Vlora 1991: anatomia di un’immagine

Nel nostro Paese, il racconto non è successivo alla costruzione dell’identità collettiva (non la attesta, né la testimonia una volta che essa è definita, come avviene altrove), ma rappresenta il momento stesso di questa costruzione: nel raccontarci, facciamo noi stessi e ci comprendiamo. E a proposito della Vlora, nelle sale è appena uscito “La nave dolce” di Daniele Vicari.

8 agosto 1991: la Vlora attracca a Bari

Nel 1991 è avvenuto qualcosa che ha modificato per sempre, e in profondità, il modo in cui pugliesi (e italiani) si percepiscono. Come ha affermato in più occasioni il sociologo Franco Cassano: “Un’esperienza esemplare ci viene proprio dalla nostra storia recente. Un elemento di discontinuità e di apertura è stato l’arrivo a Bari della nave Vlora, col suo immane carico di clandestini dall’Albania, nel 1991. Scoprire i vicini, incontrare un altro pezzo di mondo che doveva essere tuo, ha fatto allargare orizzonti, ha suscitato anche creatività. Quella vicenda ci avverte che è finita la vecchia storia. È cominciata una nuova storia, dobbiamo giocare una nuova partita” (in A. Marino, Intervista a Franco Cassano, “Premio LUM per l’arte contemporanea”).
L’8 agosto 1991, alle prime luci dell’alba, oltre 20mila passeggeri albanesi disperati – un intero Paese, l’equivalente di uno dei paesoni meridionali compresso all’inverosimile – fanno la loro comparsa stipati su una nave fatiscente nel porto di Bari. È un’apparizione, un’immagine al tempo stesso apocalittica (come, a suo modo, sarà quella dell’incendio del Teatro Petruzzelli, nella notte tra il 26 e il 27 ottobre dello stesso anno) e straniante: un’immagine che viene ripresa e rimediata da giornali e tg, anche se i ritmi di esposizione e la ridondanza di vent’anni fa non erano certo quelli, ossessivi, di oggi. L’elemento della mediazione è centrale: i baresi, infatti, non vedono quello che sta accadendo. Da una parte, perché la città è di fatto vuota (sono quasi tutti in vacanza, compresi il sindaco e il vescovo). Dall’altra, perché la nave è stata fatta attraccare al molo Carboni, il più lontano dalle aree abitate.

8 agosto 1991: la Vlora attracca a Bari

Eppure, l’impatto con questi Altri è dirompente, e sfonda tutti i tentativi di arginarlo e di comprimerlo: la Vlora ha attraccato senza permesso, e il suo capitano ha forzato il blocco portuale. Nel caos immediatamente successivo, registrato dalle foto esistenti, gli esseri umani occupano tutte le superfici, le angolazioni, le strutture (rendendole di fatto pressoché invisibili), debordando dai confini e dal perimetro del molo, e perfino delle inquadrature. In molte di queste immagini, i passeggeri si tuffano e nuotano per raggiungere la banchina, e vengono aiutati a salire da altri compagni. Molti di loro si disperdono in città, rifugiandosi in diverse zone dello spazio urbano (la stazione, i giardini, le chiese ecc.).
Questo evento è davvero il discrimine, il punto che stabilisce il passaggio da un prima a un dopo nell’identità culturale pugliese. Il riconoscimento dell’Altro, dello Straniero, del Diverso (dunque: del Nuovo), anche se differito e dilazionato nel tempo, comporta sempre e comunque una modifica profonda del punto di vista e dei paradigmi attraverso cui percepiamo il mondo e la nostra posizione nel mondo. La scoperta dello sconosciuto consiste, di fatto, in un rispecchiamento, e in una conoscenza autentica di sé.

8 agosto 1991: la Vlora attracca a Bari

L’onda lunga del 1989 e delle sue conseguenze sugli equilibri mondiali – a questo proposito, è forse utile ricordare che il muro di Berlino non è semplicemente “caduto” o “crollato”, ma che è stato buttato giù, e con una certa convinzione – ha riorientato per sempre, due anni dopo, anche i nostri punti di riferimento. Come ha scritto Nicola Lagioia in un passaggio fulminante del suo ultimo romanzo, Riportando tutto a casa (2009): “‘Quattrocento milioni di anime affamate di Occidente, disse, – non è neanche un esercito. È un gigantesco oceano di energia, desiderio allo stato puro. Non esistono carri armati che possano fermare una cosa del genere. Stiamo per essere travolti dal desiderio di tutti questi Gavril queste Dalma queste Alina…’ Ci stette un po’ a pensare. Alzò il bicchiere verso il suo amico: ‘È così che diventeremo tutti comunisti!’ Il padre di Vincenzo scoppiò a ridere: ‘Comunisti? – L’uomo abbandonò il bicchiere, puntò gli indici nel vuoto: – Le civiltà si realizzano proprio quando si dissolvono nel nulla’”.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Il mio commento può essere solo effettivo. Mi commuovo al ricordo: pochi giorni dopo a Milano, per strada — caldo assurdo avevo appena comprato un ventilatore — un giovane uomo mi chiede dove trovare una chiesa che lo aiuti. Lo porto in studio a cercare sull’elenco telefonico (1991!). Mi racconta che è svicolato dal porto di Bari e poi saltato su un treno per il nord. Insomma finisce un paio di mesi a casa nostra. E’ un professionista della TV, con una moglie e un bambino, e non sa veramente perché si è buttato sulla Vlora. La realtà che ci racconta assomiglia a quella della (mia) Sicilia rurale del dopoquerra. Ma la gente vende gli amici per un paio di uova in più. O quando da bambini le loro gite scolastiche erano missioni per andare a demolire le chiese cattoliche. Gli troviamo anche un lavoro ma senza documenti lo perde. Potrei andare avanti per ore. Mi basta pensare che qualcuno oltre l’Adriatico vent anni dopo ancora aspetta la mia visita pieno di gratitudine. Forse per tutta la vita. Ciao Agron, uno di questi giorni prendo una nave e vengo!