Qualche considerazione sull’arte della crisi (o sulla crisi dell’arte)

Ha vent’anni, non ha frequentato l’accademia, studia filosofia. Ed è uno scultore. Un manifesto firmato Stefano Reduzzi, giovane artista che mette il dito in parecchie piaghe. L’arena dei commenti è aperta.

Joseph Kosuth - Four Colors Four Words

Qualcosa si è fermato. Se la storia dell’uomo si regge su due gambe, una di queste è data dall’arte. Al giorno d’oggi, è giusto richiedere all’arte un passo in avanti: è stato perso molto terreno ed è giunto il momento di raggiungere il presente. Invece si sente nell’arte una sottile tendenza alla fuga, una persistente volontà di non vivere questo tempo.
L’arte odierna pare assai simile a un ingranaggio del tutto incapace di muovere alcunché. È cosa difficile, ormai, trovare un pensiero che s’alzi nell’immensa pianura dell’arte. Tutto tace in questa lunghissima notte.
È forse l’arte divenuta tutta d’un tratto un fatto solipsistico? Là, nella sua turris eburnea, lontana dalla vita, l’arte vanitosa si mira. Ma cosa ha da offrire al suo stesso sguardo? Tutto questo non è vanagloria? Questo otium improduttivo suona quasi come un insulto.
Forse l’eccessiva poesia che si è costruita attorno al mondo dell’arte vale, oggi, più come fumo negli occhi che come balsamo per l’anima.
Non si intende però fermarsi al rimpianto delle dame del tempo chefu, anche se il loro ricordo non potrebbe che giovare a quest’arte sciocca e superba. Per la nostalgia, come si è soliti dire, è bene aspettare domani.

Ars Quaerens Intellectum: alfabeto irrequieto per una nuova arte
L’arte torna a essere un linguaggio. In quanto linguaggio, l’arte parla. Essa parla all’uomo di oggi: non all’uomo di ieri e non ancora all’uomo di domani.
Affinché l’arte possa tornare al dialogo, dovrà affondare le proprie radici in una vita, in un vissuto. Non c’è arte senza vita, e questo sembra spesso dimenticato, sepolto da litri e litri di superficialità.
Questa rinata arte fugge l’isolamento di ogni incantata torre d’avorio.
Si vuole portare l’artista nella vita e l’uomo nell’arte.
Se l’arte cerca il dialogo, suo interlocutore sarà l’individuo in tutta la sua unicità. Oggigiorno, l’opera d’arte sembra destinata alla massa, a una massa che non esiste. Ecco, tale è l’arte al giorno d’oggi: per nessuno.
Nella società paradossale (e parossistica) dei consumi (o meglio, dei consunti) la nobiltà del singolo appare quanto mai maltrattata. La nuova arte si pone dalla parte di questa minoranza: la minoranza dell’individuo.
All’interno di questo orizzonte, l’opera avrà da essere il corpo di un pensiero. I pensieri che s’incontrano oggi sembrano veri compitini, lavori da scolari.

Carl Michael von Hausswolff – Memory Works – photo Martin Bryder Gallery. Opera dipinta utilizzando ceneri raccolte nel campo di concentramento polacco di Majdanek

Quella ricerca ostinata della provocazione ha finito col far ammalare l’arte. Se ne vedono a frotte di opere tanto idiote da apparire quasi geniali.
È arte fallimentare, fatta da burocrati dell’arte e niente più; nel loro maldestro tentativo di provocare sono già sempre superati dalla vita quotidiana, e forse non lo sanno.
Sono opere che si esauriscono nel tempo di uno sguardo: inerti, mute, oscure perché non c’è pensiero a rischiararle.
Tutto questo è puro divertissement: il solito modo per distrarsi, per accecarsi gli occhi; arte pavida e meschina. Questa stanca arte (arte mondana) è nata per passare, per essere superata dal tempo.
In altri casi, l’arte è degenerata nella decorazione: opere raffinate e stucchevoli. Opere da salotto. Opere che piacciono agli occhi, e basta. Opere vuote, senza una lingua da parlare.
L’opera nuova è un tentativo di trovar forma e legge in ciò che forma e legge ha, ma nasconde.
L’arte vuole la vita: l’artista, nella sua catabasi quotidiana, naviga onde incerte alla ricerca di un fondamento, di un principio.
Si vuole essere più veri del vero: l’artista nel creare non si pone davanti al mondo, bensì alle sue spalle. Quanto vediamo tutt’attorno lo sonda, lo vive, lo attraversa per cercarne un senso. Per dargli un senso.
Si fa arte con lo spirito di chi parte per un pellegrinaggio. Se esiste un Odisseo contemporaneo, lo si troverà nell’arte.
Bisogna percepire l’echeggiare di pensieri nella materia: solo così può cominciare il dialogo. Dialogo non è apprezzare la bella forma (non si cercano facili consensi) ma interrogarla, cercare nelle sue cavità, nei sui barlumi un qualche segno, un qualche simbolo di sé.
Ci sono opere che quasi parlano al posto nostro, opere nelle quali ritroviamo noi stessi, opere nelle quali incontriamo in maniera più eloquente i nostri stessi problemi. L’artista, uomo simile ai suoi simili, cerca risposte alle domande salienti che ogni uomo si pone.

Giulio Paolini – Giovane che guarda Lorenzo Lotto – 1967 – photo Archivio Giulio Paolini, Torino

La nuova arte è, in principio, monologo. All’interno di questo raccontarsi, l’artista cerca il proprio compimento, cerca di raggiungersi. Egli diventa se stesso nell’opera.
L’opera, all’interno dello spazio che si è cercato di delineare, non potrà lasciare indifferente. Ciò che abbandona l’uomo tra le braccia dell’indifferenza è quanto mai intollerabile.
L’arte sarà ferita o cura.
C’è bisogno di un’arte che, mirabile martello, spacchi il ghiaccio a cui l’anima è stata consegnata.
Il mistero è più fertile della certezza, per questo la nuova opera sarà tale da non poter essere esaurita con uno sguardo: l’opera si rinnova.
L’opera è un segno e in quanto tale è ricca di rimandi significativi. Per questo suo protendere verso ciò che è lontano, l’opera non potrà mai ridursi semplicemente a ciò che si mostra: l’opera supera se stessa, si trascende, è da cercarsi altrove. Non la si afferra con le mani e la si possiede nella misura in cui la si sente e la si vive.
Ogni “opera” che pretende di esaurirsi nella semplice presenza è nichilista. Ogni opera siffatta è un ambiente troppo asfittico perché si possa parlare al suo interno, e se non c’è parola non c’è arte.
Non c’è feticismo nella nuova arte: ciò che conta per l’artista non è l’oggetto, ma il percorso; ciò che conta per il fruitore non è l’oggetto, ma i suoi rimandi.
In un’epoca in cui non si vive ma si è vissuti, in un’epoca in cui non si agisce ma si è agiti, in un’epoca in cui non si pensa ma si è pensati l’arte torna a essere un luogo all’interno del quale intelletto, volontà e desiderio s’esprimono in perfetta sinergia. Nella nuova arte si torna a vivere, ad agire, a pensare.
A partire da queste premesse l’artista ha la possibilità di tornare ad assumere su di sé quella responsabilità propria di ogni pensatore. Se non si vorranno assumere responsabilità, si dovrà rinunciare a ogni aspirazione vitale. Senza responsabilità, l’arte si riduce a gioco per adulti, a oggetto dilettevole.
Bisognerà forse un giorno spiegare questo ritorno al pensiero, questo volgersi nuovamente a esso. Si dirà che l’arte reclama nuovamente l’intelligenza, la cerca, la desidera.
Di pensieri gratuiti, leggeri, incapaci di increspare queste acque terribilmente chete ne abbiamo già saggiati: è tempo di desiderare altro.

Stefano Reduzzi

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Stefano Reduzzi è nato a Bergamo nel 1992 e ha studiato presso il liceo artistico Giacomo e Pio Manzù. Attualmente studia filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e porta avanti una propria ricerca personale nell’ambito della scultura.
  • C’è tutta la sana ingenuità dei vent’anni in queste parole. L’ansia di voler cambiare il mondo, l’impazienza di chi crede di avere in pugno la Soluzione. Ogni volta che ascolto il racconto di una NUOVA ARTE, risolutiva, definitiva, mi rammarico per la pretesa di superiorità che esso (forse anche in buona fede) sottintende. Anche io mi sentivo invincibile a vent’anni e avevo lo stesso desiderio di conoscere la vita e gli altri. Poi, conoscendo la vita e gli altri, ho imparato l’arte del travestimento. Mimetizzandomi cerco l’equilibrio tra individuo e collettività: vivo. Coltivo lo spazio dell’arte, proteggendolo dalla vita, perché la vita a lungo andare uccide l’arte. Non c’è nulla di definitivo e di risolutivo in tutto ciò: solo la morte è definitiva e vivere significa lottare contro la fine. Mi godo la gioia del percorso, consapevole che ogni piccolo passo in avanti è un traguardo di cui essere felice. Sono più forte e più combattivo da quando accetto i miei limiti. Caro Stefano, quando ti renderai conto di non avere in pugno la Soluzione, non farne una catastrofe e non arrenderti. Prova a non cercare il Senso nel traguardo, ma nel percorso.

    • Stefano Reduzzi

      Sono d’accordo: il senso è da cercarsi nel percorso, non nel traguardo. Per questo ho scritto che “per l’artista ciò che conta non è l’oggetto, ma il percorso”.

      • Caro Stefano, se davvero pensi che il Senso sia da cercare nel percorso, prova a cercarlo invece di scrivere che andrebbe cercato. Quando avrai afferrato una piccola parte di senso, allora la condivisione sarà meno frustrante. Ti verrà voglia di costruire, non solo di distruggere. Sembri un ragazzo preparato, scrivi bene. Non ho mai visto un tuo lavoro, ma scommetto che sei un artista sensibile. Apprezzo il tuo entusiasmo. Ti dirò: penso anche che nel tuo articolo tu abbia toccato molti punti dolenti. Il mio modesto suggerimento mirava solo ad abbassare un po’ i toni. Le riflessioni pacate sono molto più stimolanti degli aggressivi proclami. Il clima da campagna elettorale ci costringe già ad ascoltare troppi comizi di aspiranti capipopolo. Nello spazio dell’arte si dovrebbe invece entrare con educazione, in punta di piedi, perché è piccolo e sovraffollato. Sopportiamoci, anche se si sta stretti, senza sgomitare. Impariamo ad ascoltare, ad aver ragione insieme. Trasforma la tua arte, che ora è mirabile martello, in goccia d’acqua. Ci vorrà molto tempo, ma scaverai più a fondo.

  • queste riflessioni sono interessanti, ma ogni critica NON ha senso se non si è capaci di indicare una strada alternativa. Lamentarsi non serve più a niente, e da qualche anno lo fanno tutti benissimo…ultimamente anche Andrea Bruciati vassallo del sistema “buono” della giovane arte nostrana ha iniziato a fare Luca Rossi…ma prima Sacco, e diversi altri…

    E’ l’artista che deve riposizionare il proprio ruolo, e quindi ridefinire un linguaggio. Ma c’è un problema anche sistemico: in italia il sistema è fatto da tanti inetti e mediocri e non esiste un pubblico: quindi ogni proposta nuova viene osteggiata e soffocata per proteggere, fra mediocri, la propria mediocrità. Anche in questi commenti, commentano solo artisti, curatori scarcagnati, giornalisti precari dell’arte, ecc ecc.

    Da quattro anno gestisco un blog sviluppando TRE aspetti: critica, un’ alternativa progettuale e un nuovo rapporto con il pubblico. Nel 2009, in tempi non sospetti, scrissi alcuni articoli su Flash Art dove presentavo questi stessi problemi…ma gli addetti ai lavori del sistema NON volevano e NON vogliono ascoltare…perchè vorrebbe dire mettersi in discussione o appoggiare un progetto con cui ci si sente in competizione…..Gianni Romano scriveva qualche anno fà sul Corriere, che gli italiani non possono soffrire il successo di un altro italiano, tanto meglio osannare uno straniero.

    lr

  • Franco

    Concordo.Non abbiamo bisogno di nuovi artisti, geni,artistar,che ci illuminino il percorso.Il “pensiero” nuovo è quello che sapra riconoscere nell’arte già prodotta,nei secoli, quel senso che altre impellenze ( il mercato ) dimentica. L’odisseo contemporaneo è lo spettatore,non l’artista, con la sua capacità di leggere e interpretare i segni e i pensieri già prodotti.
    Quel senso “nuovo” è nella capacità dei singoli,degli uomini tutti,di cambiare le proprie aspettative.Senza mitologie e sacerdoti consacranti il valore di alcunchè.
    Certo è una prospettiva questa, che non produce valore di scambio.
    Apparentemente, non è nell’interesse di alcuno.
    Apparentemente.

    • Stefano Reduzzi

      Se l’unica novità di pensiero consiste nel rileggere l’arte dei tempi passati, vuol dire che bisogna rinunciare a un’arte di oggi?
      Sono d’accordo nel dire che esiste un’arte che non tramonta mai, ma sono altrettanto convinto che l’arte (come voleva Pareyson) sia l’esito di un’interpretazione condotta sul mondo, e in questo senso ogni epoca vuole la sua.
      Il problema è che, a mio avviso, troppo spesso si verifica una fuga dal presente: è questo che contesto.

      • Franco

        Non era mia intenzione promuovere un ritorno al passato,ne
        pensare che tutto quanto sia prodotto da ora in poi sia inutile.

        Credo che non sia il rileggere il passato la modalità per accedere
        ad un pensiero “altro”.Ma il riconoscere in quanto già è sotto i nostri occhi , una valenza che il tempo e la storicizzazione ha finito per svalutare.Non si tratta di nostalgia,ma di un’atteggiamento che
        riscriva la storia stessa di quanto è considerato essere attinente all’arte.
        La fuga dal presente che tu denunci,si palesa proprio nella ricerca spasmodica del nuovo.Una corsa che brucia ogni tappa dando per scontato ogni traguardo raggiunto.Quel traguardo spesso è stato solo superato,senza essere realmente conseguito.
        E’ l’atteggiamento del Don Giovanni,conquista senza conoscere realmente le sue prede.Delle stesse sa solo quello che gli serve per sedurle.

  • Franco

    Ops,concordo con Vincenzo,non con Whitehouse.

  • @ Franco
    “Il pensiero nuovo è quello che saprà riconoscere nell’arte già prodotta, nei secoli, quel senso che altre impellenze (il mercato) dimentica”.
    Aggiungerei all’arte già prodotta, caro Franco, quella che si produce e si produrrà. Un sano rapporto con il presente è sempre auspicabile, anche quando il presente non ci piace proprio!

  • Franco

    @Vincenzo
    Certo anche quella che si produce e si produrrà.Ma l’ansia per il nuovo
    ha ragioni che il piu delle volte celano altri obbiettivi (……..) , differenti e opposti alla ricerca di senso.

  • Che noia….

    alla 34esima volta che ho letto nell’articolo la parola “arte” ho abbandonato….

    Ma si rende conto che ha scritto 34 volte “arte” ?

    zzz..z.zzz….zzzz……

    • Stefano Reduzzi

      Sì, mi rendo conto! E consapevolmente mi sono appellato a una figura retorica detta “ripetizione” (si ripetono parole uguali per riaffermare la validità di un concetto).

      • Cristiana Curti

        Che Dio ti benedica (do del tu, mi scuso, è per via della giovane età dell’interlocutore che è molto lontana dalla mia), Stefano, non solo per ciò che scrivi ma anche per come lo scrivi.

    • Paolo Tian

      Santoro, ma lei invece si rende conto che non c’e’ nulla di piu’ naturale per un *manifesto dell’arte* come quello di Reduzzi di contenere la parola “arte” piu’ di un paio di volte? Ma che ovvieta’ ci scrive Santoro?

  • Apprezzo molto l’articolo! Nonostante una biografia che potrebbe far pensare all’incoscienza e all’inesperienza mi sembra di sentire delle parole, vere, ragionate, sentite. O forse solo perchè le condivido, così, in generale, e mi piacerebbe capire meglio i contorni -anche storici- di questa critica e capire quanto veramente le condivida e quanto siano ragionate.
    Credo che non vadano sottovalutate critiche così radicali al comune concetto di arte -di cui questo articolo mi sembra un elegante prodromo- perchè ci sono e sono di ampia portata benchè sottostimate dai più: esse non discutono all’interno del concetto di arte ma destabilizzano il concetto stesso di “arte” che qui siamo abiutati a considerare. Un aneddoto per spiegarmi: sono stato allievo (2011) di un artista italiano durante un corso in Accademia e mi ha consigliato il libro di un filosofo di estetica il quale critica radicalmente l’arte che va, per intenderci, dalle avanguardie storiche ad oggi finendo per privarla del termine di “arte” (!). Nonostante condivida -per quello che vale- le teorie di questo filosofo non ho ancora capito perchè ci sia stato consigliato questo libro, a detta anche di un altro professore/curatore della stessa accademia. Va bè, mi sto perdendo.
    Comunque bellissimo articolo, faccio i complimenti all’autore.
    P.S. mi piacerebbe se l’autore mi contattasse via email per potergli chiedere alcuni chiarimenti e approfondimenti. Grazie

  • SaintLoup

    Avere vent’anni

  • Giovanni

    Elvis, ma quale sarebbe il libro? Bell’intervento, Stefano.

    • il libro i cui sopra è Pietro Montani, “Bioestetica”, Carocci editore.

  • Illustre Reduzzi,

    anche questa di seguito…forse è una figura retorica, sebbene non ce ne sia bisogno quando si CREDE in quello che si scrive….. :

    zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz…………………………….zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz.z………………………………zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz…………………………………….zzzzzzzzzzzzzzzzzzz………………………………..zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz…………………………zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz…………………………………zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz……………………zzzzzzzzzzzzzzzzzzz.zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz…………

    Non si faccia ingoiare dal vortice delle parole vuote ed autoreferenziali, che domani saranno già dimenticate!! Esponga più che può, in qualunque modo, dappertutto, MA faccia parlare le SUE opere!!!!!!

    • Santoro, ma perché interrompe il suo placido sonno? Nessuno la disturberà, anche se russa… Qui si discute sottovoce… Torni pure tra le braccia di Morfeo.
      Con affetto ;-)

  • Davide W. Pairone

    Con tutto il rispetto per la riflessione di Reduzzi non posso provare che un senso di condivisione generico/emotivo perché generica/emotiva è la critica ad una presunta “assenza poetica” del contemporaneo, ad una “fuga dal presente” che al contrario spesso è un rimedio all’inautenticità. Non basta il richiamo ad un’astratto senso di “responsabilità”, al “vissuto”, al “percorso”. Luca Rossi qui trova quel ripiegamento intimistico e pop che da tempo va cercando, chi cerca ANALISI (sintomi, cause, posologie, distinzioni) deve necessariamente rivolgersi altrove. “L’arte è il martello che spacca il ghiaccio dell’anima” non aggiunge né toglie nulla al discorso di critici decisamente in là con gli anni come Fumaroli e Clair ed è curioso questo cortocircuito di interessi fra nati nel 1932 e nel 1992. Forse è più interessante questa coincidenza che l’articolo in sé

    • Per dirla con Fumaroli e con Swift, insomma, non si può essere né api, né ragni… Quanto è difficile riuscire a diventare, semplicemente, uomini!

      • Stefano Reduzzi

        Tutto dipende dall’idea di “uomo” che si ha. Secondo certi pensatori, “essere uomini” è fin troppo facile.

        • E tu sei d’accordo con loro?

          • Stefano Reduzzi

            Non credo si possa scegliere di essere o non essere uomini.
            La vita ci è stata data, la “gettatezza” penso significhi questo:
            una passività originaria. Tuttavia, abbiamo la facoltà di prendere
            iniziativa: possiamo rispondere a questa passività previa decidendo
            come essere uomini.

    • Cristiana Curti

      Vero, Davide, ma è notevole come Stefano riesca a “dipingere” con efficacia un malessere che fra gli artisti non riesce a esprimersi quasi mai in modo così diretto. Il fatto che si tocchi un tasto dolente come: “Se ne vedono a frotte di opere tanto idiote da apparire quasi geniali” che per me è il senso di questa nota, dà il calibro della diffusa incapacità di cogliere oggi la mediazione che l’arte ha sempre avuto (o avrebbe sempre dovuto avere) fra il presente storico e il pubblico (anche Stefano è pubblico). E’ indubitabile che esista una certa mancanza di novità nei linguaggi artistici contemporanei, ma forse solo perché si vuole a tutti i costi cercare una novità nei mezzi più che nelle espressioni. Che Stefano sia uno scultore la dice lunga…
      Poi concordo con te che la consonanza con un certo “pensiero di ritorno” della critica più altolocata (e più “anziana” per la verità) sia davvero quel che più di singolare questo commento regala.
      Ma non credo si debba chiedere a quello che a me pare più uno sfogo che un manifesto più di ciò che intende segnalare.

      • Lorenzo Marras

        Cristiana volevo chiederti , se noi fossimo posti di fronte ad un dipinto di Ingres, determinato, poniamo quello della Bagnante di Valpicon , attraverso quale via noi ne potremmo cogliere la sua CONTEMPORANEITA’?
        sarebbe sufficiente risalire ai contesti culturali in cui lo stesso è maturato ? o forse l’essere dell’artista che ne ha causato la genesi, e a noi , irrimedibilmente inaccessibile ?
        Il dipinto ci offre un disegno, delle strutture di piani e di colore tonale distribuito nella organizzata composizione. Ma oltre a questi che sono dati , per cosi dire im-mediati, possiamo immaginare la bellezza dei suoi TEMPI?

        come dobbiamo porci di fronte all’opera, noi, NOI estranei ?

        • Cristiana Curti

          Caro Lorenzo, ti rispondo in ritardo (e mi scuso), e cerco di farlo alla mia “ottocentesca” maniera. Quindi cito addirittura Gombrich che nel 1925 cita addirittura Hans Tietze: “Il singolo fenomeno traeva la sua validità non tanto dal suo valore intrinseco quanto dalla sua collocazione in una catena evolutiva, ogni cosa appariva fluida e relativa, portato delle fasi precedenti, preparazione delle successive, non un tutto organico, bensì un documento dell’evoluzione stilistica. Ogni evento artistico veniva dissolto in una successione di stili e correnti che si susseguivano con l’ineluttabilità delle leggi naturali, la posizione dell’opera d’arte nell’ambito di una corrente stilistica assumeva importanza decisiva e il suo valore e disvalore sembravano determinati da caratteristiche di natura esteriore”.

          Ciò a significare che sin dalla storiografia tardo-ottocentesca (di culla positivista, evidentemente) s’intende la storia artistica come un’evoluzione darwiniana di stili e movimenti fluidamente e naturalmente concatenati. La singola opera rappresenta il tassello di una composizione più vasta, un muro costruito verso l’infinito, un livello che conduce ad altri livelli.

          Siamo condizionati ancora oggi da questo modo di sentire e valutare l’arte, che non può prescindere né dal contesto storico-ambientale entro cui l’opera (o l’artista) nasce né dal portato di tutte le leggi successive che abbiamo conosciuto, studiato e assimilato.
          Noi non abbiamo alcuna possibilità di osservare la bagnante di Valpincon come l’avrebbero osservata nel 1808 né abbiamo più gli strumenti per intenderla come avrebbe voluto Ingres. Osserviamo un’opera assumendo formule inevitabili (non necessariamente accademiche, ma anche solo assunte dal nostro quotidiano sentire, dalla nostra esperienza sensibile, non dalla nostra facoltà raziocinante) che la facciano combaciare con i canoni che noi conosciamo dell’Ottocento e con quelli filtrati dalla contemporaneità. In un certo senso un’opera d’arte antica subisce da noi il filtro di due lenti diverse ma compatibili, perché unite dall’unica nostra visione soggettiva.
          Il che vuol dire che il casus della bellezza primo-ottocentesca è perduto a favore del casus della presunta modernità che noi oggi pretendiamo vedere in quell’opera.
          Ciò può farci perdere di vista la funzione per cui quell’opera in particolare (la bagnante di Valpincon) è stata concepita: dare espressione di una bellezza evidente e paradigmatica attraverso una tecnica perfetta universalmente riconosciuta come tale.
          Qualcuno non è d’accordo su questo punto e canta (e meno male) fuori dal coro, ma è comunque possibile che, a favore di un metodo ancora “provvidenziale” della critica artistica, abbiamo abbandonato la possibilità di osservare ciò che è un’opera di per sé. E questo, forse, per sempre.

          Ma spero davvero di sbagliarmi. Un caro saluto, Lorenzo e scusa ancora per il ritardo.

          • Lorenzo Marras

            Nessun ritardo Cristiana. Sapevo che avresti trovato il tempo per rispondere dal momento che la domanda che ti ho posto rappresenta cio’ che di problematico in Arte , ancora non è stato compiutamente sciolto.
            Mi riferisco alle VOLUTE ingannevoli conclusioni che troppi personaggi della Critica non riescono proprio ad evitare: che il passato , non porti con se elementi di contemporaneita’ in quantoCHE’ PASSATO, attribuendo di conseguenza a quest’ultimo l’unico ufficio di registratore, isolato, di un tempo, singolarmente sequestrato da una logica di imperativo scientismo.
            Non potere indagare quell’opera nei suoi termini di contemporaneita’ ci è precluso dunque da noi stessi, incapaci di andare oltre cio’ che è fissato dal segno.

            Destino che a me pare sia attuale anche oggi. dico per le opere che oggi vedono la propria luce di fronte a noi.

          • Cristiana Curti

            E’ possibile, caro Lorenzo, che tu abbia ragione. E ciò starebbe a significare che, per quanto ci sforziamo di “ammodernare” il pensiero critico, quest’ultimo moderno non lo è così tanto. Malgrado (o forse proprio a causa de) il passaggio di cerebri come Benjamin e altri, non abbiamo ancora appreso un nuovo modo di vedere l’opera d’arte, se non disperatamente cercando di “contestualizzarla”, perché ci sembra di non riuscire più a trovare ciò che almeno prima del romanticismo era in Europa indiscusso, ovvero il senso estetico del tempo in arte. Alcuni in Italia (ma sono filosofi) stanno provando a correggere la rotta e questo può aiutare a osservare con spirito sincronico un’opera o una determinata produzione artistica.
            Ma lo strutturalismo non è cascato così per caso e anch’io ne sono profondamente debitrice… buona serata.

      • Davide W. Pairone

        Cristiana, hai colto perfettamente il punto: l’ansia di novità di chi si aspetta rivoluzioni nell’arte ogni tre passi, incapace di cogliere le specificità individuali, le microfratture,
        gli slittamenti di senso che sono in atto. D’altra parte in passato gli stili, le ricorrenze iconografiche, le tecniche duravano per secoli e secoli manifestando comunque una vitalità indipendente da questioni mercantili e di “sistema”. Mi sembra particolarmente calzante questa citazione:

        «La curiosità […] cerca il nuovo esclusivamente come trampolino verso un altro nuovo. Ciò che preme a questo tipo di visione non è la comprensione o il rapporto genuino con la verità, ma unicamente le possibilità derivanti dall’abbandono al mondo. La curiosità è perciò caratterizzata da una tipica incapacità di soffermarsi su ciò che si presenta. Essa rifugge dalla contemplazione serena, dominata com’è dall’irrequietezza e dall’eccitazione che la spingono verso la novità e il cambiamento. In questa agitazione permanente la curiosità cerca di continuo la propria distrazione in possibilità sempre nuove. La curiosità non ha nulla a che fare con la considerazione dell’ente pieno di meraviglia, con il thaumazein; non la interessa lo stupore davanti a ciò che non si comprende, perché essa cerca, sì, di sapere, ma unicamente per poter aver saputo»

  • @Stefano
    Questa è una saggia risposta. Quando posi il martello risulti molto più acuto.
    ;-)

  • Angelov

    Tanta vaghezza a ruota libera
    il supino mio animo ha risvegliato:
    orsù è giunta l’ora suprema
    di rizzar i nostri intenti
    ed di riappropriarci dei nostri destini.

    PS. Orsù miei prodi: armiamoci
    …e partite.

  • Paolo Tian

    Mi fa piacere leggere un manifest tanto sensato (e tanto ben scritto) da un artista cosi’ giovane. Che piacevole nota nel silenzio totale dell’esibizionismo moderno!

    “Quella ricerca ostinata della provocazione ha finito col far ammalare l’arte”. Non ci sono mezze parole per esprimerlo, ed e’ bene che i giovani primi tra tutti se ne rendano conto e si prendano la responsabilita’ di dircelo.
    Com’e’ che oggi c’e’ un artista ad ogni angolo di strada? Siamo forse piu’ bravi dei nostri predecessori? O forse c’e’ semplicemente piu’ gente con piu’ tempo libero, e pertanto piu’ annoiata? Gli annoiati forse invece di darsi all’arte non dovrebbero darsi agli aiuti umanitari?

    Spero che le nuove generazioni ci guardino in faccia e ci dicano apertamente cosa pensano dell’arte che abbiamo lasciato loro in eredita’. Perche’ il cambiamento puo’ proveniere solo da loro. Ed il cambiamento puo’ cominciare solo con una violenza, una rottura.

    Bravo Stefano, e grazie per le belle parole che ci scrivi, e che forse ci risveglieranno. Sono parole di speranza, ma penso che non molti le abbiano capite.

  • BLA!! BLA?? BLAAAA
    URESTARAZURUBEZUBIA.
    TANTE BELLE PAROLE MA CERCHIAMO DI CONCRETIZZARE E PRODURRE QUALCOSA CHE RISPONDA AL NOSTRO DIRE.
    CON IL PENNELLO IN MANO AUGURI A TUTTI.

  • Come biasimarli?
    Perché gli artisti dovrebbero “guardare avanti”, evolvendo un sistema completamente marcio, dall’economia, alla politica, all’ambiente?
    Forse è più plausibile fare qualche passo indietro.
    È normale che la sensibilità artistica voglia piuttosto promuovere un PASSATISMO (Post-Futurismo).

    http://jizaino.net16.net/ita/arg/ra_ereditafuturismo.html

    J

  • nei miei libri sull’incompletezza dell’essere e l’essere che non c’è ho fatto un anaslisi con conclusioni dello stato dell’arte nel novecento, e l’ho definita un arte schizofrenica cio è dovuto dall’alzamento dei ritmi temporali di vita e dagli spazi limitati in cui vive l’uomo. questo fenomeno temporale è iniziato dalla rivoluzione francese e da quella industriale inglese, da esse è partita la corsa al modernismo a tutti i costi e non si è ancora fermata. solo il crollo delle torri gemelle ci ha frenato lo sguardo. dal greco schized significa taglio e l’uomo ha dato un taglio ad ogni corrente artistica e politica nel secolo breve.tu sei giovane ed hai percepito questa schizofrenia ma non ne sei ancora schiavo. attenzxione però quando parlo di arte scvhizofrenica non dico che è l’arte in se che è malata ma è l’essere che lo è, l’arte ha solo fatto il suo ruolo cioè quello di rispecchiare l’animo di un tempo, di una società e di un uomo. i musei d’arte contemporanei rispecchieranno questa schizofrenia del secolo breve nei tempi futuri. carlo impropta.

  • the cleaner

    un’analisi, un’arte senza apostrofo? il greco schized? improta, per fortuna esistono gli editor, altrimenti altro che libri dovrebbe scrivere!

  • Giuliana

    Bravo Stefano! Hai toccato alcuni punti nodali dell’arte oggi. Non a caso si parla di ‘mercato dell’arte’ relegandola a un universo mercificato e nel contempoi non c’è un reale dibattito sul ruolo dell’artista sempre più isolato (ma l’isolamento è la strategia adottata da tempo verso la società) e preda di meccanismi di mercato che non controlla. Si vede che dietro al tuo intervento c’è la filosofia, c’è un pensiero che si interroga, cosa cui ormai in tanti hanno abdicato. Ed è vero che in giro c’è tanta ‘arte’ inutile, stucchevole, autoreferenziale. La situazione italiana poi è assolutamente provinciale nel complesso tranne casi sporadici. Grazie per il tuo contributo e auguri! Continua a portare avanti il tuo pensiero.

  • Non è vero che non esiste un confronto su ruolo e linguaggio, esiste da almeno 4 anni. Ma il vero punto forse è l’assenza e la fuga del pubblico, perchè non esistono per il pubblico opportunità. Questi commenti sono scritto tutti da addetti si lavori o aspiranti tali. Come se al cinema ci andassero solo attori, registi ecc. Potete ben capire che il dibattito è a un livello molto basso: anzi si tende ad apprezzare ció che è innocuo…come questo articolo.

  • Lorenzo Marras

    Io sono pubblico , non sono addetto ai lavori.
    dunque Luca Rossi ha torto.

    ammesso il pubblico sia formato da uno solo, come il sottoscritto, ebbene Luca Rossi ha ugualmente torto, perché anche un solo singolo smentisce la sua frettolosa tesi..

    • non sei pubblico…sei un artista pentito.

      • Lorenzo Marras

        Non posso essere un Artista, sono troppo domestico ed incline a vivere comodamente. Anche questa è una forma abbastanza comune di vigliaccheria di cui mi concedo indulgenza.
        Pensare da Artista ,. esistere da Artista sarebbe una vita difficilissima e piena che stritolerebbe chiunque , figuriamoci uno come me.
        In me, dove tutti i presupposti per divenire Artista vanno a farsi benedire….

        Hai torto per la seconda volta.

  • CoDa

    Le parole non bastano, aiutano ma non sono risolutive.
    Vedo Stefano che sembri disponibile al dialogo. Perché non ci dici dove possiamo vedere qualche tua opera e iniziamo a confrontarci?

    • propongo un confronto su questo progetto, rispetto la scultura: http://whlr.blogspot.it/2012/07/ou-vous-etes-chateau-de-versailles.html

      • Forse le tecniche tradizionali non sono più adatte ad esprimere la contemporaneità.
        I nuovi mezzi tecnologici di massa,quali il computer ed Internet hanno introdotto concetti nuovi di tempo e di spazio . n0on che di interattività, che non possono essere ignorati nel produrre una nuova espressività e un nuovo immaginario collettivo,più adatti ad esprimere idee e passioni dell’uomo contemporaneo.
        Certo le opere prodotte con questi mezzi sono immateriali , effimere e sfuggenti al mercato: comunque comunicative ,espressive e poetiche.
        In questo campo è stato un grande maestro Pietro Grossi,il cui insegnamento non dovrebbe andare disperso e dovrebbe essere il passato a cui rivolgersi.
        Come è significativa e l’opera di Ida Gerosa per cui creare con il computer è come”avere il cervello in mano”.

      • HotMail

        come va morsiani il tuo corso? ci fai conoscere qualcuno che ha partecipato ma soprattutto pagato? scusa ma ero in astinenza da valore della gratuità, ciao .

      • CoDa

        in realtà la mia domanda chiedeva a stefano di mostrare i suoi lavori per capire come le sue idee espresse a parole in questo articolo si trasformassero in lavori artistici. Cmq in attesa che lui risponda, accolgo la tua proposta (sempre che ad artribune vada bene che si parli di un tuo lavoro sulla parte dedicata ad un altro), premettendo che tempo fa proprio su artribune ti chiesi dei chiarimenti su questo progetto (versailles?) ma non mi avevi risposto. Potremmo riprovarci ora ripartendo dalle basi ovvero una descrizione minuziosa del lavoro: è un lavoro fisico, esposto in qualche luogo, oppure il lavoro è quello che vedo sul blog (video con le “palline” di flickr, foto..)? che c’entra con la scultura?

        • mi sembra utile ogni spunto che possa migliorare il confronto. Come che c’entra con la scultura? Tutto e niente. Si tratta di tre interventi a Versailles. Il secondo è assolutamente “fisico”. Ma è molto importante che sia “fisico”? Se stefano “ci mostra” i suoi lavori sarebbero fisici? O sarebbe una documentazione? Non guardiamo forse sempre documentazioni? Anche il telegiornale o il giornale per esempio.
          Il primo intervento si adatta allo spazio, è sempre attinente allo spazio dei giardini. Il terzo vive su una tensione tra reale (lo spettatore in cera che commette un passo) e immaginato.

          Mi sembra un’idea di scultura molto più attinente al nostro presente e svincolata da “fisico/non fisico”.

          • CoDa

            scusa ma la tua descrizione è un po’ ermetica e per uno che è tanto interessato al pubblico, mi sembra un modo di rispondere poco corretto e che un po’ se ne frega del pubblico. Ad ogni modo provo con altre domande:
            1) sulprimo intervento, è un video dove ci sono dei frame che ogni tanto si bloccano con l’icona dinamica di flickr che rappresenta il caricamento di un’immagine. Perchè questa scelta? Poi, che significa che “si adatta allo spazio” ed è “sempre attinente allo spazio dei giardini”? Dici questo solo perchè il video è ambientato lì?
            2) sul secondo intervento, quello “fisico”: la foto che vedo sembra rappresentare dei pezzi dell’ambiente (ma cos’è un fotomontaggio o una scultura fatta del materaile che troviamo sotto? Se così è, visto che dici che è fisico, dove sono i materiali che descrivi: sabbia, alluminio, betulla, velluto, carta, luogo, informazioni?
            3) il terzo: quindi hai posto fisicamente una statua in cera di unoa persona e ancora le due palle di flickr.Ma queste sono “fisiche” oopure no?
            In sintesi, mi piacerebbe sapere, nel modo più chiaro possibile, perchè hai fatto questi tre interventi.
            grazie

  • Boh…io a venti anni mi divertivo come un pazzo….

    feste, disco, ragazze, viaggi, casini….

    e mi è servito molto più di mille libri…..(che ho comunque letto)…

    Mah……

  • Carlo

    Grazie Stefano! Le sue parole mi hanno emozionato. Ed era da parecchio tempo che ciò non mi accadeva leggendo riflessioni sull’arte contemporanea e testi di critica (o presunta tale).

    Ho molto apprezzato e condivido la sua analisi sullo stato attuale delle cose. A mio giudizio, le sue considerazioni (condotte in maniera razionale, colta ed elegante) sono valide per una fetta ahimè piuttosto ampia del panorama “artistico” dei nostri giorni. E, probabilmente, questa situazione è stata determinata anche dal ruolo sempre più preponderante (e prepotente) che il mercato e i suoi operatori hanno assunto in questi ultimi decenni. Ma tengo a sottolineare che questa maggioranza non rappresenta la totalità: ci sono giovani (e meno giovani) che “lottano” per tenere accesa la fiaccola della speranza. E, date le ottime premesse, mi pare che lei rientri in questa categoria!
    Leggo con piacere che, oltre allo studio, si dedica alla scultura: mi farebbe molto piacere vedere le sue opere!

    Purtroppo, scorrendo i commenti sopra riportati, talvolta ho letto qualche nota di superficialità e di presunzione nei confronti della sua giovane età: che questo non le sia in alcun modo di sconforto! Continui nel suo lavoro, teorico e pratico; sicuramente, un giorno, ne coglierà i meritati frutti.

  • Angelov

    Caro Stefano, mi permetto di intervenire di nuovo in modo meno faceto…
    Ed è per tentare di darti qualche suggerimento, che potrebbe risultarti utile.
    Si dice che “chi non conosce la Storia, è condannato a ripeterla” o a ripeterne gli errori; e guardando al panorama dell’arte contemporanea, ed ai suoi paladini ed alle loro opere, in questo contesto temporale di inizio del nuovo millennio, ho la sensazione che quella qualità peculiare della nostra epoca, e cioè “la Velocità” abbia nell’ambito della Cultura, non dico dell’automobilismo dove pare più legittimata, in realtà tagliato le radici ed i legami con le generazioni passate, anche recenti.
    Divide et impera, direbbe giustamente qualcuno; ed infatti così è stato.
    Il minimo comune denominatore imposto dalla finanza e dai mercati sul mondo della Cultura, hanno di fatto rimossi tutti quegli artisti che in qualche modo rappresentavano un ingombro politico, anche solo accennato.
    Primo tra tutti, Joseph Beuys, un artista anche scomodo per la sterminata cultura da cui attingeva idee ed ispirazione per i suoi lavori ed interventi.
    Uno scultore rivoluzionario, portatore di un progetto sociale molto articolato ed approfondito: la Terza Via.
    Propagatore di un’arte totale in simbiosi con la società e le sue esigenze.
    Potrei continuare a dirne, tanto vasta è la sua eredità culturale.
    Ma oggi non risulta alcuna quotazione delle sue sculture alle aste internazionali, ed i suoi epigoni, i quali non si rendono neanche conto di esserlo, perché appunto non lo conoscono approfonditamente, e di ripeterne in brutta copia il lavoro, producono la quasi totalità delle opere dell’arte contemporanea, semplicemente imitando inconsapevolmente il suo stile.
    Troppa foga nell’apparire, li spinge verso quelle regioni superficiali sempre più sottili della realtà.

  • oblomov

    Grande Joseph Beuys…vera cultura…vero senso. Vera Arte.

  • oblomov

    Apprezzo l’articolo e lo sforzo del giovane Stefano per capire, il suo desiderio di interrogarsi e spiegare. Bene, fa piacere che finalmente qualche giovane “Non Frequentatore di Accademia” (spesso sembrano fatti con lo stampino, ruffianelli che compiacciono i prof.. forse perchè non dispongono di un grande bagaglio culturale) porti un po’ di aria fresca nel dibattito…non scoraggiatelo..

  • nella foto di Stefano si intravede una scultura….un novello Giacometti. Bene, altro giovane indiana jones.

    Questi giovanissimi archeologi dell’arte sembrano rifugiarsi nella retorica del passato per essere accettati da “un paese per vecchi”. Un paese che 40 anni fà non ha pensato alle generazioni future per motivi prettamente elettorali. Giovani dal futuro incerto ma paradossalmente man tenuti in ostaggio dalla Nonni Genitori Foundation, altro che Premio Furla o Premio Moroso. Propongo il Premio Nonni-Genitori.

    • Cristiana Curti

      Sòrbole, questo sì è un vero critico d’arte: “intravvede” e subito “provvede” a fare la lezione. Stefano: sei avvertito. Guardati da quelli che sputano sentenze appena intravvedendo e da quelli che, sempre concionando, mettono l’accento sugli avverbi che non lo tollerano…
      E da quelli che sputano solo per il gusto di sputare, perché altro non possono.

  • cristiana, sono riuscito a leggere un tuo commento fino alla fine …di solito fai 5 cartelle….

    se Stefano mette in una fotina 2×4 cm con una sua opera deve essere pronto al fatto che le persone “intravedano”….in fondo di quale Gioconda parliamo??? Di quella che è esposta al Louvre, di quella che abbiamo in mente? O di quella che vediamo su i libri di storia???? Cristiana, invece di leggere i commenti e di scriverne di oceanici, ti consiglio di seguire whitehouse e iniziare porti domande più intelligenti sull’arte…semmai uscendo dalla concezione ottocentesca di arte che hai in mente….concezione che è servita solo a qualche barone universitario.

    • udo

      veramente! commenti più lunghi di dieci righe sono secondo me fuori luogo
      mettono tristezza solo a guardarli

      • Angelov

        @udo
        10 righe è il limite oltre i quale un analfabeta non si avventura?

  • Cristina

    Cristiana Curti è un mito

  • Franco

    In un mio precedente commento ho sottolineato che ,a mio parere, il percorso delle arti si sposterà progressivamente dalla produzione dei singoli alla produzione/fruizione di molti.In un processo che eroderà le differenze fra chi propone arte e chi ne attribuisce senso.Anche le aspettative del “pubblico” si concentreranno sulla capacità diffusa di dare senso agli eventi ( quelli artistici compresi) piuttosto che sull’attesa di “nuovi” artistar da adorare.Dall’attesa,alla partecipazione.Sta gia accadendo in tutti i campi.Qualcuno invece nel contibuire al dibattito continua a fare pubblicità a se stesso.Penso sia un attitudine rivolta al passato,non al futuro.

  • Franco, condivido il tuo pensiero. A mio parere, senza che molti se ne stiano accorgendo, l’artista sta diventando -è diventato- critico, PR, curatore, spettatore attivo, gallerista (vedi spai no profit), ecc ecc

    Se leggi alcuni articoli che ho scritto su flash art italia nel 2009, trovi questa dinamica che spesso è mascherata in modo ipocrita dal sistema. Se ci pensi, se abbiamo la fusione e confusione di ruoli in un unico operatore questo porterà a bypassare tutte le questioni legate al sistema e non resterà che vedere il senso dei contenuti…non ci sono più scuse. Il blog per questo nuovo operatore sarebbe uno strumento molto efficace.

    Il problema è che stiamo discutendo in un parlamento fatto da addetti ai lavori, mentre fuori il popopo-pubblico praticamente non c’è, tolti i turisti e i curiosi.

    Quindi se io ti parlo e ti propongo qualcosa ti senti subito in difficoltà, perchè entri stupidamente in competizione. La stupidità della competizione che porta svantaggio a tutti, verrebbe limitata dal giudizio di un pubblico esterno.

    LR

  • CoDa

    Parli tanto di pubblico ma poi quando io (pubblico) ti faccio domande (come in un post poco sopra) prima rispondi in modo ermetico e poi alla successiva mia replica non rispondi +. Ti interessa solo il pubblico che paga x i tuoi corsi? Parli tanto di confronto ma poi quando si cerca di approfondire andando un po’ oltre le tue solite catalogazioni, scompari.

  • CoDa

    Aggiungo che questa non è la prima volta cha accade, anzi

  • ma che scompaio, sono sempre quì. Non sono i miei corsi ma di enrico morsiani (che tra l’altro subisce un abbietta forma di ostracismo da quando collabora con me, o alcuni credono che io sia lui…). Io collaboro solo ai contenuti del corso e dei workshop che servono a formare persone che possano tenere i corsi.

    Rispondo alle domande:

    1) (rispetto al progetto a versailles) sul primo intervento, è un video dove ci sono dei frame che ogni tanto si bloccano con l’icona dinamica di flickr che rappresenta il caricamento di un’immagine. Perchè questa scelta? NON CHIEDERTI TANTO PERCHè MA CERCA DI PRENDERE SUL SERIO QUELLO CHE VEDI.

    Poi, che significa che “si adatta allo spazio” ed è “sempre attinente allo spazio dei giardini”? RIMANENDO IMMOBILE E UGUALE A SE STESSA LA SCULTURA CAMBIA IN BASE LA CONTESTO.
    Dici questo solo perchè il video è ambientato lì? NO

    2) sul secondo intervento, quello “fisico”: la foto che vedo sembra rappresentare dei pezzi dell’ambiente (ma cos’è un fotomontaggio o una scultura fatta del materaile che troviamo sotto? Se così è, visto che dici che è fisico, dove sono i materiali che descrivi: sabbia, alluminio, betulla, velluto, carta, luogo, informazioni?

    I MATERIALI SONO IN QUELLO CHE VEDI, L’IMMAGINE COME INFORMAZIONE TI PERMETTE DI VEDERE LA SCULTURA.

    3) il terzo: quindi hai posto fisicamente una statua in cera di unoa persona e ancora le due palle di flickr.Ma queste sono “fisiche” oopure no?

    IL TERZO INTERVENTO VIVE UNA TENSIONE TRA CONOSCENZA E IMMAGINAZIONE, TRA FISICO E NON FISICO.

    In sintesi, mi piacerebbe sapere, nel modo più chiaro possibile, perchè hai fatto questi tre interventi.

    MI SEMBRAVA INTERESSANTE SCEGLIERE UN LUOGO E IMPORMI LA DISTANZA PER INTERVENIRE NEL LUOGO. IN FONDO MOLTE COSE CHE CI RIGUARDANO AGISCONO SU DI NOI MANTENENDO LA DISTANZA. QUINDI NON CAPISCO PERCHè PER FARE UNA MOSTRA SIA NECESSARIO ASSORBIRE QUESTA DISTANZA. A QUESTO PROPOSITO -SULLA DISTANZA- PUOI VEDERE ANCHE I’M NOT ROBERTA: http://www.whlr.blogspot.it/2011/11/elevator-view-whitney-museum-24022010.html

  • suggerisco anche questo dialogo con bonami rispetto l’idea di scultura: http://www.whlr.blogspot.it/2012_01_01_archive.html

  • CoDa

    Certo che sei sempre qui, non mettevo in dubbio questo, quello che ho sperimentato – e che gli altri lettori possono verificare salendo nei post precedenti -è che, pur essendoci, in realtà non mi hai risposto fino a che non ho evidenziato questo comportamento nell’ultimo post, cioè quello + visibile. Ma veniamo alla sostanza.

    Sei ermetico come nella prima risposta e quindi penso che se continui così i casi sono due: o vuoi creare mistero attorno al tuo lavoro (come accade per molti artisti che in questo modo pensano di apparire più intelligente facendoti sentire un cretino perchè non li capisci) oppure – e per ora credo + in questa seconda possibilità fidandomi di quello che ripeti ogni giorno nei tuoi post – l’essere non chiaro è l’obiettivo del tuo lavoro, cioè è necessario che tu sia così altrimenti lo svelamento distruggerebbe il tuo lavoro.
    Seguo quindi questa linea per ribattere e spiegare meglio come vedo il tuo lavoro. Cerco di essere il più semplice possibile, perchè penso che questo sia un elemento da considerare sempre quando si parla di lavori e purtroppo capita molto raramente.
    In tutti e 3 i lavori c’è un’immagine/video (finzione) di qualcosa che esiste a versailles (qualcosa di fisico). I due livelli si confondono e non sveli cosa sia “fisico” e cosa sia “virtuale” (per es. nel secondo lavoro citi i materiali del lavoro ma penso che non esistano veramente e la foto è manipolata per far apparire una scultura che in relatà non c’è, nel terzo parli di uno spettaore in cera, ma penso che sia solo una foto o fotomontaggio dove hai incluso il simbolo di flickr).
    Ma a che serve confondere i due livelli? Vuoi offrire una tua “didascalia” sul fenomeno dibattuto “reale/virtuale”? Ma allora non sarebbe più corretto nei confronti del pubblico, che aspiri a far crescere, dire chiaramente quello che volevi ottenere, svelando cosa appartiene ad uno e cosa all’altro (e non mi dire che non si può fare perchè basta che uno va a versailles di persona per scoprirlo)? Una didascalia per essere tale deve essere chiara; se è oscura non spiega e quindi il tuo lavoro sarebbe solo per iniziati, per quelli che ti conoscono e che sanno quello che volevi dire. Mi ricordi i ns politici, il che cozza con quanto dicevi in qualche tuo articolo precedente, quando dicevi che ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa per migliorare l’attuale situazione (artistica e non).
    Infine è davvero importante mostrare ancora elucubrazioni su reale e virtuale? ok, immaginiamo che siano inseparabili, indistinguibili (anche se dire che “ho ucciso X” e farlo veramente comporta delle ovvie differenze) non sarebbe il caso di andare oltre?
    se vuoi vedere come cerco di rispondere io a queste domande, incluso il tuo interrogarti sulla “distanza”:
    http://www.flickr.com/photos/[email protected]/6931743951/in/photostream oppure http://www.flickr.com/photos/[email protected]/6706271761/in/photostream
    grazie per il dibattito (così raro!)

  • Se vedo la foto della Gioconda il fatto che sia fisica cambia qualcosa? Questo punto non mi appassiona. Non ho mai visto la Gioconda dal vero, eppure conosco la Gioconda. Hai mai visto Obama dal vivo? O l’11 settembre? Eppure sono cose che agiscono su di te…reale-immaginato non mi sembra molto interessante.

    Nei progetti devi solo prendere sul serio quello che vedi, come fai ogni giorno nella tua quotidianità.

    • Lorenzo Marras

      ecco , da quanto teste’ affermato dal nostro Descartes improvvisato , possiamo intuire quanto egli sia povero di im-mediata esperienza. Gli basta un idea.

      Congratulazioni Rossi, continua a offrire in visione le tue ferite.

  • Cristiana Curti

    Ragazzi, guardate che udo non è felice e si intristisce.
    O forse no, perché i post di lr sono sempre gli stessi (e solo autoreferenti: la piantiamo con questa reiterata marchetta pro domo nostra?) e quindi non si deve più leggere, basta applaudire.
    Così come non si deve più osservare l’arte prodotta, ma solo immaginare attraverso cascami mediatici cosa potrebbe essere per farsene un’idea e costruirci sopra un castellone di carte. Onore al merito.

  • CoDa

    LR (visto che ti piacciono gli slogan d’ora in poi ti chiamerò Loudmouth Red), ok prendo sul serio quello tutto quello che vedo:
    -nei tuoi progetti, vista l’ennesima risposta ripetitiva ed enigmatica (scusa ma cosa vuol dire “prendere sul serio”?), dichiaro semplicemente che non avendoli compresi non li posso sentire miei, e quindi per me inutili; è ovvio che potrebbe essere un mio limite, ma non posso che essere io il metro di giudizio; però, per esperienza personale, chi di solito non è in grado di chiarire è sempre perchè non ha ben capito la questione o si vuole nascondere;
    – in questi post, il giovane artista Stefano che scrive scrive e risponde, ma quando viene chiamato in causa sull’oggetto del suo discorso (i suoi lavori artistici) sparisce;
    – negli altri post, ci sono molti interventi che parlano negativamente del sistema dell’arte ma nessuno è intervenuto nel dibattito tra me e lr sui suoi lavori. E non è la prima volta.

    Quindi prendendo tutto sul serio, non mi stupisco che siamo al punto in cui siamo, dove il dibattito se ne va di qua e di là ma non tocca fino in fondo la cosa fondamentale: il lavoro artistico. Se non torniamo a fare (non solo predicarlo come fa l’ermetico lr) questo…( lascio a voi l’ovvia conclusione).

  • DSK

    >a propozito di nuofizzizzime teorie – inzerizko nella bottiglia di artribune 1 fogliettino kon l’indirizzo della ARCHITETTURA FABULA (e/o Archirella), 1 metodo di disegno arkitettoniko ideato by me.
    Qui diskussione nel sito ARCHINECT>

    http://archinect.com/forum/thread/100885/architecture-and-word-a-new-method

    Splash!

  • Concordo con le opinioni di Stefano Reduzzi, non mi interessa minimamente se ha 20 anni o se il linguaggio dell’articolo a molti risulta ingenuo. Concordo ancora meno con chi gli consiglia di comunicare con le proprie opere ( e basta) e non con la scrittura. Io sono un pittore e come tale cerco di dare un senso all’arte che realizzo, osservo il mio tempo, lo racconto e scrivo del mio percorso e rifletto su quello degli altri, la scrittura fa parte del percorso intellettuale di un artista. Stefano Reduzzi non ha scritto un manifesto, non mi sembra che voglia fare avanguardia di alcun genere, ma ha sollevato dei dubbi giusti, perché lui come me, come molti altri vediamo questo distacco fra l’arte contemporanea e lo spettatore. E si è domandato, cosa posso fare io per abbattere questo muro, semplice devo comunicare con lo spettatore dimostrargli che anche io vivo in questa epoca e come artista devo prendermi le mie responsabilità da intellettuale. Concordo. Ovviamente questo distacco non è solamente colpa dell’artista, il problema è più grande, dalla realizzazione degli eventi spesso indegni sia per l’artista che per lo spettatore alla preparazione del pubblico, che spesso è prevenuto verso qualsiasi evento culturale. Ma intanto un primo passo, ragioniamo sul nostro lavoro.

    Stefano ti avrei scritto in privato per complimentarmi, ma non ho trovato nessun contatto.

  • Non sono un’esperta d’arte, solo ne seguo l’evolversi in un percorso totalmente personale e, immagino, fuori dai canoni basilari di chi la vive da vicino. L’articolo di Stefano può mostrare impazienza e voglia di denunciare una situazione mortificante soprattutto per chi fa arte, forse con abuso di parole altisonanti (che tuttavia preferisco ai piatti gerghi da web ormai consolidati), ma a mio parere è tutt’altro che privo di spunti e pensieri su “come ricominciare”. Ammesso che parlando di arte ci sia bisogno di essere così specifici. Non stiamo parlando di bilanci, ma di qualcosa che della visione personale e dell’ambiguità dovrebbe fare fondamenta.
    Quindi, se chi lo ha letto non ha trovato nemmeno tra le righe delle riflessioni almeno confirmatorie di un sentimento già germe in sè, dovrebbe a mio parere accettare il fatto che è un proprio limite.
    Io ho letto una critica alla passività, alla’arrendersi all’esibizionismo fine a sè stesso, a combatterlo ripensando a ciò che siamo alla nostra contemporaneità, in cui alla rivoluzione sta nel quotidiano, nel non-sensazionale.
    Queste cose erano già dentro di me e sono già dentro artisti giovani e notevoli. Penso a Puma soprattutto, ma anche a Ghenie che farcisce i suoi lavori di azioni fisiche, atti o gesti veri e materiali come lanciare una torta in faccia a qualcuno.
    Un po’ di sano entusiasmo e voglia di cambiare non può far male.
    Spero che Stefano ci tenga aggiornati sul suo percorso.