Dialoghi di Estetica. Parola ad Angela Vettese

Quarto appuntamento con i “Dialoghi di Estetica”, la rubrica in partnership fra il LabOnt e Artribune. Per la prima intervista del 2013, a essere interrogata è Angela Vettese.

Angela Vettese

Specchi, ombrelli, tappeti, caramelle, aspirapolveri, cappotti, sedie, libri, scarpe… Tutti oggetti che conosciamo bene, ma che in certi casi sono diventati anche opere: è possibile che oggi l’arte non abbia più niente di straordinario?
Le teorie sull’arte più condivise nel passato la definivano come imitazione della natura. Nella versione più attuale, che resta quella di Aristotele, “della natura nella sua maniera di operare”, cioè nei suoi metodi più che nei suoi risultati. Questa forza mimetica si è espressa con ogni mezzo, dal graffito rupestre a quella fotografia che Baudelaire criticò con ardore come inadatta a essere definita arte. Dal 1912 è scoppiata la rivoluzione dell’anti-tecnologia, parallelamente all’inizio della sua invasione: alcuni artisti hanno iniziato a comporre le loro opere ritornando a un bricolage quasi primitivo, figlio ribelle della tecnica.
Dai collage cubisti alla ruota di bicicletta di Duchamp (1913) ai Rilievi di Tatlin fatti di corda e cartone (1913) ai polimaterici futuristi (1914) fino alle proto-performance: le serate futuriste e dadaiste, un tipo specifico di assemblage in cui è incluso il tempo e a volte il corpo dell’artista. Come anello di congiunzione tra le due cose pensiamo a Kurt Schwitters che declama i suoi poemi fonetici mentre compone quadri-collage e, con il Merzbau apre le porte anche all’arte ambientale.
Come vedete, sono tutte pratiche che possiamo ricondurre a un secolo fa. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, se non il fatto che ora questo “si fa con tutto”, questo modo di presentare invece che rappresentare, questa nuova fisicità dell’opera, sono diventati un canone e non stanno perdendo il loro afflato antiaccademico e rivoluzionario. Il mutamento è nato in concomitanza con il nuovo ruolo che gli oggetti hanno assunto dopo la rivoluzione industriale, così come la riconsiderazione a cui quest’ultima ci ha spinto riguardo alla nostra corporeità e agli ambienti in cui viviamo. Già questo indica come non sia stato un cambiamento capriccioso, privo di legami con la storia. Al contrario, esso testimonia un momento di svolta traumatica nel modo di vivere la quotidianità ma anche di pensare la vita.

Angela Vettese – Si fa con tutto

Nei tuoi libri tracci un quadro dello sviluppo dell’arte avvenuto nel secolo scorso individuando tre momenti salienti: al primo, quello delle avanguardie, segue quello delle poetiche espressive del secondo dopoguerra, il terzo è quello attuale. Possiamo dire che questa terza fase sia contraddistinta in particolare dalla svolta concettuale dell’arte, che sembra peraltro consolidare quelle “inclinazioni ricorrenti” da lei rintracciate nel Novecento?
Il termine ‘concettuale’ è il più abusato e sovente incompreso della storia dell’arte recente. Leonardo diceva che il disegno “è cosa mentale” e non credo ci sia stato artista che non abbia avocato al proprio lavoro un elemento di meditazione. Se si intende con questa parola ciò ch si definì nelle parole di chi lo ha usato più consapevolmente, da Sol LeWitt a Joseph Kosuth, dovremmo dire che l’attitudine concettuale prevede una scissione tra chi progetta e chi realizza il lavoro (cioè la decadenza della manualità) e la fine, a questa connessa, di una concezione per la quale dalla mano dell’artista passa all’opera una temperatura emotiva e un contenuto autobiografico. Se è a questo che si pensa, non credo che l’arte di oggi possa essere definita concettuale, e non penso nemmeno che il termine si attagli a gran parte dell’arte non-emotiva e non-manuale: a prima vista è facile credere a Lucy Lippard quando parla di de-materializzazione dell’oggetto artistico.
A un’osservazione più attenta, vediamo che artisti come Bruce Nauman o Alighero Boetti non hanno abbandonato l’idea di opera come manufatto, come testimonianza dell’homo faber (anche se spesso hanno demandato l’esecuzione ad altri) e nemmeno quello di opera come testimonianza iconica, come immagine, come erede di una tradizione millenaria e specifica che caratterizza l’uomo in quanto attratto dalla visualità. Nella casa, nella religione, nel nostro corpo, abbiamo bisogno di immettere alte dosi di informazioni visive. Discipline diverse come l’antropologia, le neuroscienze, la storia materiale, la psicologia della percezione, si stanno finalmente alleando per darci qualche spiegazione in proposito.

La Ruota di bicicletta di Marcel Duchamp – 1913 (1951)

I quesiti sull’arte portano spesso a interrogarsi sul suo stretto rapporto con la finzione. Tuttavia se, come indicato nei tuoi libri, consideriamo “partecipazione”, “bricolage” e “relazionalità”, potremmo forse riscontrare un possibile slittamento dell’arte in direzione della realtà. Quanto contribuisce l’arte contemporanea a possibili riflessioni sul nostro mondo e la nostra realtà sociale (anziché su mondi di finzione possibile, come avviene nelle arti classiche, dalla pittura passando per il teatro e la danza fino al cinema)?
Ho sempre pensato all’arte come a un ambito della filosofia, cioè come un modo di riflettere sulla vita attraverso modalità non verbali. L’arte e la vita non sono la stessa cosa e il volerle sovrapporre è un retaggio del pensiero romantico che estetizzava la vita, cioè l’operazione inversa rispetto al banalizzare l’arte. Oggi numerosi artisti tendono a coinvolgere lo spettatore, interpretando in modi differenti l’interattività sempre maggiore di ogni comunicazione: pensiamo alla trasformazione che sta subendo la televisione, che è in crisi d’identità proprio perché, nata unidirezionale e impositiva, sotto la pressione di Internet deve adattarsi al dialogo con il pubblico.
Ma se l’opera si adagiasse sulla realtà senza sublimarla, se si appoggiasse ai fatti senza cercare di diventarne una metafora, non avrebbe un gran senso. La capsula di economia collettiva e autogestita, fondata sui valori della decrescita e della sostenibilità, che Rene Gabri e Ayreen Anastas hanno portato a Documenta, ha avuto valore soprattutto in quanto segno ed esempio, non certo in quanto evento reale, così limitato nel tempo e incorniciato dentro una situazione protetta. Se dovessimo considerare nella loro componente prettamente reale e politica, più che metaforica ed esemplificativa, certe azioni di Thomas Hirshhorn o di Andrea Zittel.
Il fatto è che sono poesia e non politica diretta, proprio come ai tempi di Verdi. Penso anche che non sia necessario che un’opera abbia un contenuto politico in modo esplicito per parlare del mondo e forse anche per cambiarlo: hanno un valore di denuncia e di proposta anche alcune opere pop, da Andy Warhol a Murakami. Non sono mai stata partigiana di un movimento o di un modo di fare arte. E’ l’evoluzione stessa del suo linguaggio che a me impedisce qualsiasi dogmatismo. In questa totale apertura trova pienamente posto anche ciò che lei definisce “arti classiche”: la pittura ha un grande senso sociale se è intelligente. E non è l’unica depositaria della finzione, semplicemente perché tutta l’arte che trovo interessante parla nella forma del “come se”, dell’ipotesi, di una immaginazione agganciata alla realtà ma non sovrapponibile a essa. Come ogni forma di pensiero.

Banksy

Sempre più spesso artisti, teorici e pubblico criticano aspramente il mondo dell’arte, connotandolo come sistema elitario. Un artista, Banksy, ha dichiarato in più occasioni che sarebbe ora di reagire a questo sistema. Oggi l’arte può essere ancora critica alle istituzioni? E, secondo te, l’arte contemporanea è davvero riservata solo a pochi eletti?
Non credo che un ragazzo di successo planetario come Banksy possa permettersi di criticare un sistema con cui lui stesso sta giocando. Dopotutto sta usando una strategia molto nota nell’ambito dell’alta visibilità, quella del nascondimento. Non ci fa vedere il suo viso ma è ben lontano dal rinunciare a una qualche identità di autore e anche al giochetto “costo dunque valgo”. Un caso più interessante, anche se piuttosto fallimentare, di critica al sistema è quello degli hacker veramente anonimi. Ma quanti sono disposti a rinunciare alla propria dose di fama e di denaro?
Quanto all’arte che critica le istituzioni, studiata e riverita nel contesto di riviste e università eminenti, non supera ma si affianca al sistema. A modo suo, anch’essa fa parte di un meccanismo commerciale che è diventato sempre più imperativo, impositivo, irreparabilmente selettivo per esempio in termini di nazioni: un artista che non sia protetto da almeno due o tre gallerie che operino negli Stati più ricchi, non ha speranze di entrare nel circolo di coloro la cui opera rappresenta, per il collezionista, un investimento economico. Questo tipo di elitarismo è prevedibile, contamina i musei, uniforma e globalizza le proposte, fa diventare i curatori dei megafoni delle gallerie più potenti, giacché solo queste sono in grado di sostenere i prezzi di produzione di un’opera anche in ambiti che si propongono come alternativi al mercato.
Ciò detto, cambiamo pagina. In un senso completamente diverso, trovo normale che l’arte contemporanea sia una faccenda per pochi: è fatta per chi la elegge a propria amica del cuore e poi la studia, la segue, le fa omaggio delle proprie vacanze. Se io andassi allo stadio in curva ed esprimessi un’opinione, sarebbe giusto che mi cacciassero a pedate: non so uno straccio di regola e sugli spalti c’è chi vive di calcio. L’arte si merita almeno la stessa dose di attenzione, conoscenza, passione che la gente dà al proprio sport preferito.

Angela Vettese – L’arte contemporanea

Condividendo la riflessione del filosofo britannico Nigel Warburton, anche tu ritieni che forse sarebbe meglio evitare di impegnarsi nel tentativo di definire cosa sia l’arte. Tuttavia il problema si pone di continuo: non tutti sono artisti e non qualsiasi cosa può essere un’opera d’arte. Siamo certi di poter mettere da parte tale mira filosofica?
In linea di massima condivido gli sforzi fatti da Arthur Danto, George Dickie, Howard Becker tra gli altri, verso una cosiddetta teoria istituzionale dell’arte: sono i musei, le riviste, le mostre, i libri, le università, insomma i momenti istituzionali maggiori, a distribuire (ma anche a togliere) la patente di “arte”. Capisco che si possa avere nostalgia per una definizione più vicina alla metafisica (è arte ciò che ci mostra l’essere) o alla biologia (è arte ciò che sublima il nostro processo di adattamento e sopravvivenza in quanto umani). Io stessa so di contraddirmi rispetto a un completo relativismo, dal momento che nelle risposte precedenti ho accennato all’arte come al regno del “come se” (mimesi e ipotesi) e come processo di pensiero non verbale. Amo la lettura di McLuhan per cui l’arte precorre le reazioni ai mutamenti tecnologici e ai modi di vivere e che questi introducono. Sono affascinata dall’impostazione di Focillon e di Kubler per cui l’arte descrive le forme della vita e ci consegna una memoria del tempo sotto forma di oggetti, segni, problemi risolti attraverso forme. Sono convinta, a questo proposito, che non si debba avere paura della parola “forma” come se equivalesse a “formalismo”.
Ma detto questo, sono anche convinta che ciò che oggi consideriamo arte domani sarà scordato; e molte delle cose che ora non riteniamo arte, saranno recuperate. E la storia dell’arte, con la sua mutevolezza, con il suo includere ed escludere tipologie di manufatti, con il suo fare salire e scendere la fama non solo di piccoli contemporanei, ma anche di grandi del passato come Lotto o Piero, mi sembra che lo confermi. Scriviamo il passato in relazione a ciò che conta nel nostro presente.

Davide Dal Sasso

labont.it

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è membro di LabOnt, il Laboratorio di Ontologia fondato da Maurizio Ferraris, e sta ultimando il dottorato di ricerca in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino. Le sue ricerche vertono in particolare sulla ricomprensione filosofica del concettualismo, sul ruolo della rappresentazione nelle diverse forme d’arte, sulle nuove possibilità esperienziali offerte dalle arti contemporanee e sulla riconfigurazione del discorso filosofico su di esse. È l’ideatore del format di discussione interdisciplinare "Dialoghi di Estetica" e della omonima rubrica di filosofia e arte attiva dal 2012 su Artribune. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, Milano-Udine 2014).
  • La collaborazione con il LabOnt sta dando ottimi frutti. Notevoli spunti di riflessione in questa intervista: si torna sul tema arte e realtà/arte e vita. Dice Angela Vettese:
    “L’arte e la vita non sono la stessa cosa e il volerle sovrapporre è un retaggio del pensiero romantico che estetizzava la vita, cioè l’operazione inversa rispetto al banalizzare l’arte. Oggi numerosi artisti tendono a coinvolgere lo spettatore, interpretando in modi differenti l’interattività sempre maggiore di ogni comunicazione: pensiamo alla trasformazione che sta subendo la televisione, che è in crisi d’identità proprio perché, nata unidirezionale e impositiva, sotto la pressione di Internet deve adattarsi al dialogo con il pubblico.
    Ma se l’opera si adagiasse sulla realtà senza sublimarla, se si appoggiasse ai fatti senza cercare di diventarne una metafora, non avrebbe un gran senso”. Condivido pienamente. il tentativo di recupero dei concetti di realtà e verità così sfuggenti in questa fase di transizione e di superamento della postmodernità non dovrebbe indurre nella tentazione di confondere arte e vita. La questione è molto complessa, al punto che persino l’intervistata non sembra avere le idee troppo chiare sulla questione del relativismo (come accenna candidamente e in maniera saggia nell’ultima risposta). Il problema è comune a tutti gli intellettuali che si sono formati sui testi di Danto e di McLuhan e che ora sono costretti a fare i conti con un contesto culturale mutato. La natura ciclica della storia si ripercuote sulle evoluzioni del pensiero: c’è un momento per Socrate e uno per Antifonte, è sempre stato così. A noi tocca restare in equilibrio.

    • Piccole Pesti crescono

      Gentile Vettese,

      Credo che anche sulla critica alla teoria istituzionale dell’arte secondo cui sono i musei, le riviste, le mostre, i libri, le università a elargire la patente d’arte o addirittura a negarla ci sia da discutere. Non sono tanto le istituzioni di cui sopra in sé ma quella società borghese che si nasconde dietro queste istituzioni su cui si basa la produzione di valori artistici. L’arte patentata è un tipo di arte che nasce in contrapposizione con la realtà effettiva. I suoi prodotti sono frutto di un feticismo falsamente estetico e di un’assoluta autoreferenzialità. La borghesia ricorre a questi prodotti per dare una concreta forma al mondo in modo indiretto attraverso la rappresentazione di sé stessa., Ad ogni modo questa forma d’arte è incapace di organizzare la società perché è incapace di interpretare la realtà concreta. Non sarà scordato domani ciò cui oggi si attribuisce la patente d’arte, ma già oggi è ignoto se non ad un’elite mercantile e fortemente ideologizzata. Questo perché il pubblico oggi non fa realmente parte del sistema dell’arte, ma ne e’ spettatore passivo, inconsapevole e al massimo attonito. Questo perché – ritornando a prima – l’arte contemporanea in genere è lontana dal reale ed è incapace di darne un’interpretazione diretta e non risponde in modo alcuno ad un sistema di valori condiviso. Le Piccoli Pesti – assolutamente e volutamente estranee all’attuale sistema dell’arte – hanno denunciato il rischio concreto verso cui sta andando l’arte contemporanea in questi due esempi di video-art:

      http://www.youtube.com/watch?v=xUIkQsnXQ14

      http://www.youtube.com/watch?v=n3rN0m6Qneo

      Questo non per una critica fine a se stessa, ma per semplice amore dell’arte.

      Una possibilità rimane un recupero reale della dimensione estetica non di un’estetica patentata accanto al recupero di una capacità di interpretare quei valori che oggi l’arte contemporanea dimostra di ignorare…

      • Valentina

        “Ma quanti sono disposti a rinunciare alla propria dose di fama e di denaro?” evidentemente la Vettese è la prima a non essere disposta a rinunciarci. Forse solo quando capiremo il vero valore del denaro ci accorgeremo che l’arte non va mercificata.
        In ogni caso il secondo link che hai pubblicato è molto forte mi piace dice tutta la verità fuori dai denti che forse la Vettese non vuole ammettere perchè fa parte anche lei di quei giochi. Sono anche d’accordo quando dici “il pubblico oggi non fa realmente parte del sistema dell’arte, ma ne e’ spettatore passivo, inconsapevole e al massimo attonito”.

  • Mi lascia un poco perplesso quando dice “..sono i musei, le riviste, le mostre, i libri, le università, insomma i momenti istituzionali maggiori, a distribuire (ma anche a togliere) la patente di “arte” e io pensavo che fossero il mercato che nella dimensione del “prodotto arte” crea attenzione e occasioni di esposizioni, offrendo opere a costo zero nei musei, pubblicizzando le opere sulle riviste …

    Trovo che la “poetica romantica dell’artista del passato” sia stata oggi “trasferita” sui produttori di manufatti promossi come opere, a tal motivo si parla di “sistema arte” quando fino al secolo scorso non esistevano sistemi ma artisti e basta …

    ma forse mi sbaglio?

    • Piccole Pesti crescono

      In effetti è il mercato, ma chi c’è dietro al mercato ? Quella stessa società borghese che pretende di restituire la propria autorappresentazione sotto forma d’arte. La borghesia ricorre a questi prodotti artistici per dare una concreta forma al mondo e in modo indiretto produce la propria autorappresentazione. Ora questi prodotti di autorappresentazione o autocompiacimento necessitano di tutta una serie di istituzioni che li veicolino sul mercato. Le varie istituzioni di cui parlava la Vettese – appunto – sono gli strumenti concreti che li veicolano. Il pubblico ad esempio oggi è solo un semplice pretesto: il mercato cui questi prodotti sono diretti è rappresentato in partenza e in arrivo dalla stessa classe borghese. Non si tratta più come in passato di spettacolarizzazione del potere attraverso l’arte in genere, ma della banalità dell’autocompiacimento. L’arte diventa pertanto oggetto di integrazione nel proprio circuito culturale, commerciale e ideologico. Questo circuito è ciò all’interno del quale si muove l’attuale sistema dell’arte contemporanea.
      Questo circuito necessita evidentemente di una sua estetica. In altre parole “la patente” viene data dal circuito per il circuito. Quando si parla di mercato è necessario domandarsi il punto di partenza, chi vi è dietro. Altrimenti tutto rimane vago. L’analisi della Vettese formalmente ineccepibile si giustifica pertanto solo come legittimazione di un’estetica che nasce e muore all’interno di un simile circuito. Perché ogni possibilità di un ripensamento estetico all’esterno di un simile circuito deve essere supposta purtroppo in una possibile futura integrazione all’interno del circuito stesso in modo da rendere la sua portata meno dirompente e comunque controllabile e se ciò non accade viene definitavamente messa ai margini.

  • Ma che palle con sta tiritera del sistema dell’arte…

    • Piccole Pesti crescono

      Pensi che oggi si possa parlare dell’oggetto artistico, rimanendo sull’oggetto artistico come nel caso di Raffaello o Michelangelo. Magari parlando della committenza o di una simbologia condivisa o dei fattori storici contingenti.Ci sarebbe troppo poco da dire ! Mai sopravvalutare i feticci: il feticcio rimane feticcio. Le cose tornano cose. E noi bisogna impare a chiamare le cose con il loro nome. Anzi il feticcio si trova ad uno stato nettamente inferiore rispetto ad ogni altro oggetto in quanto assolutamente inutile. Se fossimo in biologia dovremmo dire che il feticcio è allo stesso stadio di un organismo unicellulare incapace di dialogare se non con se stesso.
      Difatti Duchamp intendeva valorizzare l’oggetto comune perché è facilmente comprensibile che una ricerca di significato è possibile in questa direzione e non nella direzione del deserto. Quindi è meglio parlare di chi produce il feticcio (non dell’artista evidentemente, ma del sistema in cui esso è nato) che del feticcio stesso. Il feticcio inoltre basta a se se stesso e su di esso non si può compiere alcuna operazione linguistica di ribaltamento della sua funzione a differenza dell’oggetto di uso comune la cui varietà semantica è ben più vasta. Quindi per finire il bla bla sul sistema dell’arte è in realtà una dichiarazione implicita di assoluta inutilità di parlare di qualcosa di assolutamente inutile.

    • Piccole Pesti crescono

      Nell’intervista alla Vettese su Kremlino (auspicabilmente lontano dal Kremlino Stalinista) si parla evidentemente con un eufemismo di “interferenze tra arte e ,mercato e curatori e mercato”. In realtà la società borghese (l’espressione “mercato” è vaga e poco esauriente) che genera i prodotti artistici come forma di autorappresentazione e quindi per questo il termine interferenza è inadeguato e andrebbe sostituito con “aderenza” .Il critico/curatre oggi non fa altro che ratificare i prodotti artistici imposti dal mercato, mostrando talora anch’egli forme patologiche di autocompiacimento. Achille Bonito Oliva vede nel critico una sorta di terapeuta o guaritore che dir si voglia. Ci chiediamo se l’arte non abbia bisogno di un lavaggio biologico dalle sue innumerevoli patologie e se il curandero non intervenga miracolasomente in tal senso attraverso il suo carisma che gli discende dall’olimpo del sistema dell’arte.

      Vale a dire come si progetta a tavolino l’artista, si progetta a tavolino anche il curandero/critico. Per venire meglio incontro alla necessità di capire che “trucco” vi sia dietro questi presunti guaritori abbiamo deciso di interpellare il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) perché si tratta di un vero mistero. Appena avremo risposte esaurienti in merito che vi comunicheremo sollecitamente, vi invitiamo, dopo aver fatto ovviamente una visita al Kremlino, di dare un’occhiata a questo video:

      http://www.youtube.com/watch?v=n3rN0m6Qneo

      Vi auguriamo infine a tutti una buona eupepsia curatoriale.

  • Intervista interessante, ma molte belle teorie contraddittorie. L’arte è vita come il calcio o l’economia sono vita…la scusa dell’elitarietà diventa la scusa per difendersi sopra torri d’Avorio…il vero problema è che gli operatori senior come la Vettese hanno fatto una grande fatica negli ultimi 20 anni e oggi non hanno più voglia ed energia per andare oltre l’aula, la galleria o il museo nel deserto. E quindi non sono state create opportunità per il pubblico. Ma molti non sono capaci di creare opportunità. Molti non sono capaci di fare il loro lavoro e quindi è meglio che il pubblico non ci sia per giudicare questi operatori. Se il pubblico viene tenuto lontano le scuole d’arte e i musei possono anche non funzionare….tanto è solo arte, i problemi sono altri….mentre invece l’arte potrebbe avere un primato su tutto il resto…

    • Valentina

      anche io ho avuto le stesse impressioni. La patente dell’arte?!è blasfemia. Tra l’altro se lasciamo che siano le riviste i musei ecc. a denominare “arte” il tutto si riduce a un misero mercatino delle pulci dove tutti cercano di vendere qualcosa che piaccia agli altri solo per arrivare a fine mese. Sinceramente non ci sto

      • Piccole Pesti crescono

        Magari fosse un mercatino delle pulci. In un mercatino delle Pulci è possibile trovare facilmente oggetti utile, ma non solo talora spuntano fuori impensati gioielli d’arte come disegni di Van Gogh o addirittura Cezanne. In realtà in questo mercatino istituzionalizzato delle pulci contemporanee ciò che domina è il deserto e tutto il resto – per citare Califano – è noia. Le piccole pesti preferiscono infatti diverirsi al mercatino anarchico di Porta Portese a Roma. Almeno lì è possibile incontrare la vita e perché no anche qualche oggetto utile e grazie a Dio è un mercatino defeticcizzato.

  • Romina

    Quante storie che vi fate per delle opere più noiose delle pippe che vi fate…

    • Gino

      Finalmente parole sensate.

  • Antonio

    Ritengo che il discorso della Vettese sia ineccepibile, lucido e ottimamente fondato su una esperienza e una conoscenza teorica e diretta e non è affatto cinico come potrebbe sembrare. Affronta diverse “mitologie” giovanilistiche e romantiche dell’arte che credo sia solo un bene imparare a perdere. Ma anche le resistenze alla de-mitologizzazione sono altrettanto leggittime perché riflettono esperienze vive sentite e partecipate. Si tratta allora di cercare nell’arte che ci viene selezionata da vedere (i modi sono ampiamente noti e vanno ben conosciuti per capire perché vediamo e parliamo di qualcosa e non di altro) cosa di (o in) essa ci dia un senso credibile (kubleriano?) per orientarci nei temi e nei valori del presente, cosa confermi o discuta, cosa ci spinga a “pensare”, a costruire altri significati o sensi possibili nel nostro rapporto con il mondo e le cose. Quanto al fatto che l’idea stessa “del contemporaneo” sia necessariamente labile, molteplice, multiforme può essere ben compresa nel bel libretto di G.Agamben. Prendiamo atto dell’indeterminato, ma restiamo e diventiamo coscienti che il “possibile” dell’arte (e del vivere) si costruisce attraverso ciò che si sceglie eticamente di essere, di dire e di vedere.

  • calos

    tutto questo è politichese..

  • Piccola postilla:
    sarebbe stato più interessante chiedere alla Vettese, piuttosto che un’opinione su Banksy, cosa pensa delle modalità di produzione e distribuzione alternative di arte e letteratura che NEI FATTI E NON NELLE PAROLE si differenziano dal mainstream. Penso alla Mail Art e ai tanti network di artisti basati sullo scambio più che sulla commercializzazione, agli esperimenti di videopoetry e webpoetry e a tutte quelle correnti contemporanee che hanno messo a frutto gli insegnamenti delle avanguardie e di Fluxus. Rimando all’intervista con Luc Fierens che ho appena pubblicato:
    http://vincenzomerola.blogspot.it/2013/01/tre-domande-luc-fierens.html

    • Si, hai ragione, sarebbe stato molto interessante, anche se mi pare che, alla fin fine, questi personaggi (certamente autorevoli, preparati e sempre interessanti da leggere ed ascoltare) i “mondi alternativi e paralleli” dell’arte li prendano in considerazione solo quando qualche loro esponente si “converte” e si fa assorbire dai circuiti canonici. Alla fine, gratta, gratta, per loro la “quasi-equazione” – valore dell’opera = quotazione di mercato – rimane un presupposto, magari non enunciato, ma irrinunciabile.
      Internet con i social-networks i blogs, le zines, stanno cambiando le cose e le cambieranno sempre di più. Le case son sempre più minuscole e la gente passa sempre più tempo davanti ad uno schermo di un qualche tipo e anche la fruizione dell”arte tende a diventare sempre più virtuale e a questa tendenza fa riscontro la tendenza, che ho già ricordato, di una produzione artistica essa pure virtuale. Anche il collezionismo vede i primi tentativi di totale “virtualizzazione” con, addirittura, il tentativo di far “rientrare dalla finestra” il “mercato” uscito dalla porta, come ad esempio s-edition che vende copie virtuali di opere di artisti molto noti del “sistema” a partire da Hirst.

      • Il presupposto valore=quotazione di mercato è radicatissimo. Politi ribadisce in continuazione che il mercato è l’unico termometro in grado di misurare il valore di un’opera. Cerchiamo di accogliere con un po’ di benevolenza un approccio meno dogmatico e sicuramente più solido. La posizione della Vettese è moderata: la sua “teoria istituzionale” riconosce almeno ad un complesso agglomerato di elementi il compito di attribuire la cosiddetta “patente” di arte (espressione forse un po’ infelice). I musei, le riviste, le mostre, i libri, le università costituiscono pur sempre una base decisamente più diversificata per l’elaborazione di un giudizio critico rispetto al banale valore commerciale.

        • La posizione della Vettese è certo più moderata ed anche molto più intelligente e solidamente basata di quella del buon FlasArtDirettore… ma entrambe prendono in considerazione esclusivamente “l’arte da vendere” o “l’arte da conservare”… ma di giorno in giorno cresce e diventa sempre più importante e significante la produzione d’arte che sfugge persino alla possibilità di essere “soggetto di mercato” e che non solo si offre assolutamente gratuita alla collettivitá ma nega persino il carattere di permanenza e la vocazione alla sopravvivenza nella posterità. È questo fenomeno di “oggi” che sarà, naturalmente, riconosciuto e compreso solo “domani” che la”critica”, anche la migliore, è totalmente impreparata a considerare e di fronte a cui si trova con schemi, concetti e strumenti inadeguati.

  • debuttante

    Va bene proviamo a parlare del cosidetto SISTEMA dell’ARTE.
    Ogni riferimento a persone reali è puramente casuale e poniamo quindi che per semplice ipotesi :)) all’interno del sistema siano preponderanti o molto influenti i seguenti attori: 1) un ex mafioso russo 2)un narcotrafficante messicano 3) un direttore editore di una importante rivista con evidenti problemi di nevrosi ossessiva dato che nei suoi proclami scrive sempre le stesse cose 4) un curatore che conosce sette lingue (che però crede che Rembrandt sia la marca del ferro da stiro usata da Duchamp) e che è in vendita al miglior offerente e che conosce solo chi conosce personalmente. 5) un attore fascinoso sposato ad un’altrettanto fascinosa attrice che è cresciuto con i fumetti di Paperino fumando erba californiana
    Ora, ammettendo che questo scenario è fuori dalla realtà e inverosimile :)), vorrei comunque chiedere ad Angela Vettese se non pensa che una teoria Istituzionale dell’Arte non serve a nulla a prescindere dalla conoscenza del tipo di persone che compongono questo cosidetto e consumato concetto di Sistema .
    Se si vuole rispondere che in ogni caso ogni produzione artistica o paraartistica rientra in ogni caso in qualche forma di sistema mi pare che si affermerebbe una banalità dato che ci sono sistemi in buona parte impermeabili l’uno all’altro e spesso in competizione e faccio un esempio : Juxtapoz è la rivista d’arte più letta al mondo eppure gran parte di quello che pubblica non viene riconosciuto in altri ambiti, ad esempio Biennali varie ecc.
    Se come la stessa Vettese ammette , c’è la possibilità che forme d’arte apparentemente consolidate vengano superate dagli eventi forse gli eventi possono essere una componente esterna alle realtà istituzionali che andrebbe considerata, ma forse in questo modo certi operatori del settore troppo specialistici e accademici (l’accademia del contemporaneo c’è eccome) si troverebbero delegittimati.

  • Angelov

    Vorrei riprendere un punto dell’intervista, dove viene citato McLuhan: “l’arte precorre i suoi tempi…” etc.

    ed anche quello che parla dei primi artisti concettuali, i quali avrebbero anticipato con le loro ricerche, sulle radici linguistiche dell’arte visiva, (cosa peraltro non del tutto nuova: anche ai surrealisti, a volte creavano immagini, da giochi di parole) quello che avviene oggi nell’ambito culturale più generalizzato,

    ed evidenziare il fatto, che appunto queste ricerche fatte da artisti, hanno anticipato un genere letterario, che è appunto la letteratura che gravita intorno all’Arte Contemporanea, mai presente in così gigantesca mole in altre epoche storiche: al tempo del Rinascimento, gli scrittori che scrissero dell’arte del loro tempo, sono la centesima parte di quelli che oggi scrivono di Arte Contemporanea.
    Questo nel tentativo di affermare che non è poi così facile come sembra, liquidare l’Arte Concettuale…

    Prego, se sbaglio mi corriggerete.

  • Lorenzo Marras

    Mah. guarda leggo certe cose non posso esimere me stesso dall’esclamare : VETTESE. ecco.
    E’ una passabile professionista nella pratica del discorso artistico che ha la pecca di evidenziare lo scarto tra quanto asserito rispetto a cio’ che , effettivamente, è stato vissuto nonché patito (e di cui Lei è completamente estranea).
    Un destino che condivide con tanti altri, direi piacevolmente, tra un Berlucchi ed un salatino.
    Ricordo che leggendo un dialogo con Luca Rossi, sono letteralmente sobbalzato di fronte ad una curiosa sua definizione intorno al termine (invero problematico) di BLOOM.
    Completamente non solo sbagliata ma superficiale all’eccesso : il Bloom è l’uomo comune . Niente di piu’ assurdo. veramente.
    Da li’ ho compreso che in fondo in fondo , le parole sono come le greggi, ambiscono alla transumanza (per chi non ha fantasia, voglio dire vanno per conto loro).

  • Lorenzo Marras

    che lenza ho scritto guarda anziché quando.
    Quando leggo certe cose….bla bla bla…

    (l’articolo che precede è in attesa di approvazione)

  • La Vettese è forse una brava divulgatrice, ma che fine ha fatto il Festival dell’Arte di Faenza?

    Nato come un’occasione d’incontro nel giro di 4 edizioni, in caudata libera di pubblico, è scomparso, a mio giudizio più per colpa degli organizzatori che volevano impostare una “loro” idea di arte (tra cui la A.Vettese) a un pubblico che aveva idee più varie …

    • La storia è un po’ diversa, ma qui c’è libertà di parola, puoi pure dire che Faenza è stata assorbita da Venere.

  • Caro MEGiacomelli,
    come sempre si butta sul ridicolo per non dare risposte chiare, per cui posso dirti che ho frequentato i prime tre anni e che se il primo anno è stato un discreto successo gli anni dopo sono stati in lento declino.

    La maggioranza delle persone ha percepito che quell’evento non era aperto ma costruito per giustificare un certo gruppo di persone, con determinati interessi e cooperazioni, in parte più che legittimo ognuno fa i suoi interessi ma da qui a passare per divulgatori o propositori di cultura, ce ne vuole

    Proprio sulle presenze mi aveva colpito i numeri pubblicati, quando io soprattutto il terzo anno ho contato agli eventi una media di 30/60 persone (le stesse che giravano da un incontro all’altro soprattutto il venerdì e il sabato la domenica un certo aumento, ma teniamo conto che tantissimi erano i “volontari che operavano e circolavano, attendo comunque osservazioni e note , saluti

    • Santa Nastro

      Ogni evento si sovrapponeva ad altri 3 o 4, per non dire 5 o 6, contando quelli della città. Dunque, Domenico devo presupporre che tu hai il dono dell’ubiquità? E poi leggo, presentazione di prodotti, spettacolo… A Faenza c’è stata gente come Hal Foster, Seth Siegelaub, Alexander Alberro, Dan Graham, Miwon Kwon, Bruce Altshuler, Arto Linsday, Cosey Fanni Tutti, solo per citare i primi che mi vengono in mente. Non mi sembra che queste persone siano venute a presentare prodotti. Onestamente questa modalità sommaria (e non mi riferisco solo al tuo intervento) di liquidare quello che è stato un grande progetto, con tutti i pregi e sicuramente anche i difetti che poteva avere, ma che ha avuto il grande merito di portare in Italia esperienze che fino ad allora si erano potute ascoltare solo a Basilea, a Miami etc, in situazioni peraltro di mercato, liquidando allo stesso modo e in maniera poco attinente alla realtà, il lavoro delle persone che ci hanno partecipato, compresa la sottoscritta, non mi trova concorde.

      • A parte l’ultima non ho mai perso un’edizione di Faenza e mi trovo d’accordo con Santa. Come tutte le cose di questo mondo: aveva dei difetti, era certamente perfettibile e, a mio parere, avrebbe dovuto occuparsi di più delle nuove tecnologie e dell’arte “fuori mercato” (però, anche fuori d’Italia, chi se ne occupa abbastanza?), ma era certamente, per me, una delle manifestazioni più interessanti del panorama artistico Italiano e non solo, l’unica, con la Biennale che, se non ero gia in Italia, m’induceva a farmi un lungo volo. Personalmente la rimpiango anche con tutti i suoi difetti e non credo proprio di essere l’unico!

  • av

    A Faenza è cambiata amministrazione e la nuova non ha ritenuto opportuno investire in cultura. Il festival nel frattempo è stato clonato qui e là da altre organizzazioni.

    • Ormai è di dominio pubblico, volevano portarlo a Bolzano,
      mesi di lavoro e coinvolti tutti gli operatori del mondo dell’arte contemporanea in regione, hanno cambiato idea non si sono nemmeno presentati al primo appuntamento.

    • Non discuto la precisione, almeno l’educazione,

  • infatti non era cultura…

    è su questo aspetto che verteva il mio intervento,

    si continua a confondere l’idea che l’arte era, nel passato, forse fino agli anni sessanta, una realtà culturale, che oggi non esiste più, sostituita da una “sistema arte” il cui scopo è il profitto economico e che utilizza questa “enfasi” (l’arte/cultura) per commercializzare dei prodotti (a volte anche ben realizzati), l’evento di Faenza era una “vetrina” per prodotti da piazzare realizzata in modo unidirezionale, evitando così pluralità e dispersione delle risorse.

  • Dimenticavo clonato, dove?

  • Lorenzo Marras

    Diciamo che Faenza è paradigmatica di come un attivita’ apprezzabile sia divenuta una occasione di spettacolo.
    E’ lo spettacolo il SOVRANO. e chi sa DIVULGARE ne sa usare gli strumenti, ma noi non siamo degli sprovveduti.

  • Vittorio Del Piano – Gillo Dorfles…

    La <>. Per me, è la Crtica-CriticaCritici …

  • Faenza è stata una grande occasione sprecata. Perchè non ci sono persone ed idee in grado di confrontarsi con il pubblico. Questo fa perdere occasioni a tutti.

    http://whlr.blogspot.it/2012/07/text.html

    • ambeh…

      ambeh….

    • A Faenza c’era una quantità di “persone” che confrontava le proprie idee col “pubblico” e c’era pure una quantità di “pubblico” che confrontava le proprie idee con le “persone” intervenute. Faenza non è stata una “grande occasione sprecata” ma una grande realtà gettata al vento e, purtroppo, gettata quando incominciava a “funzionare” veramente (perché è ovvio che per realtà di questo tipo e non solo, occorrono diversi anni di “start up”).
      L’amministrazione di Faenza ha, a mio parere, commesso un errore imperdonabile e c’è solo da sperare (anche se, con questi “chiari di luna”, non sarà facile) che qualche Amministrazione più lungimirante si renda disponibile presto per la prosecuzione di quel progetto … ma si sarà comunque perso tempo prezioso e si dovrà ripartire da uno “start up”, magari, più breve, data la precedente esperienza, ma saranno sempre “anni persi” visto che Faenza era, appunto, alla soglia del superamento di tale fase.

  • Vittorio Del Piano – Gillo Dorfles…
  • AV

    Faenza è stato un tentativo di portare fuori dall’università le ricerche e i teorici internazionali più significativi. Non si è mai voluto fare spettacolo e per questo si è sempre detto di no a una dimensione-mostra del festival, che era concepito come luogo di riflessione e non di show. Hanno vinto progetti che portano più voti o più favori alla politica. Per un approccio con la teoria si ritorna nel chiuso delle aule, come ha fatto a ottobre il “Piccolo Festival dell’Arte” all’Università di Trento. Una bella iniziativa, simile persino nella grafica a Faenza, ma senza le spese fisse che comporta un rapporto più articolato con il pubblico. Il quale, forse, ha bisogno di mostre come “Il Novecento. Arte e vita in Italia tra le due guerre” (ora in corso a Forlì) e non di conferenze o dibattiti.

    • questa, cara AV, è una bella scusa e alibi. Il pubblico NON ha opportunità di avvicinarsi al contemporaneo, non so se questo capita come progetto intenzionale degli addetti ai lavori o per incapacità dei medesimi. Come alternativa c’è questo progetto ora in azione in italia:

      Workshop Pratico: http://whlr.blogspot.it/2013/01/ancora-pop.html

      Che discorsi sono “portare la ricerca FUORI dalle Università”???Per poi fare gli stessi discorsi che avvengono nelle Università nella pizza.??????.CHE SENSO HA??? Volevate solo cambiare aule forse???? Perchè il pubblico di faenza era fatto dai soli:

      curiosi locali + addetti ai lavori + volontari dallo IUAV

      Non si tratta di fare uno SHOW, quanto di pensare a FORMAT che aiutino la riflessione e coinvolgano. Su questo sto collaborando ad un progetto concreto per il pubblico : Corso pratico (dall’arte contemporanea al quotidiano). E con workshop pratico vorremo formare operatori capaci di fare il corso. Ma si sa che per collaborare con voi bisogna essere “vostri amici”. Io se volete lo divento.

  • @ doattime, Gerini, Whitehouse, Marras, AV (andando oltre lo specifico di Faenza):
    La questione del pubblico andrebbe affrontata con un atteggiamento equidistante dalle due contrapposte modalità con le quali in genere ci si rapporta al tema. Da un lato la becera banalizzazione, fatta di immediatismo e fondata su un generalizzare rassicurante e inglobante, su un approccio divulgativo che conquista le masse nello stesso modo in cui lo fanno gli oroscopi, la pubblicità o la demagogia (vale a dire interpretando il sentimento collettivo a rischio di snaturare i contenuti e mistificare la realtà). Dall’altro l’aristocratica tendenza all’isolamento, alla distinzione sociale attraverso la cultura, che antepone la qualità alla quantità e la ricerca individuale alla condivisione e al bene comune. La democratizzazione della cultura è un processo inequivocabilmente positivo, che necessita però di tempi lunghi e di progressi graduali. A volte prende strade senza sbocchi, torna indietro e riparte. La fretta, come sempre, è “cattiva consigliera”.

    • Caro Vincenzo non posso che sottoscrivere quanto dici e, se dalla “cultura” in genere passiamo all’ “arte contemporanea” in particolare la equidistanza tra le due “vie” e la pazienza nell’attesa di risultati diventano ancora più necessarie visto che la ricerca artistica, se è tale, “viaggia” un po’ in anticipo sul suo tempo.
      Detto questo, a me pare, che Faeza fosse, appunto, una buon tentativo di realizzare quell’equidistanza che tu invochi, peccato che agli amministratori della Città di Faenza sia mancata la “pazienza” di veder crescere e consolidarsi i risultati … sempre chè (come invece temo) non si sia, come troppo spesso capita nel nostro Bel Paese, abbandonato il progetto solo perché era “della precedente amministrazione”.
      All’Isola d’Elba, almeno sino agli anni novanta c’era un comune in cui regolarmente si alternavano sindaci e giunte di centro e di sinistra. Una di queste, negli anni 70, piazzò una bella fontana nella piazza del paese : come cambió l’amministrazione la fontana venne rimossa, per tornare al cambio successivo e così via … e, chissà, forse la storia va avanti ancora ai giorni nostri!!

      • Storia vecchia che si ripete (purtroppo). A dicembre gli amici dell’associazione Limiti inchiusi di Campobasso hanno diramato un triste comunicato stampa denunciando la situazione precaria in cui versa attualmente la galleria che per anni ha portato nel Molise un’offerta artistico-culturale unica nel suo genere e di assoluta qualità. Grazie al loro impegno ho potuto ammirare nella mia città i lavori di artisti come Douglas Gordon, Helaine Schemilt, Flora Sigismondi, Steve Partridge, George Zogo, Cesare Pietroiusti, Gino Marotta, Titina Maselli, Achille Pace… La principale iniziativa della programmazione di Limiti inchiusi, Fuoriluogo, appuntamento che attendevo con gioia ogni anno e che era giunto alla sua quindicesima edizione, non esiste più grazie alla cecità dei nostri amministratori. Immagino che ognuno dei commentatori di questa community potrebbe citare esempi simili. Siamo in clima elettorale, c’è da riflettere!

    • Lorenzo Marras

      Vincenzo ma la democratizzazione della cultura è quanto mai viva .
      Chi scrive in questo ambito confrontando il proprio pensiero con altri e’ la prova piu’ tangibile che siamo completamente al di la dei poli che hai delineato.
      Esiste una comunita’ che senza saperlo ha stabilito una presenza attraverso il confronto.
      Qui niente è calato dall’alto perché tutto viene discusso , con favore o contro non importante, ma discusso.

      • Lorenzo Marras

        non importa

      • Caro Lorenzo, purtroppo molti di noi (io stesso) indulgono facilmente agli eccessi. Anche nel contesto più aperto al confronto democratico è vivo il rischio delle comode estremizzazioni. L’equilibrio è difficile da conquistare e ancor più difficile da conservare. Spero che questi tempi difficili almeno ci aiutino a ritrovare la sobrietà, nelle azioni e nel pensiero.

        • Santa Nastro

          questo commento è magistrale. complimenti Vincenzo Merola!

        • Lorenzo Marras

          Sono d’accordo con te Vincenzo . Non vorrei tuttavia che equilibrio declini facilmente in diplomazia o peggio adulazione.
          Perché cosi’ , è meglio non scrivere e tacere.

  • pietro c.

    ottima analisi.

  • pietro c.

    ottima intervista.

  • questa, cara AV, è una bella scusa e alibi. Il pubblico NON ha opportunità di avvicinarsi al contemporaneo, non so se questo capita come progetto intenzionale degli addetti ai lavori o per incapacità dei medesimi. Come alternativa c’è questo progetto ora in azione in italia:

    Workshop Pratico: http://whlr.blogspot.it/2013/01/ancora-pop.html

    Che discorsi sono “portare la ricerca FUORI dalle Università”???Per poi fare gli stessi discorsi che avvengono nelle Università nella pizza.??????.CHE SENSO HA??? Volevate solo cambiare aule forse???? Perchè il pubblico di faenza era fatto dai soli:

    curiosi locali + addetti ai lavori + volontari dallo IUAV

    Non si tratta di fare uno SHOW, quanto di pensare a FORMAT che aiutino la riflessione e coinvolgano. Su questo sto collaborando ad un progetto concreto per il pubblico : Corso pratico (dall’arte contemporanea al quotidiano). E con workshop pratico vorremo formare operatori capaci di fare il corso. Ma si sa che per collaborare con voi bisogna essere “vostri amici”. Io se volete lo divento.

  • In questi 4 anni di lavoro la mia critica è sempre stata critica costruttiva. Mai offese gratuite e insulti (sfido chiunque a trovarne). Direi un atto d’amore, visto che si critica ciò che si stima e ciò si ama veramente. Quindi la mia apertura verso Angela Vettese NON è in contraddizione con le critiche che le posso aver mosso in questi anni. Solo in italia bisogna puntualizzare queste cose.

    Luca Rossi

    • scusa Luca ma (senza andar a scomodare il noto “excusatio non petita…”), offese, per giunta gratuite, ci mancherebbe ancora! ma tanto sprezzo e supponenza si, forse non te ne rendi conto ma, credimi, chi ti legge lo trova sgradevole ed è anche per questo che attiri più commenti negativi che positivi.
      Quanto a “costruttiva” : IKEA, IKEA evoluta, cose a caso, tutto puó andare, Giovani Indiana Jones, schiavi e succubi della GNF, e via dicendo, non paiono essere “critiche costruttive”, anzi non paiono neppure “critiche” nel senso tecnico del termine ma assomigliano maledettamente a sintetiche ed altezzose prese per i fondelli.
      Detto questo a Faenza di pubblico ce ne era e come. Certo la maggioranza era fatta di “addetti ai lavori” (come era logico che fosse) ma il resto (anche quelli che tu, dall’alto del to scranno chiami con sufficienza “curiosi”) era “pubblico”, proprio il pubblico cui tu cerchi di rivolgerti con i tuoi “corsi” ed era, per ogni edizione di cui ho esperienza diretta, in numero tale che (purtropo, perché io sarei sinceramente felice che fosse il contrario) i tuoi corsi non collezioneranno neppure in cinquant’ anni. E non è neppur corretto dire che il pubblico non ha “opportunità” di avvicinarsi all’arte (contemporanea) le opportunità sono tantissime (nessuno sbarra la porta al “pubblico”). È casomai vero che non bastano le “opportunità” ma occorrono anche gli incentivi ed un certo “taglio” anche “divulgativo/didattico” degli eventi , ma anche in questo senso di occasioni ne esistono e, se non sono ancora di numero e di livello quante e quali ne servirebbero, sono ben più numerose, frequentate e diffuse (territorialmente) dei tuoi corsi ai quali, da come ne scrivi, si direbbe che annetti una valenza quasi taumaturgica, come, del resto in po’ a tutto il tuo operare.
      Fai cose lodevoli, interessanti e fors’anche utili ma sarebbe opportuno (anche per una tua maggior credibilità ed autorevolezza) che abbandonassi la “maschera” del taumaturgo e lasciassi trasparire, se c’è (e io son convinto che ci sia) la modesta ma affidabile concretezza del serio ricercatore.

  • Cortese S.Nastro non avevo il dono dell’ubiquità, ed ero con amici per cui mi sono confrontato con i loro dati, ma gli eventi erano quasi sempre 2 o 3, ci sono stati dei casi anche di 5 o 6 ma sono stati ben pochi, ho comunque tutte le foto che possono testimoniare la presenza del pubblico agli eventi, prendiamo il caso del Museo Zauli dove il pieno era dovuto alla pochezza dei posti (luogo molto suggestivo).

    In ogni caso la presenza delle persone poteva toccare nei momenti migliori le 100 unità ma non andava oltre, infatti quando avevo letto il secondo anno che si era arrivati a 5.000 persone mi son domandato come era possibile. Mi ricordo alcune conferenze con 10/15 persone.

    Sicuramente la qualità degli interventi era valida, ma molti di questi, giustamente avevano una presenza utile agli eventi successivi, vedi il caso della Favaretto che stava giusto promuovendo il suo lavoro alla Biennale e con lei tanti altri che erano lì, ovviamente visto che quell’anno il tema era la biennale, ma questo mi preoccupa di meno, cosa volevo mettere in evidenza che le presenze non erano ampie, quindi una proposta per tutti, ma selezionate con certi intenti di “gusto”.

    • Santa Nastro

      Caro Domenico, le stime non si fanno con le impressioni degli amici, ma con i dati. Quelli che citi (che lo staff del festival avrebbe divulgato) peraltro sono scorretti. Se dobbiamo parlare di foto, allora ti potrei portare l’esempio delle foto della Piazza della Molinella che aveva 300 sedute ed era sempre piena. Ma così non la finiremmo più e anche in questo caso sarebbe un modo scorretto di ragionare, perché anche le foto possono essere (la comunicazione giornalistica e politica insegnano) possono essere “manovrabili” a seconda di quello che si desidera dimostrare. Quanto agli artisti, gli artisti fanno opere. Di che devono parlare? Ad ogni modo un evento che si è spento dopo 4 edizioni di certo non poteva avere l’ambizione di avere centinaia di migliaia di persone, dal momento che deve posizionarsi. Sono percorsi che si costruiscono nel tempo e chiunque lavori in questo ambito, chiunque organizzi manifestazioni lo sa. Il Festival di Faenza non ha mai dichiarato grandi cifre in termini di pubblico, ma solo ciò che era realistico, contando anche la partecipazione della città, con l’incremento che il pubblico ogni anno ha regalato, soprattutto nella terza edizione che tu dici sia stata quella peggiore e che invece, altra falla della tua interpretazione, è stata a mio parere la migliore, non tanto come numeri quanto in termini di partecipazione. Poi non te lo devi far piacere il festival, e tra l’altro non essendoci più non ci devi nemmeno più venire. Però parliamo delle cose con un minimo di cognizione di causa.

      Infine scusa Domenico, ricordo molto bene che nella mia rassegna c’era un pezzo da te firmato che raccontava il festival, dicendo che c’era “un folto pubblico di giovani” e che era stata una manifestazione “molto stimolante”. Quindi sono un po’ stupita…

  • Santa Nastro

    Caro Domenico, le stime non si fanno con le impressioni degli amici, ma con i dati. Quelli che citi (che lo staff del festival avrebbe divulgato) peraltro sono scorretti (ecco quelli corretti, se la memoria non mi inganna: 10.000, la prima edizione, quasi15.000 la seconda, 20.000 la terza e la quarta, per circa 200 eventi l’anno). Se dobbiamo parlare di foto, allora ti potrei portare l’esempio delle foto della Piazza della Molinella che aveva 300 sedute ed era sempre piena. Ma così non la finiremmo più e anche in questo caso sarebbe un modo scorretto di ragionare, perché anche le foto possono essere (la comunicazione giornalistica e politica insegnano) possono essere “manovrabili” a seconda di quello che si desidera dimostrare. Quanto agli artisti, gli artisti fanno opere. Di che devono parlare? Ad ogni modo un evento che si è spento dopo 4 edizioni di certo non poteva avere l’ambizione di avere centinaia di migliaia di persone, dal momento che deve posizionarsi. Sono percorsi che si costruiscono nel tempo e chiunque lavori in questo ambito, chiunque organizzi manifestazioni lo sa. Il Festival di Faenza non ha mai dichiarato grandi cifre in termini di pubblico, ma solo ciò che era realistico, contando anche la partecipazione della città, con l’incremento che il pubblico ogni anno ha regalato, soprattutto nella terza edizione che tu dici sia stata quella peggiore e che invece, altra falla della tua interpretazione, è stata a mio parere la migliore, non tanto come numeri quanto in termini di partecipazione. Poi non te lo devi far piacere il festival, e tra l’altro non essendoci più non ci devi nemmeno più venire. Però parliamo delle cose con un minimo di cognizione di causa.

    Infine scusa Domenico, ricordo molto bene che nella mia rassegna c’era un pezzo da te firmato che raccontava il festival, dicendo che c’era “un folto pubblico di giovani” e che era stata una manifestazione “molto stimolante”. Quindi sono un po’ stupita…

  • Cortese S.Nastro

    questi i tre articoli che ho scritto

    http://doattime.blogspot.it/2010/05/festival-dellarte-contemporanea.html

    X equilibarte
    Festival di Arte Contemporanea di Faenza.
    Anche quest’anno sono andato al Festival di Arte Contemporanea di Faenza, che si è svolto dal 17 al 19 Aprile 2009.
    La serie d’incontri era raccolta sotto il titolo “ on biennials TUTTO SULLE BIENNALI”, perfettamente appropriato per questi tempi di continua produzione di eventi “consumistici-culturali” e della prossima Biennale di Venezia, madre di tutte queste tendenze promozionali.
    Anche questa edizione, come la scorsa, ha visto una folta partecipazione di volontari e di un discreto pubblico. Lasciandomi trasportare dal folto programma, mediamente tre conferenze in contemporanea per tre giorni quasi ogni ora, per un totale di più di 54 appuntamenti. Di tutto questo io ho seguito questi:
    – Angela Vettese intervista Daniel Birbaum, incontro un poco troppo ovvio e noioso.
    – Fabio Cavallucci intervista Adam Budak, Hedwing Fijen, Barbara Vanderlinden, sul progetto Manifesta (l’anno scorso svoltosi qui in Italia, in Trentino) progetto molto ambizioso ma che pare non avere consistenza.
    – Pier Luigi Sacco intervista i curatori Giuliana Altea, Lorenzo Benedetti, Lorenzo Giusti, Paola Noè e il vivace Andrea Viliani. C’è un futuro curatoriale, speriamo che cresca!
    – Pier Luigi Sacco intervista al Museo Zauli la curatrice Gabi Scardi e Clarice Percori Giraldi, direttrice di Christie’s Italia, molto interessante le due diverse posizioni, una mercantilistica e una appassionata e approfondita conoscitrice del mondo dell’arte contemporanea.
    – Marinella Paderni intervista un Tomas Saraceno inizialmente addormentato ma poi appassionato e ricco di stimoli.
    – Adriana Polveroni intervista al Museo Zauli Luca Vitone, che parla con ricchi ed interessanti dettagli sulla sua esperienza alla Biennale di Sharjah.
    – Marco Carminati intervista Monique Veaute, che ci racconta tutti i dettagli costruttivi, ma non si sbilancia, sulla futura apertura ed allestimento della Punta delle Dogana che il collezionista François Pinault inaugurerà a Giugno.
    – Gian Ruggero Manzoni presso il Museo Zauli intervista i giovani artisti piacevolmente disincantati ma freschi : Massimiliano Fabbri, Chiara Lecca, Nero e Nicola Samorì,
    – Carolina Corbetta intervista Lara Favaretto che sornionamente cercava di mettere in discussione il suo fare artistico, in una discussione un pochino sospesa fra la confusione e l’incomprensione.
    – Angela Vettese che intervista Tania Bruguera, forse uno dei momenti più interessanti e intensi del Festival.
    – Michele Robecchi intervista Eva Marisaldi che con voce flebile ci narra del difficile fare creativo.
    – Milovan Faronato intervista una frizzante Liliana Moro che condivide la sua difficile esperienza e percorso nel portare a termine i suoi lavori alla Documenta del 1992.
    – Ultima intervista seguita quella di Angela Vettese a Cesare Pietroiusti, artista sempre ricco di pensieri e di autentiche ricerche per un rinnovo dell’arte.
    Sono state esperienze molto interessanti e in certi casi particolarmente autentiche ed intense. Come già l’anno scorso non ho gradito molto gli incontri in cui ci sono più di tre persone, in quanto diventano noiosi, poiché nessuno dei relatori può dare un approfondimento alle domande, riducendosi a risposte rapide e generiche, la durata degli incontri mediamente è di un’oretta, di cui quasi sempre il primo quarto d’ora si perde in ritardi e confusioni.
    Per il prossimo anno il titolo della rassegna sarà “Opere” .

    02/06/08
    E’ stato molto ricco di propositi il 1 Festival di Arte Contemporanea di Faenza, che si è realizzato dal 22 al 25 Maggio di quest’anno. Prevalentemente svoltosi con incontri e conferenze, a volte forse con troppi relatori per incontro, ma che ha saputo dare stimoli e riflessioni a questo particolare momento di attenzione alle arti visive contemporanee.
    I curatori della rassegna Carlos Basualdo, Pier Luigi Sacco e Angela Vettese, mi pare di aver capito, hanno scelto una linea di analisi delle strutture su cui il mondo dell’arte opera, lasciando volutamente i due punti estremi di questo processo: gli artisti e i collezionisti/pubblico, al di fuori, forse tema per prossimi incontri.
    La rassegna ha avuto una folta partecipazione di un giovanile pubblico, soprattutto dallo Iuav di Venezia e dall’Accademia di Milano, che hanno attentamente seguito i diversi e molteplici appuntamenti, ponendo interessanti osservazioni e domande.
    Iniziata con lo storico Dan Graham, quasi come esempio e punto di cambiamento di un modo di fare/agire nell’arte, si è proceduto seguendo i diversi elementi della “struttura arte contemporanea”, discutendoli dal punto di vista di chi organizza, seleziona e propone questi eventi.
    Molto alterni, per intensità e tematiche, i diversi appuntamenti nelle varie sezioni (fra le più interessanti sicuramente quella per i curatori e quelle sulle realtà dei “musei contemporanei” con le loro funzioni e responsabilità). Parecchio belli alcuni confronti ed esperienze anche se alcune volte il numero elevato di relatori non permetteva un approfondimento. Particolarmente interessanti ho trovato gli incontri al Museo Zauli, ricco di proposte e dinamicità, e il simpatico spazio Do, fresco e sereno nel suo proporsi. Fra i momenti che ho colto più intensi l’intervista ad Antoni Muntadas, per i difficili temi toccati da chi realizza l’opera d’arte da tutti gli altri poi gestita e utilizzata.
    Questa prima rassegna è stata sicuramente un importante occasione ricca di stimoli e approfondimenti, che spero siano di start per il miglioramento del sistema culturale artistico/organizzativo italiano, soprattutto nella sua qualità e autenticità.

    Il folto pubblico era come già accennato nel 2008, e confermo le miei impressioni, come confermo il fatto che 20.000 persone a Faenza nel 2010 non mi pare proprio di averle viste, ma forse facevamo orari diversi …

  • il giochino cifre organizzatori cifre questura. Ma a mio parere il problema non sono i numeri (anche se le 20.000 persone suonano strano…) quanto la componente di questo pubblico, che non è un pubblico vero ma fatto da: addetti ai lavori, loro amici, curiosi del posto e volontari dello iuav. Ma questo deve essere uno stimolo per fare meglio, non per litigare e chiudersi le porte in faccia.

  • In parte hai ragione, ma come dato di confronto ti posso portare quello delle presenze turistiche dato dagli uffici comunali o regionali, che riportano incrementi del +4/5% il che vuol dire 2.000/3.000 fra il 2008 e il 2009 con una flessione -2% fra il 2009 e il 2010.

    Giusto notare che parte del pubblico erano i così detti volontari, io non penso di litigare con nessuno, il fatto stesso che l’abbia frequentato per 3 anni vuol dire che sicuramente mi piaceva, volevo mettere l’accento sul fatto che l’organizzazione spingeva secondo una certa linea non così aperta e reale, secondo me motivo della diminuzione del pubblico.

    Ritengo che un’aperta al reale mondo artistico avrebbe avvattaggiato l’evento dando spazio a più voci e sicuramente ad una crescita dell’evento, ma forse mi sbaglio.

    Per cui mi rammarico per questa occasione che poteva essere un’opportunità per diffondere la passione per l’arte contemporanea.

  • Lorenzo Marras

    Doattime ma ti rendi conto ? opportunita’ per diffondere la passione per l’arte contemporanea? siamo alla frutta chazzo. l’oggetto che assorbe ogni cosa.
    La passione per la TV la passione per il footing la passione per la raccolta dei francobolli, e cosa altro poi?
    ecco LARTE CONTEMPORANEA è servita.

  • Scusa Lorenzo,

    ma non capisco dove vuoi arrivare con al tua osservazione,

    cosa intendi con “l’oggetto che assorbe ogni cosa”?

    Una passione, è un interesse che può svilupparsi, crescere,

    tanto più come nel caso del Festival quando puoi avere occasioni

    di approfondimento e conoscenza

  • Lorenzo Marras

    L’oggetto che diviene predominante , appunto , l’oggetto ARTE CONTEMPORANEA . Basta nominarla , basta che si dica , ecco a Voi questa è arte contemporanea (Non importa chi lo dica) perché ci si ponga di fronte ad essa con assoluta tranquillita’ , come di fronte ad un lago …calmo.
    Ma dico , se devo avere una passione che sia almeno coinvolgente e diretta (metto in guardia gli smaliziati eventuali). Ma l’arte contemporanea ,Gesu’, L’arte contemporanea piu’ che una passione … ….. UN PUNTO INTERROGATIVO PERMANENTE ?

  • Io ho sempre argomentato molto approfonditamente, sul blog, Flash Art, Artribune e tanti altri mezzi. Addirittura ho anche scritto articoli su Artribune, per esempio sulla Nonni Genitori Foundation, può leggere quì: http://www.artribune.com/2012/11/giovani-indiana-jones/

    E’ chiaro che se non ci si prende il tempo per leggere e approfondire ogni critica è banale e fastidiosa. Ma io ho sempre argomentato eccome; e non pretendo che la mia sia la TESI Verità, ma chiedo solo un’ANTITESI (mai arrivata, se non con offese generiche), per poi pervenire ad una SINTESI migliore della mia tesi.

    Ikea evoluta ha molto significato se si argomenta la banalizzazione della pratica artistica da parte di certi artisti. Ha molto significato, e lei lo sa bene.

    Non ho mai offeso NESSUNO. MAI. Ma ho ricevuto offese sulla mia presunta invidia, narcisismo, cattiveria o cose del genere. Le chiedo ancora una possibilità di collaborare serenamente. Non capisco il suo odio. Ma cosa le ho fatto?

    L

  • Pensavo di essere già alquanto scoppiatello ma vedo che sono in buona compagnia…

    d.o)))

    Mi rammarica il fatto che si continua a far finta di non capire che ci sono “teologi” (critici, curatori, pubblicitari etc.) che professano atti di fede nei confronti di certe “verità” (arte contemporanea come cultura) che in realtà non collimano con quelli di una vasta comunità di persone.

    “Teologi” che paiono seguire più influenze commerciali che propongono prodotti artistici da immettere sul mercato con abili azioni di promozione e certificazione/bisogno di “aurea artistica”.

    Cosa di per sé più che legittima, si investono dei soldi giustamente per averne dei ritorni, ma voler ammantare queste attività come cultura non mi pare più credibile.

    Penso che oggi molta dell’arte prodotta è da includere nei sistemi mercantili e non in quelli della fede o delle passioni. In quanto l’arte (contemporanea), ma non solo l’arte, ha perso il suo valore storico di rappresentazione culturale, espressa molto meglio da altri media: quali i video, film e la fotografia. Si tratta quindi sempre più di una filiera produttiva immessa per una commercializzazione con forti spinte “speculative”.

    Divertente notare che questi “teologi” da una parte manifestano il bisogno “elitario” di certe produzioni, che non hanno riscontro se non a posteriore quando vengono cucite seguendo gli eventi accaduti, o bisogno di successi “popolari” quando devono giustificare le spese di denaro pubblico, vedi i tanti momenti di arte contemporanea che hanno riscontro di pubblico pari a zero in proporzione al capitale investito.

    Ovvio che questa visione penalizzerà i tanti operatori che da anni agiscono in questa fascia di mercato ma è anche vero che questi non hanno saputo negli anni di grandi risorse, oramai alla nostre spalle, far cresce e diffondere queste loro “capacità”.

  • logo

    La Vettese non ce la fa a diventare MILF neanche con la parrucchetta rosa.

  • DSK

    Ritengo Vettese, nel suo relativizzare ogni valore, una teorica dell’anti-sviluppo.
    Il problema è che stiamo vivendo una crisi economica preoccupante e quindi è divenuto prioritario cercare di analizzare cosa non quadra nel pensiero dei teorici dell’anti-sviluppo, soprattutto quando hanno le mani in pasta in istituzioni pubbliche. Cosa che ho cercato di fare in vari interventi, tra cui questo: Vettese contro lo sviluppo.

    http://tranqui2.blogspot.it/2012/07/vettese-contro-lo-sviluppo-lobby-vs.html

  • Lorenzo Marras

    Daniele falla pubblicare da Artribune cosi’ che rimanga di monito ai presenti ed ai ancora non nati (i troppi).

  • Ritengo la Vettese una che predica bene e razzola male,

    ma che si veste sempre perfettamente,

    potrà bastare come performance artistica contemporanea?

    x DSK

    Volevano fare una cosa del genere con la Biennale togliere i padiglioni nazionali, idea oramai vecchia secondo alcuni, per fortuna che non l’han fatto perchè diventava l’ennesimo calderone, uguale a tutte le altri biennali sempre più noiose e ritrite.

    Forse proprio ora che c’è una massificazione dell’arte, un certo pacchetto di artisti in tutti i musei di arte contemporanea del mondo, la riscoperta della nazionalità può portare freschezza e diversità..

    ma questo ovvio a chi deve promuovere i propri finanziatori non va tanto …

    Non capisco se non gli va bene lo statuto della BLM si dimetta e lasci spazi a chi crede a queste volontà del lascito…

    In fondo se una tipa ha deciso di lasciare palazzi e denari suoi per una cosa che gli garbava perchè cambiarla…

    anche da morti non c’è pace…

  • max_du

    vette sempre alte per la madrina dell’arte contemporanea, tutti la criticano tutti la vogliono

  • DSK

    Le tesi di Vettese sono qui come altrove viziate da un assunto provocatorio-dissacrante. Con tante contraddizioni. Ad esempio quando in “L’arte contemporanea”, scrive:
    “L’opinione corrente tende a identificare l’arte contemporanea con l’astrazione, ma sarebbe un errore pensare che abbia abbandonato la figurazione. Al contrario, come abbiamo visto, quest’ultima ha continuato a rimare viva”.
    Ma a pag 103 leggiamo “Noi crediamo di capire l’arte antica perché presenta più figure dell’arte contemporanea. (…) Non basta il catechismo, che peraltro un cinese non conosce: occorre un po’ di teologia, note sul rapporto tra artisti e committenti, qualche nozione storica”.
    Eppure il medesimo errore di pressappochismo nel sovrapporre la figurazione e la storia sacra al contemporaneo riaffiora a pag 52: “L’effetto di spaesamento e di elevazione dell’anima che si voleva ottenere con le cupole del Cristo Pantocratore in mosaico, con il fondo dorato e luminescente, non è incompatibile con ciò che ha cercato di realizzare Don Flavin”.
    Su Vezzoli, pag 55 – “Francesco Vezzoli è riuscito a convincere molte celebrities di Hollywood a girare per lui, con la guida del regista Gore Vidal, una sorta di trailer di un film dedicato a Caligola. (…) Tutti questi filmati parlano con una libertà che nessun film da distribuire nei cinema potrebbe mai sopportare”.
    Occorre essere un cinefilo per conoscere “Io, Caligola”, film dalle difficili vicissitudini produttive, in parte girato da Brass, con la sceneggiatura di Gore Vidal?
    A pag 23 compare Carolyn Christov Bakargiev “Forse non abbiamo più bisogno di parlare di “arte contemporanea”, e qualcuno come la curatrice di dOCUMENTA (13) CBB, potrà ritenere che si tratti di una categoria tipica del XX secolo” – infatti ha fatto ridere il pianeta con la sua attitudine di volersi sostituire ad artisti e opere facendo la pin-up da museo con la mimica dei venditori di padelle TV.

  • Non sono i singoli paragrafi quanto il grande problema della complessità dell’arte e la sua giustificazione contemporanea,

    oggi che senso ha mettere in discussione dei produttori di immagini in un linguaggio astruso quando altri sanno farlo benissimo in modo diretto?

  • DSK

    doattime – sai ke penso del dialogo Vettese – Dal Sasso? Non potrebbe esistere migliore esempio di minuetto accademico di buone maniere. Dal Sasso porge domande con mano guantata, evitando attentamente ogni posizione dialettica e qualsivoglia obiezione.
    Siamo dalle parti dell’estetica da salotto. Niente di più lontano dalla la bassa cucina del fare arte, quella vicina all’esperienza del quotidiano. Ma proprio essa fa da verifica a tante fumose teorie buone sulla carta, deboli alla prova dei fatti, in quel momento in cui anche il critico viene chiamato come noi artisti a far quadrare i conti, conti che spesso non tornano. Partendo dalla premessa che il rimosso e l’omissione delle polemiche sulla sua discussa figura di critica condizionano la gran parte degli argomenti, ci troviamo ad inseguire il suo schematismo nel relativizzare ogni valore e ruolo, entriamo nel dedalo di una congerie di dati, citazioni altisonanti utilizzate per nascondere le solite contraddizioni.

  • Non penso

    ognuno di noi è libero di far crescere e dare spazio alle proprie idee,

    forse proprio saper guardare oltre e costruire possono essere i giusti stimoli da attivare,

    processo che ad esempio trovo pieno riscontro nelle diverse mie attività,

    ma penso lo stesso di quel vasto universo di artisti, critici, operatori vari che esistono sul nostro territorio e non hanno capacità di unirsi per dar voce alla moltitudine esistente,

    ecco sarebbe costruttivo che un sito come Artribune tentasse questa idea di spazio,

    dare ospitalità, come a volte già fece,

    al territorio italiano,

    un pochino uno slowart …

  • DSK

    doattime scusa se ritorno al tema del topic – ma a me interessa.
    In un saggio critico (anche divulgativo) tutto è importante. Paragrafi, tesi, idee, grandi temi (come dici tu) ecc…

    “Noi crediamo di capire l’arte antica perché presenta più figure dell’arte contemporanea. (…) Non basta il catechismo, che peraltro un cinese non conosce: occorre un po’ di teologia, note sul rapporto tra artisti e committenti, qualche nozione storica” è una asserzione estremamente rozza, malamente formulata come se la scrittura visiva di cui esse si compongono non contasse nulla.

  • Franco

    “Noi crediamo di capire l’arte antica perché presenta più figure dell’arte contemporanea..”

    Questa esigenza di assoggettare al pensiero ogni approccio all’arte è riduttiva:Denuncia un’incapacita di abbandonarsi alle immagini in assenza di un giudizio.Testimonia una volontà di controllo,di razionalizzazione e analisi che, perquanto necessaria agli storici/critici ,
    finisce con lo spogliare ogni immagine della sua stessa “pericolosità”.
    Non sarebbe quella pericolosità utile all’uomo,prima ancora che all’artista e/o spettatore, per liberarsi da un agire dominato dal Logos,in un orizzonte il cui unico senso è disegnato dalla razionalità e dalla tecnica che tutto governa ?
    Puo l’arte coltivare uno spazio dove abbandonarsi al non-governabile,non-nominabile, o dobbiamo rassegnarci alla dittatura imperante del pensiero,che annichilisce ogni esigenza che lo voglia eludere ?

  • michele

    Non è detto che il pensiero sia sinonimo di ragione. La dittatura della mente non è per forza dittatura della logica.

    • Arkadij

      Ma come farà l’arte ad avere un primato su tutte le campiture wordpress.com ?

  • DSK

    Altre amenità dal saggio-groviera “L’arte Contemporanea”
    pag 103 “Qualcuno può obiettare che l’arte antica ci offre un’emozione più immediata. Cosa falsa nella maggior parte dei casi, tranne che per qualche dipinto che descrive stati d’animo molto basici: la maternità, l’amore coniugale, lo stupore per la bellezza di un viso. Alzi la mano chi non si è stufato visitando un museo di arte antica nelle sale in cui non c’erano capolavori già noti”.
    Leggendo passaggi di questo genere viene logico domandarsi se la scrivente ami davvero l’arte.
    Sembrano scritti sorretti da un’irrazionale, fanatica avversione per tutti quei fenomeni delle arti visive che non rientrino nella sua specializzazione.
    1 sapere specialistico nella sua declinazione più elementare e rozza.

  • Sula saggio-groviera “L’arte contemporanea” #2 – Già i primi capitoli esordiscono condensando opportunamente in poche battute i consueti pregiudizi critici. Nel riportare cinque edizioni consecutive del Padiglione Spagna della Biennale, tra le metafore di installazioni e progetti collettivi, ecco l’unica opera di cui non viene spiegato il significato: “nel 2009 Barcelò ha esposto grandi quadri di stampo neoespressionista, molto apprezzati da dal mercato e dalla critica più conservatrice”. Quando c’è di mezzo la pittura Vettese sembra sospendere le sue capacità cognitive. Cosa rappresentavano i lavori di “stampo neoespressionista” di Barcelò? Ullellè-ullallà faccelo sapè – faccelo spiegà!
    Del resto, possiamo immaginare un atteggiamento più conservatore dello scegliere la Biennale di Venezia come esempio di “quanto gli approcci all’arte possano essere diversi”? Alla Biennale da un artista ci si aspetta ormai obbligatoriamente il “nuovo” istituzionalizzato.


  • Sul saggio-groviera “Arte contemporanea” di Angela Vettese (Il Mulino) >>> trovi 1 buco in ogni pagina.

    http://tranqui2.blogspot.it/2013/04/il-saggio-groviera-larte-contemporanea.html

    attenzione è 1 post in progress (testo in via di stesura…), lo segnalo nuovamente pké ha cambiato link…

  • franco

    Cara A.Vettese

    se mi trovo in accordo con lei quando dichiara

    AV: Non condivido la definizione di artista che soggiace a questa sua considerazione. A mio avviso artista non è chi attira l’attenzione, ma chi sa rendere forma un pensiero e sa farlo in un corpus di opere coerente. Se l’arte visiva fosse “semplice” comunicazione, i politici sarebbero gli artisti migliori, perchè costruire il consenso significa soprattutto sapere comunicare.
    LR: Uno stimato gallerista italiano mi ha confidato che oggi le opere sono degli standard e quello che conta solo le relazioni pubbliche e private che possono sostenere l’opera di turno. Quindi mi sembra che gli artisti debbano effettivamente vestire i panni del politico e del PR.

    il problema del cambiamento di linguaggio dell’arte,e il post-strutturalismo e la contaminazione in un ambiente culturale come l’italia che ha fatto fatica ad unificarsi e confrontarsi.il famoso post-moderno non ha alimentato la cultura alta italiana ma solo il trash e ha ragione chi vede non compresi abbastanza i movimenti di transavaguardia etc etc,poiche’ culturalmente l’italia in quegli anni e’ ancorra a comprendere l’arte povera,e molta italia non aveva capito ancora l’informale .il pubblico cara Angela non esiste piu’ per le mostre d’arte a meno che non siano kermesse,che non ci sia qualche star.Questa cosa e semplicemente cosi’:interessa di piu’ un calciatore od una velina rispetto ad un nuovo artista che sinceramente fallira’ entro pochi secondi.L’aggancio sociale ed alla vita dell’arte andava benisimo e funzionava in un mondo che aveva quellle idee a giro in molti strati della societa’.Oggi come oggi o si torna all’arte pura nel senso coscienziosa,retta,di avanguardia,incomprensibile ai piu’,o per gioco forza se accettiamo quella socialita’ e quella comunicazione avremmo sempre piu’ questi problemi di non comprensione o di limiti i che si spostano sempre di piu’ a favore della comuinicazione e del mercato,insomma del consenso e della forza persuasiva ,tralasciando ovviamente il discorso dela verita’,o dell’arte.penso a Perniola,penso a Berger a bataille a raimbaud a breton a klossowsky penso a quel passato e a quel poco di presente che mi piace.lancan,delleuze,guattari, penso ad hal foster e alla krauss.penso che abbiamo le conoscenze per guardare al passato ,prendere le cose migliori e riproporle in maniera diversa,poiche’ le forme forse non sono platoniche ma nemmeno assenza di queste.io sono sinceramente per una arte politica la’ dove la politica tenta di fare l’economia e il marketing e sono per una arte del pensiero e non dell’idea fine a se stessa la dove la maggior parte dell’arte si preoccupa di essere consumata come un gelato nemmeno artigianale o di interessare le persone solo se diventa un future del mercato finanziario,
    ciao a tutti