Io (Alberto Garutti), che parlo con me usando l’altro come specchio riflettente e deformante

“Il gioco è questo: tu mi chiedi, poi mi ascolti, non registri e non prendi appunti, poi ci pensi su per conto tuo. Vai a leggere un mio testo dove ho già detto tutto, o quasi, e se vuoi mi citi. Poi scrivi qualcosa che sia tuo e io ti (mi, ci, vi) leggerò”. Sono le parole di Alberto Garutti in risposta alla richiesta di una intervista, in occasione della mostra sua e dei suoi “allievi” a Milano. Ecco cosa ne è uscito.

Alberto Garutti e Roberto Cuoghi durante una conversazione nello studio di Milano, 2012

Io e te potremmo essere una mostra, proprio adesso”, dici. Skype ci mette in relazione usando tutta la forza della Silicon Valley. Il suo corpo enorme è invisibile, come le relazioni su cui si fonda, che gli hanno dato vita e ora ne rafforzano il senso. Ci fa incontrare, qui e ora, in una voce e in un’immagine che muove le labbra, gli occhi, perfino le braccia. Io per te e tu per me. Sei stanco, ti scusi.
La mostra che siamo prosegue e la tua arte – quella di Alberto Garutti – da affrontare ora è quella dell’insegnamento. “Insegnare l’arte è in realtà l’arte d’insegnare”, mi dici: lo fai a modo tuo, con le tue parole, ma io le odo a modo mio. Sei tu a impormi questa interpretazione, questo dialogo a distanza, in differita e quasi alla pari. Ti avevo chiesto un’intervista ma questo dialogo è per te un bene da preservare: nelle tue classi non riversi nozioni dall’alto ma cerchi di creare un clima grazie al quale la lezione si auto-generi. Con il dialogo Socrate mira a far partorire la verità ai suoi commensali, amici, discepoli.
Penso che l’arte non sia insegnabile e credo che soltanto gli stupidi si convincono di poter insegnare come fare un’opera d’arte”, dici. Eppure il sistema ci prova sempre. Da sempre. Non ha capito una cosa fondamentale, secondo te: la tecnica viene dopo la sensibilità, che viene prima anche di tutte le motivazioni puerili che portano un giovane a decidere di fare l’artista. È tutto biografismo inutile, quello. Va scippato, estrapolato, riconosciuto e bruciato sull’altare dello sguardo. Io voglio “annichilirlo”, mi dici. Dobbiamo recuperare, e far recuperare, lo sguardo. Tu non lo dici così, ma io ti ascolto, poi leggo il tuo scritto che c’è in rete (Appunti per una teoria) e giungo ad alcune conclusioni. L’arte d’insegnare non è insegnare l’arte ma portare al grado zero, destrutturare, decostruire. Almeno sessanta giovani artisti (quelli esposti nella mostra Fuoriclasse) te ne sono grati. Saranno tuoi epigoni? No, perché ognuno di loro avrà trovato la propria via verso la realtà. Ma cos’è la realtà? Azzardiamo una definizione: è una forma dietro la quale vi è un mondo di relazioni. Tutta la realtà è tale perché è fondata sulle relazioni. Quel che vediamo e accettiamo come un dato finito è invece il risultato di un processo di sedimentazione continua, infinita ma determinata.

Alberto Garutti – Misure di mobili – 1995 / Madonna – 2007 / Moquette: stanza di soggiorno – 1993 – veduta alla mostra Sopra/naturale. La forma riflette presso il complesso di S. Agostino e piazza del Duomo, Pietrasanta

Ti interessa davvero la questione dello sguardo (ma non in senso duchampiano, e vedremo il perché), a partire da essa ribalti tutti i ruoli: l’artista diventa “curatore della realtà”, lo spettatore diventa committente, l’arte diventa regia della realtà. Non è il piacere della distruzione che cerchi, ma l’eccitamento della ricostruzione che parte dalla scoperta di ciò che sta oltre le colonne d’Ercole, oltre quelle mura inespugnabili del museo a cui hai deciso di dare un assalto permanente nel 1994, con l’opera per Fabrica (frazione di Peccioli). La tua è una rivoluzione copernicana, che toglie dal centro del sistema l’opera e vi mette lo sguardo. Non siate ingenui, lettori: non è come dire che l’arte è negli occhi dello spettatore, o forse è proprio così. Ma prima, l’artista, che è il “primo spettatore”, deve creare una forma.
La forma è la prima cosa! Quasi mi assali quando la chiamo in campo. Ma non è un rimprovero, bensì entusiasmo: parliamo di qualcosa che ti avvince. La forma è tutto, è l’alfa e l’omega. È il punto di arrivo e di ripartenza. Mi fai l’esempio del tuo lavoro sui cani di Trivero, per la Fondazione Zegna. Alla fine capisco che ti serve la forma per fare il tuo movimento di andata e ritorno: dal reale all’arte e dall’arte al reale. Ci torneremo, ma adesso diciamo chiaramente, una volta per tutte, che senza la forma l’arte è soltanto populismo (quanto detesti questa parola, lo sento nel tuo tono di voce che immediatamente è anche il tuo tono emotivo). È il populismo di un’arte relazionale che abusa della tua pazienza perché la fa troppo facile: “mette su” un banchetto, invita gli amici oppure filma una famiglia di extracomunitari e poi spaccia questa soluzione visiva come una nuova corrente estetica. Tu non lo dici così, ma chiami le cose con il loro nome e – siccome la polemica non ti interessa – passi oltre.

Alberto Garutti – Opera dedicata a chi guarderà in alto – 2010 – HangarBicocca, Milano – Fotografia Agostino Osio

Citi, come altra pericolosa deriva, quegli artisti che fanno arte pubblica occupando spazi cittadini con opere che non si mettono in relazione con le storie del luogo, città o paesaggio naturale che sia. Quegli artisti non vogliono capire davvero il territorio nel quale operano, gli preme innanzitutto lasciare in esso un segno del loro passaggio. Tu sei severo con loro. L’accusa è quella di avere un “ego smisurato”. Mi viene in mente il Piccolo Principe di Saint-Exupéry quando descrive il vanitoso: gli basta sentirsi adulato, non importa se chi lo celebra crede o meno a quel che dice. Anche il re senza sudditi funziona così. Con domande ingenue il Piccolo principe svela i meccanismi dell’ego (e i mali del mondo) e ce li fa scoprire come altrettante malattie dello sguardo. Di uno sguardo che non vede il reale ma le proiezioni di un che risulta essere irreale perché è irrelato, privo di relazioni con l’altro. Per te quegli artisti sono un po’ così. I pianeti su cui questi malati abitano sono inesorabilmente e metaforicamente vuoti. Anche il Piccolo principe vive in solitudine, ma a differenza degli altri decide di partire, di uscire dalla sua casa-museo (casa che diventa museo nel momento in cui protegge la rosa sotto una teca) per andare verso gli altri e indagarli. È quello che fai tu, ma tu sei tutt’altro che ingenuo…

Alberto Garutti – Che cosa succede nelle stanza quando gli uomini se ne vanno? – 2005 – Courtesy RAM radioartemobile

Definisci il tuo procedere artistico come una “tattica machiavellica”, e lo fai con un certo orgoglio. L’astuzia, l’escamotage e la manipolazione ti piacciono perché ti portano al reale. Tutto vale, se ti porta al reale. Ancora l’esempio di Trivero viene in soccorso: per raggiungere i cani degli abitanti del paese usi i bambini delle scuole. Loro ti fanno una mappatura completa e sono le chiavi di accesso che ti aprono le porte delle famiglie-mondi di Trivero. Tu poi farai ritratti scultorei dei cani delle famiglie (che sono la forma) e li monterai su panchine destinate a spazi pubblici, sapendo che attiveranno riconoscimenti, narrazioni, memorie. Sapendo che l’opera creerà a sua volta ulteriori relazioni, diluendosi (senza dissolversi) nel reale da cui proviene. Ecco il movimento di andata e ritorno.
La via giusta è quella che ti porta alla radice delle cose, il mondo della tua “vera committenza”: i cittadini (è politica questa). Sono loro che devono raccontarti come stanno le cose, quali legami hanno con il luogo e come il reale appartiene loro.  Nella sua pièce Le mosche, Jean-Paul Sartre, filosofo dell’esistenzialismo, modella il suo Oreste (figlio di Agamennone, re dei greci che distruggono Troia) come colui che è senza realtà (senza “peso”, dirà Sartre) perché non ha contatto con la sua città. Corinto è la città a cui egli sa di appartenere di diritto e alla quale è destinato (nel senso di destinazione, esser diretto verso). Oreste alla fine uccide la madre e l’usurpatore del trono paterno, non per vendetta ma per entrare nella realtà dalla quale è stato espulso in infanzia da un esilio forzato che lo ha privato di radici, tranciando di netto tutte quelle storie familiari e locali che gli permettevano di essere reale (parola che nel suo caso, e forse non soltanto nel suo, mantiene il significato di autentico e di regale). Quell’Oreste sei tu, Alberto G. (ti chiamo come Zavattini-De Sica chiamano il loro Umberto D., film-personaggio con cui il cinema nega lo spettacolo e diventa (neo)realista), che vai in cerca non della tua forma ma di quella dei luoghi. Per trovare queste forme devi usare con arguzia la tua Realpolitik; ti è indispensabile per raggiungere “le informazioni”, come le chiami assumendo il tono freddo e distaccato di un biologo.

Alberto Garutti – Il cane qui ritratto appartiene a una delle famiglie di Trivero. Quest’opera è dedicata a loro e alle persone che sedendosi qui ne parleranno – 2009 – Courtesy All’Aperto, Fondazione Zegna

Quando le cose sembrano assumere una piega emotiva, tu mostri il tuo lato machiavellico, distaccato. L’arte deve arrivare alla realtà, non alle singole storie o persone. Qui non si giudica né si assiste, qui si analizza. Alla fine tu metterai in opera un “sistema di rilevazione-rivelazione puro”: come nel tuo lavoro a Gent, dove le luci dei lampioni sono collegati al reparto maternità e vibrano a ogni nuova nascita. Dedichi sempre l’opera a qualcuno: questa volta ai nuovi nati della giornata. Non è buonismo ma fredda determinazione: ti serve per “dire” a cosa stai mirando, a quale forma noi, con quello “sguardo auratico” di cui cerchi rifornirci, potremo prestare attenzione arrivando così al nocciolo del reale, la relazione. Quella tra chi guarda e i nuovi nati, tra loro e il mondo reale a cui apparterranno, tra la forma dell’opera e il tema della natività che segna la nostra civiltà.
La realtà è la forma concreta che assumono le relazioni. “L’arte è dappertutto”, scrivi testualmente. Qui devo essere pedissequo, devo adeguare il mio pensiero a questa roccia che mi sta davanti. È il momento di chiamare in causa (davanti al tribunale che gli abbiamo preparato) Marcel Duchamp, uno dei tuoi interlocutori a distanza. Lui porta gli oggetti nel museo per dare loro un senso inedito, il senso dell’arte. Questo senso è anche una direzione di marcia: quella che prenderà l’arte a venire, dopo il suo gesto.
Ma “gli oggetti non vogliono più stare nel museo, vogliono uscire”, dici tu, e qui ti cito a memoria, traendo la frase dalla nostra conversazione tardo-serale. Poi precisi che è la realtà stessa che porta l’arte fuori dal museo, in un’epoca in cui tutto diventa pubblico: dal sesso alla privacy. La realtà diventa liquida e l’opera perde l’aura. Gli oggetti possono anche essere ospitati nel museo ma non possono vivere in esso, non più di quanto un leone o un’antilope potrebbero vivere dentro una gabbia. Questa sarà la sfida che presto dovrai ingaggiare al PAC di Milano. Duchamp invece gli oggetti li prende dallo stato brado e li pone in cattività, li fagocita nel museo per dare loro un senso che è lui stesso a costruire con uno sforzo da artista-demiurgo. Tu, al contrario, apri al gabbia e li fai uscire per poi analizzarne il grado di realtà e dare loro il proprio senso.

Alberto Garutti – Come se la natura avesse lasciato fuori gli uomini – 2005 – Villa Manin, Codroipo – Fotografia Fabrizio Gazzarri

A questo punto, ci sarebbe un altro personaggio da chiamare sulla scena di questa nostra (rap)presentazione, ma tu non lo citi e io non assumerò questa responsabilità a così poche righe dalla fine di questo scritto: Joseph Beuys. Invece termino con parole tue, che voglio far mie: “Noi siamo musei ambulanti e dobbiamo assumerci la responsabilità dello sguardo”. Mi sembra di toccare il tuo pensiero, qui: forse questo vuol dire che sono d’accordo con te o forse vuol dire di più. Infatti mi tocca, mi com-muove. E mi turba anche, dandomi una responsabilità che sarebbe più facile non avere. Io, tu, noi: custodi del senso delle cose.

Alberto Garutti e/o Nicola Davide Angerame

Milano // fino al 3 febbraio 2013
Alberto Garutti – Didascalia
a cura di Paola Nicolin e Hans Ulrich Obrist
PAC
Via Palestro 14
www.comune.milano.it/pac

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #10

  • Veritas

    Diciamo anche la verità: Garutti ha creato un clan chiuso intorno a Brera che ha prodotto artisti similari e l’assenza di confronto con il diverso. Una classe di Balilla che oggi pagano per questa assenza di confronto. Ha tessuto relazioni che una volta usciti da Brera assicuravano gallerie private e curatori cool. Questo non è bello, e si chiama mafia. L’arte è una cosa importante.

    • ZiMaO

      MAFIA è un’altra cosa e tu sei l’ennesima voce dispiaciuta, ma dalla tua vita che non si è realizzata. Questo non è bello! e si chiama RISENTIMENTO.
      Garutti ha tenuto le sue lezioni, qualche giorno la settimana per anni, il Clan era un’accademia di cavalletti e modelle che lo riteneva un perditempo. Su 1000 studenti, 700 scappavano e 290 non sarebbero mai stati avvicinati da gallerie private. Curatori cool in Italia zero. Ciao

      • Non è vero la MAFIA non è quella in Sicilia o quella napoletana…la mafia è quella che coltiviamo ogni giorno intorno a noi e nel nostro quotidiano (le mafiette del quartierino milanese)… sono queste micro-mafie ad essere GRAVI, perchè sorreggono le MACRO MAFIE che tutti conosciamo come siciliane o politiche…

        Quindi l’atteggiamento di Alberto Garutti (per quanto perpetuato in buona fede) è MOLTO GRAVE. Perchè negli ultimo 10-15 anni ha contribuito a creare un clan di relazioni che dalla scuola di Brera portavano alla galleria X, al curatore Y ecc ecc. Creando così un monopolio impenetrabile e chiuso al confronto. Se non dentro le aule dove ci si confrontava sulle opere….che mi sembra il minimo sindacale….e che mi sembra STRAORDINARIO solo rispetto lo stato pietoso delle scuole d’arte in italia….

        L’arte non è considerata cosa seria (errore grave per un paese) e quindi si santifica Garutti senza pensare ai danni che ha fatto, e le prime vittime sono i suoi studenti. Danni semmai involontari ma reali.

  • Angelov

    Nel Jazz l’Improvvisazione è parte integrale del fraseggio e dello stile. Forse molta arte contemporanea dovrebbe avere l’onestà di riconoscere questo debito verso quella forma d’arte musicale; ed improvvisare, secondo me, vuol dire dare una rapidissima soluzione di un problema, senza curarti troppo delle conseguenze che quella scelta improvvisa comporterà: un susseguente problema da risolvere, ma in un momento successivo, che per ora, appunto improvvisando, ho distanziato nel tempo.
    La Commedia dell’Arte è un’altra cosa: gli attori improvvisavano perché nelle loro vite private erano veramente spinti da necessità a vivere alla giornata, e spesso le loro trovate, erano una traccia per gli spettatori, che condividevano il loro stato sociale.

  • Luca Rossi

    Garutti ha sviluppato un lavoro formativo unico in Italia e questi ha creato inevitabilmente un sistema monopolistico e per certi aspetti mafioso. Gli italiani tendono subito a ricreare l’idea di famiglia non potendo più distinguere lavoro e relazioni personali, raccomandazione e selezione sul merito. Il professore Ichino ha scritto un libro su come il concetto di famiglia abbia sfavorito lo sviluppo economico dell’italia. Penso alle aziende di famiglia che passano a figli che spesso non hanno le capacità dei padr. Lo stesso discorso si può fare in campo artistico. E penso che l’arte presieda ogni altro settore, e quindi gli effetti dell’azione Garuttiana (relazioni privilegiate, conformismo del linguaggio, dinamiche del clan chiuso) sono più gravi delle cose positive che ha portato.

    Questi effetti stanno mortificando anche il mercato mentre gli artisti italiani giovani (quasi tutti formati da Garutti) sono assenti da una scena internazionale anche lei in crisi. Questi artisti sono comparse con lavori deboli in quanto non hanno trovato ostacoli nella fase formativa. Se non qualche chiacchierata dentro le aule polverose di Brera con Garutti. Alla fine ne ha giovato maggiormente il lavoro dello stesso Garutti.

    Una generazione di giovani italiani tenuti in scacco dalla nonni genitori Foundation.

  • nicola davide angerame

    Credo possiate fare più di così. Questi commenti sembrano i lamenti delle prefiche romane: invece di lanciarvi in giudizi frettolosi e analisi abborracciate potreste far sapere ad esempio, con dovizia di particolari, quale figura di artista – docente contrapporreste a Garutti o almeno quale modello di “insegnamento” vedreste con favore. La questione in Italia è seria.
    Citate il sistema mafioso con una facilità disarmante. Il “familismo amorale” è stato da tempo analizzato e non credo che faccia parte del discorso che Garutti ha impostato con se stesso e con gli altri. Sulla non internazionalità degli artisti vediamo insieme la lista, magari qualche nome è saltato fuori dai confini italiani…
    Garutti mi pare invece rientrare nella dialettica classica della docenza universitaria, che prevede in tutte le facoltà (non soltanto italiane) la creazione di scuole di pensiero all’interno dei vari dipartimenti, con relative guerre teorico pratiche per l’affermazione di idee, e con esse l’occupazione di cattedre o di altri posti di rilievo (gallerie, musei ecc.), nonché la promozione di allievi capaci di portare avanti il discorso teorico del maestro.
    Si tratta di una filiazione intellettuale che esiste dai tempi di Socrate e Platone, della scuola aristotelica e delle botteghe artistico artigiane del Rinascimento. Un maestro alleva una schiera di allievi che potranno decidere di “uccidere il padre” e imporre una propria via, oppure potranno proseguire nelle orme del maestro divenendo dei sostenitori ortodossi delle sue idee. L’intera storia della cultura si fonda su questa alternativa, a parte il fenomeno degli autodidatti che rappresenta un caso a parte e di entità decisamente monire. Più interessante sarebbe quindi capire quali altri modelli validi di “insegnamento” dell’arte possono oggi pretendere cittadinanza nel sistema italiano e internazionale.

    • Beppe

      magnifica analisi. fantastico l’impianto filosofico

  • Luca Rossi

    Il problema infatti è sistemico e non di Garutti. Garutti peró ha di buon grando formato e perpetuato un sistema chiuso: usciti da Brera alcuni prescelti avevano (oggi quel sistema non funziona più per via della crisi) mostre e visibilità assicurata. Avevano la possibilità di provare e riprovare e semmai sbagliare. Questo ha mortificato un sistema formativi intorno già carente; questo ha peggiorato la situazione per un’arte che in Italia non è considerata seria.

    Il sistema mafioso si è basato sulla collaborazione di gallerie amiche, quali Gienzani e Zero; a loro volta collegate con i centri di Torino e Bergamo; Sandretto e Gamec di Giacinto Di Pietrantonio; e poi Ratti e poi premio Furla, ecc ecc. Questo ha creato un monopolio per dimostrare che la scuola di Brera funziona, se no chi si iscrive più? Altro monopolio, anche lui fortunatamente in crisi, quello di Venezia con lo IUAV di Angela Vettese.

    Questi monopoli

  • Luca Rossi

    Questi monopoli, dicevo, hanno formato artisti deboli e conformati ad una certa leggerezza (vedi recente libro di Cerizza). Solo Perrone, Favaretto, Cuoghi hanno avuto comparsate fuori confine più per via delle loro gallerie e del tocco timido di Mr. Gioni…

    La Biscotti -che credo non c’entri nulla con Garutti- ha avuto ultimamente una certa visibilità fuori confine, ma anche lei pesantemente mimetizzata nelle necessità del curatore di turno. Fornisce opere che citano il passato attraverso una retorica facile e ruffiana rispetto le necessità di un luna park per adulti (vedi ultime manifesta, documenta e biennali varie).

  • Luca Rossi

    Lione? Berlino? Manifesta certo ma Biscotti non garuttina. Documenta certo ma con quote rosa, qualche italiano andrà pure invitato. Ma in generale e da anni gli italiani sono assenti. E la stessa scena internazionale è in crisi, ma essendoci la quantità a volte spunta anche la qualità.

    Le lezioni di Garutti sono ottime e squisite, ma essendo le sole finiscono per monopolizzare la proposta di “nuovi” artisti. Gli studenti di Garutti sono spesso sfumature del medesimo colore. Ora non ho tempo e spazio per parlare di tutti, ma l’ho fatto più volte sul blog.

    Ma evitiamo i nomi e guardiamo agli atteggiamenti e al linguaggio. Non vedo negli studenti di Garutti linguaggio e posizioni incidenti; vedo buoni lavori che potrebbero essere di uno stesso artista. Forse quello con cui Garutti confronta, critica e migliora il proprio lavoro. Le opere dei suoi studenti sono riflessi delle sue opere, niente di male. Ma questo non ha giovato al confronto critico vero, quello fuori dalle aule.

  • Maya Pacifico

    Ma siamo davvero impazziti? Ecco perchè non esiste una storiografia critica degna di questo nome in Italia. Si preferisce sostituire la critica con la testimonianza autobiografica e l’interpretazione con il testo promozionale o l’intervista.

  • Giusy

    Bravo docente,artista mediocre
    Il resto e’ bel paese ….

  • wolf

    Premesso che l’ articolo e’ raccapricciante, le riflessioni sono interessanti.

    Il fatto che un docente abbia saputo instaurare un rapporto con varie gallerie in modo d’ aiutare i suoi studenti ad entrare nel mondo del lavoro mi sembra molto positivo,

    dovrebbe essere la prassi

    il monopolio si crea quando gli altri docenti non combinano un cazzo da quel punto di vista (o no?)
    secondo me non siamo messi bene come insegnanti

    si tende a parlare di mafia ecc.. in ambito artistico secondo me la mafia all’ estero funziana molto meglio in quanto a strategia, efficenza e sopratutto a velocita’

  • Luca Rossi

    Ripeto la manifesta che si è svolta in italia DEVE avere artisti italiani…ed ecco che le relazioni privilegiate di un certo clan fanno sì che solo certi arroti sti vengano proposti al curatore di turno…o pensi che il curatore di manifesta a Trento abbia girato l’Italia porta a porta? Ma un sistema ci deve essere, dico solo che ci vorrebbero più esperienze come quella di Garutti in Italia, in modo che so crei un confronto….ma sopratutto il clan Garutti si dovrebbe dimostrare più aperto e non comportarsi come la classica famiglia italiana chiusa e un po’ mafiosa. Perchè questo fa il male dei suoi figli (che sono sempre i più bravi e non sbagliano mai) e dei figli degli altri…

  • Luca Rossi

    Favaretto, discarica di rottami, palude…
    Pivi, aereo che gira, orso giallo, aereo ribaltato..

    Favaretto a mio parere non ha personalità. L’idea del monumento, su cui lavora da qualche anno, non è sviluppata..se non con una certa retorica molto prevedibile.

    Pivi molto meglio agli esordi, anche lei persa ultimamente nel tutto può andare…e quando non si ha una personalità e un’urgenza reali ci si lascia andare all’immaginario preferito…e quindi “foto” dal tibet…

    Queste forme di turismo creativo con trovate un po’ a caso non mi convince per niente. Per loro assicurano i galleristi blasonati De Carlo e Noero, ma non basta..

  • iwannabe

    Vorrei la foto originale, Garutti e Cuoghi! …..come si fà per averla?

    • maialina

      E io vorrei Cuoghi, originale …come si fa?

      • iwannabe

        Brava Maialina tu si che sei una che ci capisce, è lui il più potente in Italia.

  • johnny

    Ho appena visto la mostra.E ho letto l’articolo.Quanto bisogna essere “dentro” l’argomento ,la storia ,le ragioni di questo “artista” per potere uscire dalla mostra con qualcosa che mi rimanga.Non mi è rimasto nulla se non lo sgomento.Ma di quale mondo fanno parte certi “artisti”,in che lingua parlano?Possibile che abbiano perso ogni capacità di emozionare,di relazionarsi con il resto dell’umanità che non sia quella degli addetti ai lavori? Una valanga di parole ,concetti,profondità imperscrutabili,rimandi.
    La vita è piu semplice, e certa arte contemporanea la sfiora con sufficenza e arroganza,non parla,filosofeggia,si nasconde dietro ad un vocabolario ad ostacoli.
    Non ha il coraggio della semplicità che molto piu difficile della complessità.

  • garutti non è male. sono i suoi allievi che non esistono, basta guardare la mostra indegna a villa reale per rendersene conto.
    paola

  • giancarlo

    mostra indegna, ma alcuni pezzi si salvano dal contesto e dal curatore. riflettete sulle condizioni di questo paese se non avesse avuto un riferimento come garutti. e senza quei tre o quattro non di piu, tra i suoi studenti che hanno saputo distinguersi. g

  • antonio

    Ieri un venditore ambulante cinese ha cercato di appiopparmi un “coso” tutto colorato.Difficile capire cosa fosse.Mi ha subito detto il prezzo.Attenzione,fra un po arriveranno i cinesi anche nei musei.Sarà difficile distinguere le loro opere da quelle dei Musei d’arte contemporanea.Ma diranno subito il prezzo.

  • dust

    Garutti, non se la prenda: la sua mostra è un’insulsa furbata. E dover firmare una liberatoria per il GENIALE lavoro composto dalle voci degli spettatori (ma quali?) è stato davvero vecchio e triste. Che la Madonna l’assista. O la fulmini, veda lei che ha consuetudine.