L’idea della nostalgia, intermezzo: 22/11/1963

L’ultimo romanzo di Stephen King, 22/11/’63, dedicato all’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, è anche il suo più ambizioso. Ciò che viene messo in scena è nient’altro che un viaggio nel tempo – un canale che collega il 2011 al 1958 – il cui scopo finale e dichiarato è disinnescare quell’attentato, alterando la sequenza degli eventi e l’ordine successivo del mondo.

L'omicidio di JFK

È quello l’aspetto che hanno gli eventi, visti dal futuro.
Le persone in fondo alla valle (la valle oscura)
del presente, li vedono in modo diverso.
Stephen King, 22/11/’63 (2011)

Per disinnescare l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, in 22/11/’63 (2011) Stephen King adotta una serie di accorgimenti. Il punto di partenza – la base teorica e concettuale su cui tutto si regge – è l’annullamento di qualunque (retro)pensiero complottistico e l’adozione di un approccio definito esplicitamente da “rasoio di Ockham”: la spiegazione più semplice è quella giusta, dunque JFK è stato realmente ucciso dal solo Oswald (e non dalla mafia o dagli anticastristi).
Questo approccio è diametralmente opposto rispetto a quello dell’altro grande narratore americano dei nostri anni, il James Ellroy di American Tabloid (1995), Sei pezzi da mille (2001) e Il sangue è randagio (2009): nella trilogia dedicata alla “storia sotterranea degli Usa” fra Anni Cinquanta e Settanta, infatti, la paranoia dei singoli uomini (canaglie incallite, sbirri corrotti, assassini con un’anima e devianti ricettivi) è l’autentica chiave per cogliere e comprendere l’evoluzione dell’intera società. Eventi storici e trasformazioni traumatiche sono intercettabili solo attraverso il disvelamento dei segreti e dei collegamenti occulti tra frammenti di informazione, personaggi e vicende criminose.

Stephen King – 22.11.63

Con 22/11/’63 ci troviamo all’opposto dello spettro. Jake Epping, insegnante di liceo alter ego dell’autore ma nostro coetaneo (all’inizio della vicenda ha infatti 35 anni) si ritrova catapultato nell’America “puzzolente”, ma solida e gustosa, di fine Anni Cinquanta. In questo caso, l’“esperienza” dell’io narrante è la chiave: il lettore si identifica sin dall’inizio con le sue sensazioni corporee e tattili, il contatto con il cibo, le bevande, gli abiti, gli oggetti, gli odori, i suoni e in generale l’atmosfera psichica degli anni – cinque – che si trova a (ri)vivere.
Il dispositivo della nostalgia – la percezione nostalgica del passato – è il telaio che sorregge l’intero impianto narrativo. Noi accompagniamo Jack nella scoperta e nell’esplorazione di questo mondo all’inizio estraneo, seguendo il suo processo di formazione, di adattamento fisico e mentale. Fin quando il protagonista non diventa cittadino di quel mondo (la Terra dell’Allora), coerente e familiare con quel contesto. Siamo con lui quando intercetta Lee Harvey Oswald e sua moglie Marina, o quando perlustra i luoghi di una memoria che non ha ancora avuto luogo (l’appartamento del futuro attentatore a Fort Worth, il Texas School Book Depository e la Dealey Plaza a Dallas). La costruzione di questa relazione corporea e al tempo stesso narrativa con il passato storico (fine Anni Cinquanta, primi Anni Sessanta) è intessuta di richiami culturali e metodologici: dal Viaggio nel tempo di Jack Finney a Ritorno al futuro e Forrest Gump di Robert Zemeckis.
La differenza sostanziale consiste nel fatto che il canale temporale è costituito dal romanzo stesso: la letteratura è il vero viaggio nel tempo. Così, la prima parte del romanzo è ambientata a Derry, la cittadina in cui si svolgeva It (1986); e l’aura negativa, mefitica dei Barren si trasferirà naturalmente alla sagoma disturbante del Texas School Book Depository, così come l’atmosfera negativa della cittadina è la stessa di Dallas.

Lee Harvey Oswald

Francesco Longo su Il Riformista ha spiegato molto bene questo rapporto temporale strettissimo e biunivoco che Stephen King ha instaurato tra due narrazioni che, non a caso, sono tra le sue opere maggiori: “Nel suo romanzo più importante, ‘It’, il male indefinito, che incarnava le paure dell’infanzia, visitava la cittadina di Derry, nel 1958, quando i bambini avevano la fantasia per combatterlo. Anni dopo, gli stessi bambini, dovevano tornare lì per combattere ancora contro quegli incubi. Il protagonista di ‘22/11/’63’, sbarcato nel 1958, torna proprio a Derry. Visita i Barren, dove l’orrore di ‘It’ si scatenava. Jake sfoglia i giornali d’epoca: c’è tutto. I lettori sanno bene che cosa vuol dire quel luogo. E ora sanno che quella vecchia storia dell’orrore è vera. O comunque, a venticinque anni da ‘It’, percepiscono la fisicità della letteratura. Prima di affrontare la storia con la esse maiuscola infatti, King manda il suo protagonista a verificare la tenuta della finzione narrativa. Prima di avvicinarsi all’omicidio Kennedy, King fa una lezione, e la fa attraverso una narrazione: un viaggio nel tempo che è un viaggio nella sua narrativa. Ci spiega che per fidarsi della letteratura, perché questa abbia il credito per occuparsi della Storia, dobbiamo sapere che questa è resistente, robusta, e che esiste così come esistono tutte le cose del passato. A quel punto, verificato l’impatto della sua immaginazione, King affronta Kennedy. Prende di petto la più grande storia americana. Non si può raccontare la seconda metà del libro. Si deve però leggerla. Speranze, cospirazioni, dietrologia, immaginario, terrore e senso del sacro sono territorio della politica e della letteratura. L’omicidio Kennedy è un romanzo. La finzione letteraria è verissima”.

Christian Caliandro 

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).