistema di telemetria, basato sulla raccolta di dati da parte di migliaia di sensori posti sulla macchina e sulla loro elaborazione in tempo reale. In modo analogo le città di oggi ci permettono di raccogliere una mole di informazioni senza precedenti, che possono poi essere trasformate in risposte da parte dei cittadini o delle amministrazioni pubbliche. Gli esempi sono numerosi, con ricadute importanti su molti aspetti della nostra vita. Ad esempio il traffico: abbiamo già auto che si guidano da sole o reti che ci permettono di non sprecare tempo e benzina alla ricerca di un parcheggio. Usando sistemi simili possiamo intervenire su moltissimi aspetti di una città: dalla raccolta dei rifiuti ai servizi al cittadino, dalla gestione dell’energia a quella delle acque. Esperimenti in questo senso sono in corso in molte città del mondo, da Singapore a Copenhagen, da New York a Cape Town.

carlorattiassociati – Digital Water pavillion a Zaragoza – photo Claudio Bonicco

E nel nostro Paese? Anche in Italia le prospettive sono molto interessanti. In una nazione in cui la popolazione non cresce e gli standard abitativi non cambiano (anzi, per effetto della crisi la superficie pro capite delle abitazioni potrebbe ridursi), non si può più pensare di espandere le aree urbane come nel secolo scorso: oltre a consumare inutilmente territorio vergine (greenfield, in inglese) ciò si traduce inevitabilmente nello svuotamento delle aree già edificate, esponendole al rischio del degrado. La sfida dei prossimi anni sarà invece la valorizzazione del patrimonio esistente, correggendo gli errori urbanistici del secolo scorso e usando le nuove tecnologie per far funzionar meglio le nostre città. Meno calcestruzzo e più silicio.
In questo senso si potrebbe partire dalla rivalutazione dei centri storici, un patrimonio che tutto il mondo ci invidia. Pensiamo a una città come Venezia, che non avrebbe mai potuto adattarsi agli imperativi dell’industria del Novecento, ma che oggi potrebbe accogliere facilmente le tecnologie del digitale e la nuova economia che si accompagna a esse.

Carlo Ratti
architetto, ingegnere e agit-prop. dirige il mit senseable city lab di boston

www.carloratti.com
senseable.mit.edu

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #10

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Carlo Ratti
Carlo Ratti is a civil engineer and architect who teaches at the Massachusetts Institute of Technology, where he directs the SENSEable City Laboratory. He is a regular contributor of articles on architecture to the magazines Domus and Casabella and the Italian newspapers Il Sole 24 Ore and La Stampa.