Paris Photo, la Art Basel della fotografia

Paris Photo è storicamente la fiera di fotografia più importante del globo, ma vuole diventare l’Art Basel della fotografia. Con il nuovo direttore Julien Frydman, al secondo anno di mandato, potrebbe accadere. Anche se lo spazio magnifico del Grand Palais forse non sarà sufficiente. E intanto ci si appresta a varare la prima edizione losangelina in primavera.

Boris Mikhailov dalla serie If I were a German...

Al secondo anno di mandato, il direttore di Paris Photo Julien Frydman e il comitato di selezione, di cui fa parte anche il torinese Guido Costa, ha aperto le porte del Grand Palais a pesi massimi del contemporaneo, come Gagosian, David Zwirner o Pace McGill Gallery, solo per citare quelli che hanno occupato quest’anno grandi spazi nel cuore del centro espositivo. L’intento, dicono i bene informati, è quello di spostare ai margini la fotografia più commerciale, di reportage e di secondo mercato, per aprire gli spazi a coloro che trattano la fotografia contemporanea e che si battono in prima persona per portare avanti un discorso sulla fotografia come forma d’arte e di ricerca. Se la fotografia entra nel mondo dell’arte contemporanea, allora è presumibile che l’arte contemporanea entri nel mondo della fotografia, occupando poco alla volta anche Paris Photo.
La transizione non è ancora compiuta, quindi non è ancora detto, ma i collezionisti sembrano apprezzare, specie quelli internazionali, vista anche la capacità d’attrazione di pesi massimi come quelli già citati o come Jerome de Noirmont, che torna dopo alcuni anni di assenza. Le aste di fotografia – Christie’s è poco distante – sono un altro elemento d’attrazione insieme a una città che non smette di affascinare.
Le mostre e gli eventi collaterali presenti in fiera offrono il senso di una voglia di fare che va nella direzione dell’evento a 360 gradi più che del solo mercato della fotografia. La prima novità è David Lynch che fa da guida alle opere esposte nelle gallerie: un’applicazione guida il visitatore lungo un percorso studiato appositamente dal cineasta, fotografo e artista spregiudicato che qui a Parigi ha aperto lo scorso anno un suo club mondano culturale, chiamato significativamente Silencio.

Uno scatto di Shinichi Maruyama

Malgrado il biglietto non sia dei più economici, l’architettura di vetro e acciaio del Gran Palais è gremita di visitatori. I vip possono contare su due ore di calma tutti i giorni, dalle 10 alle 12, con un ingresso loro riservato. Gli stili di vita cambiano e anche gli orari delle fiere vengono ripensati.
Gli sponsor principali non stanno a guardare. Non basta più il marchio sul materiale a stampa. Giorgio Armani organizza un proprio stand con una mostra dedicata al tema dell’acqua, con opere raffinate. Su tutti gli scatti di Shinichi Maruyama, che trasformano l’acqua in un elemento scultoreo. Anche JPMorgan espone alcune foto selezionate dalla propria collezione d’arte di JPMorgan Chase Art Collection, che conta 30mila opere di cui 6.000 fotografiche: un omaggio a William Eggleston e ai suoi maestri ispiratori, con una mostra essenziale. L’iniziativa più interessante è però offerta dalla triplice mostra di tre musei di fotografia, invitati a esporre le loro Acquisizioni recenti dentro format concettuali che danno il senso delle linee teoriche seguite dalla diverse istituzioni. Il LACMA di Los Angeles, in Face to Face, espone una serie di autoritratti di fotografi, dal conturbante volto di Robert Mapplethorpe a una sexy Diane Arbus; dalla schiena intagliata di Catherine Opie alla serie di travestimenti di Lorna Simpson. Il museo olandese Huis Marseille riflette invece sulla presenza del doppio nella fotografia, mentre lo svizzero Fotomuseum Winterthur mette insieme una mostra basata sulla pratica del copia-e-incolla: Hans-Peter Feldman si appropria dei poster allegati ai giornali degli Anni Settanta, mentre le Guerrilla Girls costruiscono un poster ironico che annuncia tre bambolone di Hollywood (Anderson, Zeta-Jones e Berry) come le eroiche fondatrici del femminismo.

Bernd & Hilla Becher

La mostra più importante è però il Libro aperto dedicato ai coniugi Bernd & Hilla Becher e ai loro libri fotografici, che vengono “vivisezionati” e posti in 20 metri di bacheche e pareti. Il colpo d’occhio risulta esaustivo e avvincente. La “dimensione libro” fluidifica la percezione e così il lavoro seriale di registrazione eseguito dalla coppia del nuovo oggettivismo tedesco su quelle che essi stessi hanno battezzato “sculture anonime” si esalta e assume la forma di un viaggio complessivo non soltanto dentro 48 anni di lavoro (qui esposti) ma anche dentro la storia di un mondo post-industriale, passato in pochi decenni dalla modernità alla postmodernità.
Il libro fotografico è tenuto in alta considerazione. Gli spazi affidati agli editori sono centralissimi e giusto sotto le grandi scalinate di accesso alla popolatissima area vip. In un momento di dematerializzazione delle immagini imposta dall’uso preponderante degli schermi elettronici, il direttore della fiera sembra voler dare un segnale forte. Lo aiuta in questo la newyorchese Aperture Foundation, che istituisce insieme alla fiera due premi: uno per l’opera prima e uno per il libro fotografico dell’anno, con relativa mostra dei finalisti. Fra i progetti svetta quello librario-scultoreo di Stephanie Solinas dedicato ad Alphonse Bertillon, l’inventore dell’antropometria, di cui il lettore è invitato a ritagliare e montare il volto in 3d come in libro per bambini.
Meno coinvolgenti, forse, ma decisive per l’attenzione verso i giovani fotografi sono le piccole mostre organizzate da BMW, che nel museo Nicéphore Niépce finanzia da sei anni una residenza artistica, e dal premio per i giovani talenti voluto da SFR, che permette ai quattro vincitori di essere esposti in fiera.

Boris Mikhailov dalla serie If I were a German…

Gli affari vanno bene e la transizione passa anche attraverso l’abolizione dei vetusti e poco eleganti bollini rossi, orgogliosamente visibili sulle pareti di alcune big americane che portano gli Anni Trenta-Cinquanta. E mentre Gagosian insiste anche qui nel non apporre le didascalie a fianco alle opere, alcune gallerie si attrezzano per presentare personali nei loro stand. Apprezzabile anche quest’anno la scelta di Annalix Forever di Ginevra, con il progetto dedicato alle immagini esili e straordinariamente pittoriche (ma non pittorialiste) di Ali Kazma. Uno degli stand più coraggiosi è quello di Guido Costa Projects, che porta in fiera un lavoro del 1994 di Boris Mikhailov, If I were a German…, poco visto e politically uncorrect: una serie di 29 immagini che parodizza lo spirito tedesco usando l’uniforme nazista come protagonista di vignette irriverenti che sembrano evocare le scene libertine di uno Hogart o quelle boccaccesche di un Pasolini.
Anche David Lynch prende parte alla Platforme, serie di incontri organizzati con il sostegno della Fondation Luma di Arles, dove si parla di fotografia e chiunque voglia può registrarsi e per sette lunghi minuti dire liberamente quel che più gli preme riguardo all’arte della luce. Il format si chiama Pecha Kucha e in cinese vuol dire ‘brusio indistinto della folla’. Come quello che si espande nel magico monovolume del Grand Palais nei giorni in cui si celebra, si vende e si compra la fotografia di ieri, oggi e domani.

Nicola Davide Angerame

www.parisphoto.com