“Sono anch’io uno studente di Garutti”

Morbelli, Previati, Segantini battono Cataldo, Berti, Beretta: fosse una partita di basket a tre andrebbe ancora bene. Peccato si tratti di arte, e in questo campo i nostri contemporanei soffrono, scomparendo sotto l’ombra dei giganti. Riflessioni aperte e conclusive attorno alla mostra “Fuoriclasse”.

Fuoriclasse - Luca Bolognesi

Sono anch’io uno studente dell’Accademia di Brera e ho partecipato, anni fa, alle famose lezioni di Alberto Garutti, quelle dove da vent’anni i giovani diplomati passano per scoprire se sono o meno delle promesse dell’arte contemporanea. Per questo sono corso ansiosamente alla Galleria d’Arte Moderna di Milano per vedere i lavori dei miei vari ex compagni di scuola – alcuni oggi stelle internazionali – raccolti in una mostra collettiva con l’intento di far conoscere i frutti di quest’esperienza didattica così particolare. E nel frattempo mi maledicevo per aver mancato quell’occasione d’oro quando, chissà perché, ho deciso di non seguirne l’esempio, non “attaccandomi” – intellettualmente e fisicamente – al nostro comune professore.
Fra biennali, mostre intercontinentali, progetti di residenza e docenze, riconoscimenti internazionali, la lista delle stellette conquistate sul campo dai miei compagni è davvero lunga. Dunque non per nulla viene celebrato il lavoro “maieutico” di un docente sui generis, capace di stimolare nella maniera corretta e più adeguata i futuri giovani artisti che negli anni gli sono capitati fra le mani. Pur non stracciando pagine di vecchi manuali di letteratura come il rivoluzionario John Keating dell’Attimo fuggente, anche Garutti in aula sembrava voler distruggere il pensiero da soffitta, ottocentesca e di maniera, che ancora nel nuovo secolo viene professata in molte parti della nostra polverosa accademia. Quell’odiosa “pittura da cavalletto” doveva far posto alle vertigini di poetiche nuove, dove l’Arte avrebbe soddisfatto un criterio diverso da quello del puro e semplice “fatto bene”: scremando i contenuti didascalici e le formule descrittive, si sarebbe manifestata magicamente per evocare, farsi parte del presente, raccontare la contemporaneità.

Fuoriclasse – Santo Tolone

Se fosse ancora vivo, Antoine de Saint Exupéry avrebbe annuito e benedetto questa concezione dell’Arte, lui che da bambino disegnava boa intenti a mangiare elefanti e che adulti disincantati scambiavano per dei semplici cappelli.
Eppure, visitando le stanze di questa magnifica Villa Reale, fra gli ori e gli arredi, nello scintillio dei lampadari di cristallo, nei quadri di un secolo fa lucidi d’olio, il lavoro di questi giovanotti si disperde, è un profumo all’acqua di rose, un fiore reciso buttato in un prato, un ornamento casuale per disturbare l’ambiente. Forse il curatore Luca Cerizza non ha ben selezionato, forse la sede espositiva è una scelta infelice, ma non c’è n’è: se l’arte è indiscutibilmente arte, se la bellezza è comunque bellezza, se cerchiamo la gioia, se amiamo la contemporaneità, perché mi tremano le gambe di fronte alle mense ottocentesche ritratte da Morbelli, perché le scene contadine di Segantini mi spalancano la bocca, perché ho le lacrime agli occhi per la Milano nebbiosa di fine secolo dei quadri di Sottocornola? Mi viene da pensare: questi sono pittori giganteschi, ci parlano ancora, dividono il colore e aumentano la luce, e lo fanno prima di tutte le guerre mondiali, prima di tutti i totalitarismi, prima di tutte le crisi; eppure mettono a fuoco il crepuscolo, le fragilità, le nostalgie di una fine secolo che assomiglia all’inizio del nostro. Sta qui la loro grandezza? Nell’attualità del loro messaggio, nella carica struggente del loro segno? Beh, sono sicuramente qualità straordinarie, e sono queste le caratteristiche dell’Arte: e allora, non abbiamo il diritto di ritrovarle e sentirle anche attraverso gli oggetti del nostro tempo, facendoci suggerire dalla maschera di Tuttofuoco, dalle tende rotte di Grimaldi, dai giochi di Favini le pulsioni di questo duemilaedodici?

Fuoriclasse – Giulio Frigo

Il credito guadagnato li ha mandati in orbita e il loro prestigio e le loro quotazioni pure, ma questi “garuttini” – come qualcuno con una buona e velenosa dose d’ironia chiama gli artisti generati dal cilindro di quest’architetto brianzolo – non riescono nemmeno alla lontana a reggere il confronto con i loro predecessori. Fanno arte, e s’aspettano i giusti riconoscimenti. Espongono nelle gallerie, e s’attendono il pubblico. Ma gli manca l’educazione alla bellezza. C’è qualcosa che non va, che non torna, e come tanti, come molti di noi, non se ne accorgono, indagano nuove forme espressive ma non si esprimono per novità.
Così, dentro a un qualunque museo, soccombono. E a me viene voglia di dare ragione a Oscar Wilde quando, parlando degli Impressionisti, disse: “Non hanno aperto gli occhi ai ciechi, ma almeno hanno dato un grande stimolo ai miopi”.

Max Mutarelli

Milano // fino al 9 dicembre 2012
Fuoriclasse
a cura di Luca Cerizza
GALLERIA D’ARTE MODERNA DI MILANO – VILLA REALE
Via Palestro 16
0288445947
[email protected]
www.gam-milano.com

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Max Mutarelli
Massimiano Mutarelli nasce nella primavera del 1977 a Lambrate, quartiere storico di Milano. A vent’anni, con l’iscrizione all’Accademia di Brera, corona il sogno di poter entrare nel magico mondo dell’Arte. In realtà è un periodo turbolento, sospeso fra gli esami ed i primi lavori da redattore, di giorno, e di barista, la notte, ma nonostante tutto riesce a prendere quelle poche gocce di splendore che l’accademia riesce a regalare: grazie ad Alberto Garutti ed a Francesco Poli affina le proprie conoscenze intorno al cruciale mondo dell’arte contemporanea, mentre continua a scrivere per alcune testate sul web. Laureatosi in Arti Visive con una tesi sul rapporto fra politica e fascismo, dopo un master in pedagogia dell’arte sta cercando di concludere il suo percorso di studi specializzandosi in Discipline artistiche ed archeologiche presso l’Università di Verona, sempre alternando i libri alle docenze occasionali in vari master universitari, alle collaborazioni con riviste ed alla gestione di un noto pub all’avanguardia
  • eva

    Purtroppo sono d’accordo. Ma la mostra del maestro non è che sia molto più ispirante.

  • vorrei sapere quali sono i parametri per parlare di “stelle internazionali”. Il problema è che oltre le celebrazioni italiane questi giovani studenti spariscono rispetto la scena internazionale. Una scena che, a sua volta, vive una crisi del linguaggio. Esattamente come emerge dalle opere della mostra fuoriclasse che vorrebbero scimmiottare un vago e zoppicante mainstream internazionale.

    • un critico italiano

      Condivido in pieno

    • Maurizio

      Ahahahah stelle internazionali!!! Che ridere! Ho visto la mostra, faceva schifo ma mai quanto quella di Garutti al pac. Comunque questi artisti non se li fila nessuno.

  • ma quali promesse, ma quali talenti, ma quali artisti riconosciuti a livello internazionale!? paola pivi è un clone anonimo, favaretto idem. e sono i due casi messi meno peggio. max hanno tentato di farti il lavaggio del cervello in quell’aula, meno male che hai capito in tempo. ha ragione anche eva, il maestro non è tanto migliore. per favore finiamola di prendere in giro la gente, che non è stupida. a casa tutti.
    paola

    • Maurizio

      Paola pivi e Lara fava-retto sono più accademiche di un quadro sul cavalletto.

  • andrea bruciati

    articolo leggero ed intelligente

  • rossa

    nostalgia, nostalgia canaglia!!!

  • Angelov

    Artisti al guinzaglio in una città dove è praticamente impossibile andare oltre il concetto di “Arte-Applicata”.
    Scultura design diorama stand fieristico scenografia grafica pittura pubblicità decorazione … tutto fa brodo.
    E a mezzanotte, tutti a letto.

  • diego

    ottimo articolo. un po’ di sana critica finalmente, educata e ferma.

  • Giulia

    Condivido, caro Max. Io non sono giovane, ma conosco il lavoro di Garutti da trent’anni e non ho mai pensato che fosse un artista e forse nemmeno un maestro d’accademia, e forse nemmeno un critico o un organizzatore di eventi o di stages o di residenze.
    Garutti è solo uno di quei nomi in cui troppo spesso si inciampa chi si occupa d’arte ed è proprio perchè conosco il suo lavoro da prima che cercasse nei suoi giovani studenti un po’ d’ispirazione che, per citare il solito Moretti, mi viene da dirgli … Garutti, perchè non ci fai vedere qualche bel lavoro?

  • L'”odiosa pittura da cavalletto” sta tornado alla grande, anche fra i tanti che l’avevano dileggiata, forse perché tiene il mercato.

    Penso anche che ci sia un ritardo dei tanti artisti rivoluzionari e innovativi che non hanno scelto le nuove tecnologie, troppo impegnative, e preferisco dondolarsi nel piacere speculativo, motivo per cui l’arte oramai non rappresenta che se stessa, con un forte ritardo sulla cultura contemporanea.

  • Si tratta di proporre progetti ed opere consapevoli, la pittura è la seconda via (la prima è un pop intimo, personalizzato e fluido) perchè è consapevole del proprio anacronismo e dei limiti della tela.

    Garutti e la una certa rete di sostegno esterno (gallerie e curatori) hanno creato forse in buonafede un clan chiuso che ha disincentivato e mortificato la scena italiana degli ultimi 15 anni. Questa dinamica è molto grave e ha ostacolato gli stessi garuttini. Non si capisce perchè in un paese come l’Italia il sistema dell’arte debba essere impermeabile al giochino delle raccomandazioni e della mafia da cortile.

  • Asbesto

    Bravo Max!
    Artribune ricomincia a mordere!

  • Giampaolo Abbondio

    Artribune così può fare strada, mi piace.

  • Pier

    Se Arttribune vuole ritagliarsi uno spazio di credibilità credo che faccia bene a pubblicare questo genere di articoli, che dimostrano come in arte non esista il “pensiero unico” anche se si tratta di artisti come Garutti consacrati, ma che non reggono minimamente la scena internazionale dell’arte

  • Marianna

    Concordo con Max. Finalmente qualcuno che osa mettere in dubbio il maestro! Sono stata anche io sua studentessa a Venezia, e per molto tempo ho creduto nella sua validità come artista e insegnante. La sua retorica oggi mi annoia, e mi disgusta lo stuolo di cloni che ha prodotto negli anni. La vera arte è altrove.
    Grazie Artribune che ti sei fatta portavoce del dissenso!

  • Max Mutarelli

    Mi fanno indiscutibilmente piacere i commenti favorevoli alle mie osservazioni sulle debolezze di questa mostra: purtroppo, però, temo di non essere stato davvero chiaro. Dai commenti dei lettori traspare infatti una mia supposta posizione apertamente critica nei confronti di Alberto Garutti, nei confronti del suo insegnamento, nei confronti della sua poetica e della sua arte. Niente di tutto ciò, davvero. In realtà non ho ancora preso una vera posizione nei suoi confronti, che certo è una persona normale, ed è dunque criticabile. Semmai la mia riflessione sulla parata dei “Fuoriclasse” vuole condividere l’amarezza per delle scelte curatoriali infelici, lontane dal mondo reale e troppo vicine all’artificiale sistema dell’arte contemporanea; vuole sottolineare il paradosso di come ad una buona semina non sia sempre seguito un buon raccolto, con truppe di giovani artisti famosi per i loro lavori sciatti e dal respiro corto accolti sempre più spesso da palcoscenici prestigiosi; vuole mettere in evidenza infine come alcune mirabili aspettative siano state “disattese” nel tempo: si tratta, alla fine, di dare ragione al Cristoforo Colombo di una celebre canzone di De André, quando dice: “Non regalate terre promesse a chi non le mantiene”.
    Tutto qui.
    MM

  • L’articolo è interessante, ma io ricordo un post su whitehouse datato primavera 2009 sul medesimo argomento e almeno due articoli su flash art nello stesso anno, cercate quì:

    http://www.whlr.blogspot.it/2011/11/question-time-flash-art-italia-ottobre.html

    Gli articoli parlavano di come in italia esista una dittatura di pochi che regala illusioni e delusioni da almeno 15 anni.

    Di come sia necessario regalare queste illusioni per giustificare l’iscrizione a Brera o IUAV…di come appena usciti da tali scuole, per alcuni -ormai sempre più difficile- ci sia un corsus honorum preparato a prescindere attraverso la vicinanza di due curatori e un gallerista….e di come il giovane, come un tronchetto sacrificale, sia ripetuto 100 volte solo in italia per poi quindi bruciarsi….il giochino regge solo perchè la nonni genitori foundation offre un servizio di ammortizzatore sociale….

    ieri marisaldi, perrone, tuttofuoco, pivi, favaretto…poi frosi, grimaldi..poi rubbi tadiello….

    La cosa buffa è che questa dittatura non funziona neanche, e disincentiva e mortifica ogni alternativa linguistica arrivando ad avere tanti cloni, tante sfumature dello stesso artista…

    ma dove eravate voi ex studenti in questi quattro anni? :)

    • Maurizio

      Finché stanno dentro un sistema non potranno mai produrre arte autentica.

  • Max Mutarelli

    caro Luca
    Come sai, visto che ogni tanto trovo i tuoi commenti d’approvazione sotto le mie recensioni, neanch’io sono molto “tenero” con molti artisti della mia generazione, alcuni dei quali li ritengo davvero sopravvalutati. Eppur non parlo mai del sistema, dei suoi meccanismi, delle sue trappole, più che altro perché non lo conosco così bene, e di certo non perché lo temo o perché si tratti di “Intoccabili”. Piuttosto io guardo sempre e solo all’Arte ed a tutte le sue declinazioni; a me interessa capire chi è davvero un artista tout court, e chi solamente – si fa per dire – è un buon pittore, un bravo scultore, un divertente fotografo. Anche in questo caso, nel caso della mostra “Fuoriclasse”, le mie perplessità nascono da questa mancata distinzione. E nascono anche dal fatto, lo ammetto, di non essere riuscito a salire su quel treno nonostante creda di avere gli stessi numeri e nonostante mi sia diplomato con Garutti. Ma forse sopravvaluto anche me.
    MM

  • ti assicuro che quello è un treno fermo. Che vita è quella del burocrate creativo sempre alle dipendenze del curatore o del gallerista? Senza un lavoro forte (perchè coltivato senza contraddittorio vero) e sempre precario? Perchè anche se la Nonni Genitori Foundation paga, che persone possono essere degli eterni peter pan,semmai mantenuti tra Milano e Berlino? Persone votate all’arrendevolezza.

    E anche io guardo alle opere e solo alle opere. E non colpevolizzo i garuttini ma l’assenza colpevole del sistema attorno. Il problema è l’assenza di critica intorno. L’assenza responsabile di una critica e di una curatela. Critico il NON Bonami, la NON Vettese, il NON Rabottini, il NON Di Pietrantonio, il NON Cerizza, il NON Pietromarchi, Il NON NON Maraniello, il NON Gioni…..questa è quella classe di traumatizzati (per via di un ‘italia che ha sempre osteggiato il contemporaneo) che una volta raggiunto un posticino all’ombra non avevano, e non hanno, più nessuna voglia di pensare agli artisti…..

  • Bell’articolo con riflessioni interessanti. A mio modesto avviso in mostra ci sono opere che non rappresentano il meglio di ciascun artista.
    Garutti come artista e’ fuori discussione, e sostanzialmente inattaccabile. Pero’, cosa grave per un insegnante, la mostra svela come Garutti abbia agito da plagiatore nei confronti dell’agire artistico di molti dei suoi allievi, vittime dell’idea di concepire l’opera solo come progetto logico-razionale, come risposta meditata e riflessiva rispetto ad una “questione” specifica o alla stessa realtà. L’opera invece può essere anche un animale da ammansire o da spronare, un beffardo salto nel buio di un acrobata o qualsiasi altra cosa, e non un’autopsia del mondo… Forse mi sbaglio ma pochi gli hanno resistito e hanno trovato una strada davvero personale. Cosa che tra l’altro si era già vista a Venezia con Vedova e i vedovini, che sono stati tutti spazzati via dal tempo.

    • Ottimo commento (come sempre Daniele!) ad un buon articolo. C’è in quello che dici una profonda e triste verità : molto raramente un “vero buon artista” riesce ad “allevare” dei discepoli o studenti che arrivino veramente ad eguagliarlo o superarlo… a meno che l’allievo non sappia “staccarsi” dal maestro e far tesoro del l’insegnamento ricevuto per usarlo, solo quale “strumento”, in una sua ricerca autonoma ed originale che superi o addirittura “confligga” o, nel minimo prescinda da quella del maestro.
      Il non saper o non voler tagliare il cordone ombelicale porta alla morte del nascituro.
      Trovo molto interessanti, a questo proposito, anche gli interventi successivi di Max.

      • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

        Caro Luciano, Veramente, qui siamo a discutere di allievi di Garutti…, non certo di allievi della bottega di Verrocchio! Mi viene in mente Leonardo da Vinci che senza perdere troppo tempo superò il suo maestro! Quello del “maestro” è un ruolo che generalmente esprime un potere per definizione, dal momento che egli riveste una posizione autorevole all’interno di un’ Istituzione pubblica o privata.

        Spesso il “maestro” di una scuola d’arte o di una Accademia è soltanto un guardiano, un custode del suo linguaggio che vuole tramandare a tutti i costi ai suoi discepoli. Invece l’artista è molto di più: è quello che cerca nuove strade, non battute, è quello che dà al linguaggio nuova linfa, un’altra visione delle cose che le rimette al mondo e le fa durare nel tempo di più. Direi, un nuovo artista che si distingue dal linguaggio del suo maestro.

        E quando ad esempio si dice “allievi del maestro”, lì emerge esattamente il limite dell’allievo-artista, il bisogno sostanziale, tutto artistico di elevarsi dal maestro e di ritrovare altrove il propio linguaggio. Ma qui si aprirebbe una discussione troppo lunga.

    • pietro c.

      concordo con la sua riflessione. ciò che si è verificato è una corrispondenza totale tra metodo d’insegnamento, apprendimento e di sviluppo della ricerca. ovvero questi artisti non hanno mai cessato di essere studenti, e non dico seguaci, ma studenti. come se anche a 40 anni aspettassero di fare la verifica di fine semestre con garutti.

  • dust

    Capra, stupisce che a scrivere questo commento sia proprio lei, che spesso avalla, con le sue scelte curatoriali, il bolo di questi garuttini. E non capisco perché Garutti stesso debba essere “fuori discussione”: parliamone invece. O non si può toccare sua maestà? Inoltre, lei gli attribuisce un potere mefistofelico nei confronti dei suoi allievi: accipicchia! Dobbiamo dedurre che questi allievi siano burattini-bamboccioni incapaci di servirsi del libero arbitrio? E allora, anziché dar loro premi e visibilità, perché non stroncarli sul nascere?

    • Maurizio

      A me Il lavoro di Garutti non mi sembra così inattaccabile. É un artista minuscolo e lo sanno tutti.

  • Caro Dust,
    quello che tu chiami “il bolo” è il frutto delle posizioni di prestigio che Garutti gode nel sistema italiano, e fa bene lui a dare una mano agli allievi che ritiene meritevoli, il che lo ne fa un insegnante responsabile. Il problema è piuttosto che nel nostro sistema c’è quasi solo lui, e nessun altro è in grado seriamente di contendergli la posizione. Quanti artisti che insegnano nell’accademia hanno realmente promosso i propri allievi? Troppo facile solo sparare su di lui. Gli altri “concorrenti” dove sono? Erano forse impegnanti a far carriera o pararsi le terga, come spesso scrive Luca Rossi?

    Per quanto riguarda l’altra tua domanda sappi che non ho mai lavorato con nessun artista di cui non stimassi la ricerca, e non ho mai chiesto a nessuno di chi fosse allievo o amico. Non mi interessano i pedigree nè l’alta genealogia, quanto piuttosto le idee, la passione, la bravura. E non ci crederai: a lavorare con artisti bravi (indipendentemente dalle parrocchie) ci si guadagna, umanamente, intellettualmente, professionalmente.
    Penso che tra gli allievi di Garruti ci siano artisti bravi e meno bravi, e probabilmente i più bravi sono quelli che hanno “ammazzato il padre”. Non molti lo hanno fatto, ma i migliori sì.

    • Condivido. Il problema Garutti è dato dal fatto che essendo il solo caso in italia, si tende a creare una “MAFIA GARUTTI” quasi involontaria…ho scritto questa cosa nel 2009…attirandomi molte critiche. Questo fa il male degli stessi garuttini che nel migliore dei casi diventano comparse della scena internazionale…soprattutto in una fase di profonda crisi linguistica….anche se molti curatori – per continuare a lavorare- non lo possono ammettere o vedere…

      Non solo i garuttini sembrano tante sfumatura dello stesso artista….ma fuori dall’aula di Garutti non trovano alcun confronto critico che possa renderli più robusti. Alberto Tadiello è un esempio estremamente significativo in questo, purtroppo per lui.

  • Cristiana Curti

    Credo sia stato assai meritorio – in una città come Milano, solo fintamente innestata sul Contemporaneo – mostrare al pubblico l’esistenza di una “scuola” e di un Maestro che presenta il lavoro dei propri allievi, i quali, nella maggior parte dei casi, hanno qualche ragione di essere apprezzati e non sono affatto dei fantocci al seguito di un Mangiafuoco. Ci vedo un tentativo (politico? sociale?) di far comprendere come l’arte contemporanea non sia frutto di una casualità socio-economica (= “tira” quindi si espone, ora che “tira”). E l’operazione, sotto questo aspetto, meriterebbe un apprezzamento anche solo per il tentativo di educare, per una volta, e non soltanto “imporre”. Di fatto il pubblico è (stato) indotto a concentrarsi sul concetto di “scuola” e di “tradizione” e sul significato che questi termini possono avere oggi; per quanto mi riguarda, non può essere che un bene.

    Tralasciando il parere personale sia sul magister sia sui suoi discepoli, a me pare che l’articolo focalizzi anche (anzi, per la verità tragga sostentamento da) un tema che non a caso è evidenziato nel commento al titolo: l’incompatibilità fra un’opera contemporanea e un sito che non riesce a “tollerarla”, ovvero un Museo di Arte Moderna (qui, poi, solo del XIX secolo) fra l’altro sede di un antico Palazzo Reale di straordinaria eleganza e composta sontuosità.

    Ciò mi ricorda due fatti di simile natura “concettuale”: la forzata esposizione da parte di Bice Curiger dei teleri del Tintoretto alla Biennale 2011 per conferire un incipit grandioso ma senza alcun senso a una sala in particolare e a una mostra in generale piuttosto deludente; l’esposizione delle rutilanti opere murakamiane nella reggia di Versailles che fece sobbalzare d’indignazione più di un visitatore, purista o meno.

    Premetto che io non credo affatto che un’opera antica (un sarcofago egizio, poniamo) debba per forza “dialogare” (come si dice con enfasi oggi) con una contemporanea (uno scolabottiglie, ad esempio) senza che davvero non si patisca uno scarto intellettuale e stilistico che è diffcile ricomporre se non a prezzo di profondi e motivati intendimenti. A meno che non si sia nel tinello di casa, dove la bambola pizzuta souvenir del viaggio in Russia può stare benone di fronte a un Perilli del ’59, se così va al proprietario…

    Ciò significa che il “contesto”, che lo si voglia o meno, in cui le opere (pubbliche) sono esposte è terribilmente importante; l’opera casualmente inserita in ambienti che non le si confanno perde i suoi connotati primari. Che sia o meno “vincente” il paragone di una (antica) nei confronti dell’altra (contemporanea). Anche Tintoretto (e chi ha un minimo di onestà intellettuale non può non essere d’accordo) “perdeva di sé” nella sala con il povero Jakob – per non parlare del disgraziatissimo Fast sottocoperta – a fargli da contraltare: come non capire che L’Ultima Cena non può che essere contemplata all’interno del sito per cui fu creata, San Giorgio Maggiore, e che l’estrapolazione, lo sradicamento sono comunque una forzatura (soprattutto se di portata intellettuale così abnorme) che non fa bene a nessuno?

    Milano non ha un Museo di arte contemporanea. Questo per me è un vulnus intollerabile.

    Se Garutti avesse avuto a disposizione un sito più acconcio e accademico, se invece di destinare la povera Villa Reale a sempre più un contenitore in subaffitto ad “altro” invece che capire che merita (come giustamente l’articolista/artista sottolinea) un’appassionata rivalutazione dei suoi tesori con manifestazioni che esaltino e diffondano le poetiche cui è stata destinata, forse alcuni di questi appunti così a vantaggio del Bello ormai passato non avrebbero ragione d’essere.

    Non riesco a discutere di opere che devono – secondo il mio modo di vedere – superare ancora la prova della Storia di fronte ad altre che questa prova l’hanno superata (tant’è che, loro stesse, sono una selezione si presume al meglio di una vastissima produzione ottocentesca lombarda che non sempre strappa all’osservatore un moto di commozione sincera). Temo che gli allievi di Garutti abbiamo “perso in partenza” nell’essere ospitati in Villa Reale. E gli appunti di Mutarelli, mi pare, questo intendono.
    La Bellezza si percepisce sempre? Forse sì, forse no. La Storia della Critica e quella dell’Arte sono piene di “sviste”, errori di valutazione che nel tempo sono stati presi ad esempio proprio della difficoltà di considerare (per ognuno di noi) il nuovo.

    Le opere di Morbelli che giustamente muovono l’animo dell’estensore erano create per le belle case borghesi del suo tempo o per figurare a didascalia di qualche palazzo pubblico di fine secolo (o inizio)… paesaggi, scene di genere, maternità, ciò che – tutto sommato – “andava” al tempo. Il suo successo è profondamente legato alla committenza a lui coeva. Che non viveva in fortezze medioevali abbarbicate sulle rupi di monti impervi o in palazzi cinquecenteschi in riva al Canal Grande, ma in palazzine a più piani dalle stanze ombrose e non grandi, dai salotti segreti e nascosti e rifletteva in sé le caratteristiche della scomposizione della luce che il pittore di Alessandria perseguiva.

    Come è possibile trovare un punto d’incontro fra questo mondo e quello che (lo vogliamo o meno) produsse o accompagnò la creazione di una bandiera di cartine di caramella?

  • franco

    Max dice” a me interessa capire chi è davvero un artista tout court, e chi solamente – si fa per dire – è un buon pittore, un bravo scultore, un divertente fotografo”.

    Perchè “si fa per dire” ?

    Sarei grato se qualcuno riuscisse a farmi intendere il senso del lavoro sia di Garutti che relativi allievi.Magari senza polemiche.

  • Lorenzo Marras

    mah. Trovo questo articolo di Mutarelli di una modestia sconfortante per il suo disinibito spessore da Libro cuore delle occasioni perse.
    Roba da pazzi che uno si metta a fare un autoanalisi avendo come riferimento gli Orsachiotti che ce l hanno fatta di Garutti.
    Non vado oltre perche’ rischio di trascendere vah.

    • SAVINO MARSEGLIA

      Caro Lorenzo, Cosa ci possiamo fare. E’ noto che nell’odierno stagno dell’arte è in atto un trend che promette un consumo più attivo di orsacchiotti d’allevamento: il pubblico da casa, davanti la televisione interattiva potrà selezionare, l’orsacchiotto che vuole comprare.

      • Maurizio

        Più che altro il pubblico da casa cambia canale…

  • Sara

    Cristiana Curti, viva il dono della sintesi!

    • ..,sarei davvero interessato a capire perché ci siano tanti estimatori della “sintesi” e così pochi che sappiano apprezzare l’ “analisi” … fretta, superficialità, pigrizia o scarso allenamento ?

      • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’arte sui generis)

        …anche l’analisi lunga, balbettante e singhiozzante può contribuire, alla sintesi di nuovi effetti ed associazioni linguistiche, di nessi fra parole, vocali e consonanti che si attraggano o si respingono, ma è assurdo e banale apprezzarla come la quintessenza della critica d’arte, come la sintesi, finalmente compiuta dopo millenni di filosofia, fra intuizion, arte e laboratorio.

        • Cristiana Curti

          Grazie, caro Luciano, per la difesa disinteressata. Alla gentile Sara rispondo che c’è sempre un buon Topolino per trovare le risposte migliori allo stress della vita moderna. E lo dico convinta. A Savino rispondo che, pur avendo compreso solo sino a un certo punto il suo commento, non capisco comunque perché, posto che la mia analisi sia “balbettante e singhiozzante”, viene ad essa assegnato addirittura il crisma di “critica d’arte” (o “esempio deteriore di, ecc.”). E’ solo un’opinione, che, a quanto pare, interessa neppure granché. Il che mi fa pensare che sempre meno (da quel minimo ormai di partecipazione che mi concedo qui) Artribune è luogo di confronto un po’ più ampio rispetto al “che schifo Garutti” e “W Garutti”. O cose del genere.

          • Cara Cristiana, in buona misura è colpa di una certa diffusa “sottocultura” da cattiva digestione delle opportunità offerte dai “new media” che ha fatto “passare” l’idea che una sintesi possa sostituire un’analisi (anziché, necessariamente ed esclusivamente, seguirla)
            Essere “sintetici” è diventato “smart” e “cool” e ha distrutto la comunicazione sensata sostituendola con la “gingle/slogans communication”.
            Per quanto riguarda Savino, non te la prendere, sai bene che lui è sostanzialmente e perdutamente dada e le “parole in libertà” sono una delle (poche) cose che dada ha condiviso intensamente col futurismo.
            Non smettere, per favore, di scrivere i tuoi commenti, ignora, come (quasi sempre e sempre piú) faccio io, tutti i cultori del sintetismo e continua a regalare, ai tanti che amano l’approfondimento, le tue chiare e precise analisi. Grazie!

          • Cristiana Curti

            Grazie della stima, Luciano. Peraltro, a me sembrava di aver centrato uno dei temi dell’articolo (è nel titolo, e l’autore, che non replica, da qui prende lo spunto per giudicare i lavori degli artisti) in cui non ho visto, però, quel da tutti elogiatissimo “dàgli al Garutti e ai suoi seguaci” che la maggior parte invece trova e (a quanto sembra) non vedeva l’ora di condividere (purché lo scrivesse un altro). Ma certo fa più presa il tifo da stadio (dietro al corifeo…) piuttosto che il ragionamento. Del resto, è più facile ammazzare i nipotini che sopprimere lo zio. Notevole esempio di “disprezzo indiretto” che qui si manifesta a palettate.
            Ricordo Max Mutarelli in alcuni commenti del passato e non mi pare tipo che banalizza. Forse fra tutti è la nota di Bruciati (sinteticissima!) che rimanda al giusto tono: leggero e intelligente. Tanto dell’uno e tanto dell’altro.
            A me, tuttavia, piace pensare che aver tentato di esporre a Milano un esempio di “scuola” di arte contemporanea – pur nel luogo sbagliato e, perciò, pregiudizievole – fosse comunque un vantaggio. E non c’è solo questa, di scuola, da presentare, checché se ne pensi. Ma poiché pare che lo slogan “SCUOLA=MAFIA” faccia tanto bene alla pelle, perché cercare di dissuadere?
            Comunque, non mi sogno minimamente di abbandonare il mio stile e i miei contenuti per quel tanto o quel poco che valgano, mi chiedo solo perché alcuni sentano l’urgenza irrefrenabile di comunicare inutilità. Se dà noia, mi si salti. Che volete da me?
            Sara vada a cercare la sintesi negli sms, come bene dici tu.
            Per Savino, ammetto che il suo spirito libero (e credo, ormai, provatamente sincero) mi piace assai più di quanto giri da queste parti. Certe volte, tuttavia, proprio ho qualche difficoltà a seguirlo. Ma è una questione che riguarda forse la disabitudine alla sintesi e ai veloci salti logici, evidentemente. Buona serata e grazie ancora.

  • Angelov

    Joseph Beuys Durer ich fuhre personlich Baader+Meinhof durch die Documenta V (1972)
    Quarant’anni dopo questa istallazione, l’Art pour l’Art di Garutti, ha centrato il suo obbiettivo di un’arte che si esprime in un ibrido impegno sociale.

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’arte sui generis)

      Impegno sociale? O polvere di romanticismo? ” L’art pour l’art” è un fenomeno sorto in seno al romanticismo: una protesta che Baudelaire ed altri poeti, scrittori (ripreso più tardi da Walter Benjamin) – portavano avantI (se pur in modi diversi) quella critica sferzante contro lo squallido spirito affaristico della borghesia: la mercificazione dell’arte o produzione per la produzione.

  • Franco

    Ma perchè Santo Tolone partecipa a questa mostra senza mai essere stato studente di Garutti?

    • Antonio

      appunto era un fuori classe…

    • Maurizio

      Lui é Santo…

  • Francesca Castagna

    Odore di ARTE, odore di libertà…. voglio credere… Grazie.

  • Daniele

    A me sembra l’articolo di un ex studente frustrato