Architettura senza costruire. Lorenzo Benedetti racconta Yona Friedman a De Vleeshal

In un solenne edificio gotico nel cuore di Middelburg si trova lo spazio espositivo De Vleeshal, l’ex mercato della carne, utilizzato fin dagli Anni Settanta per ospitare artisti come Joseph Beuys. Oggi il centro olandese è diretto da Lorenzo Benedetti, che racconta la genesi del progetto “Architecture Without Building”, allestito fino al 16 dicembre.

Yona Friedman - Architecture Without Building - De Vleeshal, Middelburg 2012

Come nasce la scelta di chiamare Yona Friedman per questo progetto?
L’idea di lavorare sullo spazio ha portato alla scelta di un architetto, Yona Friedman, il quale in collaborazione con Jean-Baptiste Decavèle ha preferito progettare un dispositivo più che una struttura, un supporto comunicativo per opere o cose, un’estensione dello spazio espositivo che si adattasse ai contenuti. Prossimamente sarà presentato in altre location, diventando in un certo senso l’incarnazione di De Vleeshal stesso, relazionandosi con interventi di terzi come qui ha fatto con la popolazione e gli studenti dell’Accademia, con Nico Dockx, o con artisti della collezione come Jimmie Durham. Il suo corpo è costituito da cinquecento anelli d’acciaio, materiale che esprime una funzionalità strutturale e si rapporta con l’architettura in modo grafico, come in uno schizzo preparatorio.

Yona Friedman ha spesso ricercato l’intervento diretto delle comunità locali o dei gruppi con cui entrava in relazione, evidentemente riferendosi al concetto di autocostruzione, un aspetto pratico che sempre ritorna nelle sue ricerche teoriche. Come ha funzionato qui e come funziona la relazione di De Vleeshal con la cittadina di Middelburg?
Quando lavori nell’arte contemporanea devi tenere in considerazione la posizione del pubblico: diffondere ricerche al grande pubblico è spesso una scelta contraddittoria, perché – come dice Agamben – “contemporaneo è chi riceve in pieno viso il fascio di tenebra proveniente dal suo tempo”; per cui non sempre la ricerca che fai è evidente, tantomeno quando si tratta di un percorso in evoluzione. D’altra parte il mio compito è mantenere una costante tensione tra locale e internazionale, con un occhio rivolto all’evoluzione delle politiche locali.

Lorenzo Benedetti

Cosa puoi dire a proposito di DAC – Denominazione Artistica Condivisa, un’iniziativa che se non sbaglio è partita nel 2012 attraverso una serie di incontri fra Italia-Francia e Olanda?
DAC toglie la barriera che si è creata tra arte e imprenditoria, parte da Radio Arte Mobile, di Roma, e l’idea è di mettere in dialogo lo spirito imprenditoriale di un artista con lo spirito creativo di un imprenditore. La base del progetto è una tavola rotonda, perché attraverso la comunicazione e il dialogo si può costituire una base comune. Infatti, l’ultimo DAC è stato fatto in concomitanza di questa mostra.

Un artista che Yona ha preso in considerazione, soprattutto dal suo progetto a Cabaret Voltaire nel 2011, è Kurt Schwitters, per l’impiego di oggetti reali nella costruzione del Merzbau; Mark Manders al contrario ha dichiarato che si vuole distanziare da questa figura, soprattutto per il suo particolare utilizzo di giornali, negando la presenza di una realtà temporale…
Esatto, sono due interazioni con la realtà completamente diverse: Yona Friedman vuole e incorpora la presenza del reale mentre Manders la evita, fino al punto di realizzare oggetti propri in modo che non provengano dal quotidiano. Tuttavia, secondo il suo statement, se un’opera funziona in un supermercato può funzionare anche nel white cube, quindi la misura di riferimento del suo lavoro resta comunque il reale.

Yona Friedman – Architecture Without Building – De Vleeshal, Middelburg 2012

Alla Biennale di Venezia curerai il Padiglione Olanda. Anticipazioni?
Ho in mente un padiglione che possa comunicare come in Olanda, più che altrove, la cultura sia considerata un investimento a lungo termine. Nell’approcciarsi all’arte contemporanea, la concentrazione e la quantità di tempo investito sono aspetti fondamentali. Mark Manders lavora in questa direzione, con costanza e coerenza. Inoltre è un artista conosciuto quasi di più fuori che in patria, aspetto significativo per la percezione di un’identità nazionale dall’estero.

Emma I. Panza

vleeshal.nl