Aeneas in Italia. Intervista a Lenz Rifrazioni

Con Aeneas in Italia, Maria Federica Maestri e Francesco Pititto, anime della compagnia parmense Lenz Rifrazioni, hanno concluso il progetto performativo biennale ispirato al poema epico di Virgilio. Il debutto è avvenuto a Parma al festival Natura Dèi teatri, quest’anno segnato dal titolo programmatico Ovulo.

Lenz Rifrazioni - Aeneas in Italia - photo F. Pititto

A partire dagli Anni Ottanta Lenz Rifrazioni ha marcato il teatro contemporaneo con una precisa linea estetica, e continua oggi, con coerenza, a indagare il nostro tempo con un linguaggio di epifanie sceniche dagli esiti sorprendenti. Ogni nuova creazione, che sia un classico o una scrittura originale, nasce da un lavoro di scavo che trova negli interstizi del presente rimandi inediti. Come nel nuovo spettacolo Aeneas in Italia, di cui abbiamo parlato con Maria Federica Maestri.

Da quale necessità è nato questo progetto sull’Eneide?
Il nostro lavoro è un procedere per innesti: le drammaturgie anticipano la visione in una dinamica circolare in cui quello che accadrà è già accaduto. La ricerca performativa sull’Eneide si innesta sulla traccia della precedente creazione dedicata alla Dido ovidiana. Didone rappresenta il corpo mitico dell’Africa, conquistato, goduto e abbandonato dall’eroe d’occidente Enea, fondatore di Roma e del nuovo impero, preludio agli orrori futuri che l’Italia fascista avrebbe portato in Africa con la conquista dell’Etiopia nel 1936. Non a caso, infatti, negli anni ‘30 all’interno della riappropriazione del mito dell’Impero romano ad uso della retorica mussoliniana, Didone viene demonizzata in quanto donna simbolo del continente preda. In Aeneis in Italia abbiamo quindi continuato a rielaborare artisticamente le retoriche che accompagnano Enea nel suo viaggio di rifondazione della patria in un’interpretazione critica dell’iconologia del potentato e della dominanza. Volevamo fare “i conti” con un’appartenenza non certo solo geografica, ma storica e politica. “Noi siamo quello che più odiamo: il padre mai sconfitto della nostra origine. Noi siamo inesorabilmente figli – in fuga – della storia italiana, e fin quando non ne riconosceremo il moto iniziale, non ne capiremo mai l’adesso – basso, volgare, retorico, violento.

Lenz Rifrazioni – Aeneas in Italia

Qual è stato l’approccio iniziale, e quello successivo per la messinscena?
Installare sulla mensa della cerimonia contemporanea antichi sacrifici e nuovi dèi. Nei primi sei capitoli volevamo diagnosticare, visualizzare e fisicizzare i vincoli generativi fondamentali: la crudeltà di un pater demente, l’orrore dell’amore materno, il tormento della vecchiaia, la brutalità grottesca della familia, l’orrore dei corpi in costrizione erotica, la violenza sugli animali morenti, il transito neurolettico nell’aldilà, in un epos scheletrico senza consolazione. Nei secondi sei capitoli – una lunga sequenza di stragi e sangue – era necessario azzerare il passato per esistere solo nel presente: nessuna cerimonia del ricordo, nessun padre da odiare, nessuna amante da abbandonare, nessuna madre da desiderare, nessun passato e nessun futuro, solo un ‘al di qua’ insanguinato dalla retorica del conflitto, solo il presente anonimo, crudele e privo di pathos.

Nello spettacolo Enea si intreccia con Pasolini, con le Brigate Rosse, con gli anni di piombo, con la retorica della guerra senza eroi…
Come la cerva ferita a morte da Ascanio sulle rive del Tevere, la generazione senza identità degli anni di piombo trafitta dalla delusione del revisionismo del dopo Resistenza, corre sfrenata alla lotta contro il potere. Solo il corpo straziato di Pier Paolo Pasolini, come una principessa destinata al sacrificio, una lacrimosa Lavinia sporca del fango di quegli stessi lidi su cui la Storia è iniziata millenni fa, supera l’orrore dell’oblio e lascia con il suo gemito poetico il suo eterno segno di pietà e bellezza. Nel suo testamento poetico Salò o le 120 giornate di Sodoma – un’opera che ha fortemente ispirato la nostra creazione Pasolini profetizza l’avvento di una nuova forma di fascismo nella storia italiana, che attraverso il controllo sociale dei corpi impone violenza e volgarità, mercificazione e sopraffazione massificante dei corpi. In Aeneis in Italia abbiamo ‘esposto’ in oscillazione tragica l’orrore dei giovani stragisti delle brigate rosse e la fisica fascista del potere criminale che uccide Pier Paolo Pasolini.

Lenz Rifrazioni – Aeneas in Italia

Come avete lavorato scenicamente per tradurre in immagini, suoni, azioni, un’opera così complessa?
Prima di tutto abbiamo individuato una dimensione plastica concreta: lo spazio perimetrale dell’Ara Pacis, il monumento celebrativo e propagandistico eretto per glorificare le vittorie augustee e negli anni del fascismo luogo delle esercitazioni ginniche della gioventù romana. La definizione di una volumetria simbolica e reale ci permette di transferire le immagini, i suoni e le azioni in un impianto non decorativo: un luogo senza luce, un covo segreto, un nascondiglio clandestino e non più una luminosa camera della memoria. Le immagini si compongono su macroretinature su cui scorrono, in un barocchismo pittorico violento, le sequenze visive che ritraggono i corpi degli antagonisti inondati di frutti e magmi cromatici.

Gli interpreti non sono solo ‘attori’ ma reagenti artistici…
Il lavoro con gli attori è molto preciso, non ci sono spazi di evaporazione improvvisativa. Prima di tutto si costruisce un nuovo codice gestuale, una partitura fisica estremamente definita; in Aeneis in Italia abbiamo individuato nella dualità segnica gaudio/tristezza la composizione del verbo perfomativo, e a partire da quello si riscrive la sintassi di tutta l’opera. Poi esiste un lavoro di stratificazione e fusione biografica che riusciamo a fare con alcuni attori che lavorano con noi da molti anni, come Valentina Barbarini interprete “eletta” per affinità ed estremismo artistico.

Lenz Rifrazioni – Aeneas in Italia

Il vostro è un lavoro di “drammaturgia della materia” dove il linguaggio contemporaneo, visivo e musicale, è peculiare cifra estetica….
Un incessante, continuo lavoro di indagine sul linguaggio. Nella prima fase del nostro percorso creativo abbiamo attraversato le drammaturgie portanti della cultura occidentale (tra le altre Faust, La vita è sogno, Hamlet), ritrascrivendone le pulsioni poetiche in azioni contemporanee. In questa fase (dal 2007 in poi) abbiamo messo al centro della nostra poetica la ricerca visiva e plastica. L’azione performativa si incunea tra la scrittura per immagini e la creazione plastica dello spazio, che non ha più i limiti funzionali della scena ma tende ad essere un’installazione artistica vera e propria. Nel periodo preparatorio le tre voci – installazione, imagoturgia, musica – tracciano un percorso personale “separato”, indipendente, un approccio solitario alla creazione, poi nella fase compositiva delle prove le ricerche e gli approdi vengono stratificati e ricomposti in una tensione unitaria, in cui si intrecciano – moltiplicandosi deleuzianamente – i piani della percezione.

Nel vostro percorso c’è un forte radicamento sul territorio, nello specifico Parma. Da quale esigenza è nato, e come si sviluppa?
La nostra azione artistica ha sempre tenuto in colloquio due piani apparentemente antitetici: la parola mediata, macrologica necessaria al linguaggio artistico contemporaneo e l’appartenenza alla mappatura sotterranea del luogo in cui viviamo e lavoriamo; una relazione stretta col sottotraccia antropologico della città in cui creiamo, senza esserne parte culturalmente subordinata, una cittadinanza dinamica. Lenz è presente con pienezza creativa in marginalità simboliche della realtà urbana – ipersensibilità psichica, adolescenza, intellettualità radicale – e le restituisce, le traduce, nella lingua dell’arte contemporanea oltrepassando il profilo dell’identificazione “locale”. Il nostro lavoro ultradecennale con attori “sensibili”, ex lungodegenti psichici e persone con disabilità intellettiva ha maturato un percorso di ricerca unico in Europa per intensità e risultati espressivi. Il pubblico è il riflesso/rifrazione della nostra duplicità: uno spaccato ampio e mobile della società, non solo giovani, e non solo “addestrati”, molti praticanti artisti, molti viaggiatori dell’arte.

Giuseppe Distefano

www.lenzrifrazioni.it

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).