Sofia. Come l’arte trasforma una città

Sesto capitolo del viaggio-reportage che Artribune sta dedicando all’universo balcanico. In questa puntata ci spostiamo a nord, nella patria di Christo e Nedko Solakov. Per vedere come sta cambiando Sofia e la Bulgaria.

Kadinovi Brothers Studio - Arsenal, Sofia - photo Claudia Zanfi - courtesy aMAZElab Archive

Al centro, una grande piazza con la cattedrale bizantina; alle spalle, un’alta montagna innevata; tutt’intorno, grigi edifici in stile sovietico. Si potrebbe riassumere così la prima immagine della città di Sofia. Ma sarebbe limitante e non si terrebbe conto delle grandi trasformazioni che questa capitale sta vivendo negli ultimi anni.
Sofia può essere considerata una delle più antiche città dell’Europa Balcanica. Fondata circa 7mila anni fa, per un lungo periodo legione romana (di cui restano significative tracce nei vari siti archeologici), si incontrano qui le influenze d’Oriente e d’Occidente. Oggi Sofia è una città cosmopolita con oltre 1 milione di abitanti. Come risultato di questa trasformazione positiva, nel 2007 la Bulgaria ha aderito all’Unione Europea. Così la città sembra avviarsi ad abbandonare la sua fatiscenza: le facciate sono ridipinte, i luoghi pubblici ripuliti, gli alberi potati e l’amore per il verde dei bulgari (curatissimo anche nelle città piccole e decentrate) rimpiazza il grigiore delle architetture d’epoca comunista.
Resta ancora molto da fare, altroché, ma il primo passo è compiuto. La privatizzazione dell’economia ha permesso la diffusione del piccolo commercio. Si vedono fiorire un po’ dappertutto bar, terrazze con caffè e ristoranti, piccole botteghe colorate che vendono artigianato locale. A quest’aspetto pittoresco della città si affianca un programma di riqualificazione culturale. Sofia, già sede di diversi musei e gallerie d’arte, teatri, sale da concerto e cinema, ha deciso di investire nel contemporaneo. E nell’ultimo anno ha inaugurato ben due musei, sforzo enorme per una regione ancora in via di trasformazione – benché il Muro sia venuto giù da ormai 23 anni – economica come politica.
Il primo esempio (e qui l’Italia potrebbe prendere spunto) è un duplice progetto di salvaguardia e riconversione di un edificio storico. Si tratta dell’Arsenale Militare costruito a metà dell’Ottocento, già sede dell’Accademia Militare per Ufficiali, poi del Museo di Arti Decorative. Dagli inizi del 2000 i locali dell’Arsenale sono semiabbandonati, utilizzati per lo più come deposito della Galleria Nazionale. Dopo qualche anno le acque cominciano a muoversi, a seguito di una forte pressione da parte della comunità artistica e intellettuale di Sofia, il Ministero della Cultura decide di dedicare questo luogo all’arte contemporanea e di valorizzare lo storico edificio. Viene così realizzato il primo museo d’arte contemporanea di Sofia, Arsenal, con un progetto di ristrutturazione dei giovani designer Kadinovi Brothers Studio. Il pianterreno dell’edificio è interamente dedicato alle mostre temporanee, mentre il secondo e il terzo piano (qui sono ancora in corso i lavori di ristrutturazione) ospiteranno la collezione permanente. L’architettura esterna dell’Arsenale, in stile classico monumentale, è stata affiancata da una struttura in vetro, con la triplice funzione di riflettere il verde dell’ampio parco circostante, di contenere l’alta rampa esterna che porta al terzo livello e di fare dialogare l’interno con l’esterno dell’edificio. Gli oltre 1.000 mq del museo sono stati realizzati con tecniche di bio-architettura, bassi consumi di energia per riscaldamento e ventilazione, grazie anche alla co-partecipazione internazionale.

Museo d’Arte Socialista, Sofia

L’apertura ufficiale è stata a giugno 2011 e già si sono susseguite una decina di mostre, tra cui l’interessante Why Ducahmp? curata da Maria Vassileva,
chief curator alla Sofia Art Gallery. Inutile sottolineare che Marcel Duchamp è tra i maggiori trasgressori e ideatori del contemporaneo. Le sue opere e azioni sono tuttora fonte d’ispirazione per molti artisti, tanto che nel 2004 la sua opera Fountain (ovvero l’orinatoio capovolto) è stata nominata da oltre 500 noti artisti ed esperti dell’arte internazionale l’opera più influente di tutto il Novecento. Nell’ultimo decennio molti giovani artisti bulgari hanno sentito la necessità di relazionarsi con il lavoro di Duchamp, e di interrogarsi sulla sua attualità. Questa, in primis, la ragione della mostra, che ha raccolto oltre 100 pezzi d’arte ispirati al grande maestro.
Notevole impatto, e non poche polemiche, ha avuto l’apertura – sempre lo scorso anno, a settembre – del Museo d’Arte Socialista, simbolo di un passato totalitario ormai lontano. Vero must per gli appassionati del genere, raccoglie centinaia di opere d’arte bulgara realizzate durante l’epoca comunista, tra il 1944 e la caduta del muro di Berlino nel 1989. “Abbiamo girato l’intera Bulgaria per tirare fuori da cantine e vecchi depositi il meglio dell’arte dell’epoca socialista”, raccontano gli organizzatori.
Il museo comprende un ampio parco di sculture, in cui troneggia una statua di Lenin da 45 tonnellate (prima collocata nel centro città, ora sostituita dalla statua di Santa Sofia, per via di quella rotazione tra sacro e profano tipica di queste regioni e vistosa nell’avvicendamento delle dittature). Tra le varie opere si può vedere anche la grande stella a cinque punte rossa, simbolo socialista, che era posizionata in cima alla sede del partito locale. Nei 7.500 mq di questo museo all’aperto sono collocate oltre 100 statue monumentali di Marx, Lenin, Stalin, Gheorghi Dimitrov (il Lenin bulgaro), di partigiani e semplici lavoratori. Nelle sale interne, invece, sono raccolti i dipinti dei più noti pittori bulgari dell’epoca del totalitarismo e diversi oggetti con vestigia comuniste. Sottofondo acustico? I discorsi trionfali e propagandistici dei capi di Stato, che lodano “la nuova società e i piani quinquennali dell’economia socialista”. Nel bookshop sono in vendita,  per tutti i nostalgici, t-shirt con i vari emblemi dell’epoca, fotografie di marce e parate, video d’annata.
Di pochi anni precedente è la realizzazione del primo archivio e dipartimento di fotografia, presso la Sofia Art Gallery. Aperta negli Anni Settanta all’interno di un interessante edificio in stile modernista, l’istituzione è dedicata all’arte bulgara moderna e contemporanea, con sede in pieno centro città. Queste ambiziose iniziative fanno parte del nuovo programma del Ministero della Cultura bulgaro per promuovere la capitale Sofia come meta d’arte e di cultura, indirizzata soprattutto alle nuove generazioni.

Modern Art Museum, Sofia

Non mancano però le polemiche e i gruppi che preferiscono distinguersi rispetto a questi programmi ufficiali. Tra questi, ICA – International Art Center, iniziativa ideata dalla curatrice Iara Boubnova e sostenuta da un gruppo di artisti, tra cui Nedko Solakov. Non va inoltre dimenticato che la Bulgaria è la patria di Hristo Javašev (nato a Gabrovo), meglio conosciuto con il nome di Christo: sue sono, tra le altre opere, la ricopertura del Reichstag a Berlino, di Porta Pinciana a Roma e del Pont Neuf a Parigi.
Oltre alla capitale Sofia, nonostante una vibrante serie di altri centri culturali, poche sono le grandi iniziative artistiche nel resto della Bulgaria. Va però ricordato l’International Meetings of Photography di Plovdiv, iniziativa pionieristica che ha contribuito a rendere famosa la bellissima cittadina nel sud del Paese. Seconda città per estensione, Plovidv si trova sulla via che mette in comunicazione l’Europa con Istanbul ed è considerata da molti la capitale intellettuale. Il festival è un evento che si tiene a metà ottobre. Ideato dal critico Nikolai Loutliev, coinvolge tutti gli spazi della città nella manifestazione: gallerie, biblioteche, musei, sale comunali, dimore private e alcune delle antiche case di legno, importanti heritage della zona. A dimostrazione che l’arte contemporanea è in grado di trasformare la città.

Claudia Zanfi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #9

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Claudia Zanfi
Claudia Zanfi, storica dell’arte e promotrice culturale, si interessa di micro-geografie e culture emergenti. Dirige l’associazione culturale aMAZElab, che ha fondato nel 2000, e MAST – Museo d’Arte Sociale e Territoriale. Collabora con istituzioni nazionali e internazionali e con riviste d’arte su progetti dedicati ad arte, società, paesaggi. Ha firmato testi all’interno di pubblicazioni collettive e monografiche. Dirige il programma internazionale Green Island per la valorizzazione dello spazio pubblico e delle nuove ecologie urbane. Promuove inoltre progetti culturali ed editoriali, prestando particolare attenzione a temi di interesse sociale e geopolitico. Tra gli altri: A Ticket to Bagdad; Transcrossing Memories (Nicosia); Re-Thinking Beirut; Atlante Mediterraneo; Arcipelago Balkani e Going Public, progetto su società e territorio. Tiene conferenze a livello internazionale e lezioni alla Middlesex University di Londra.