Graffiti al Cairo. Dalla rivoluzione alla colazione

Alcuni linguaggi artistici sembrano non passare di moda. Gli evergreen non invecchiano e trovano terreno fertile in luoghi e in tempi imprevisti, ma guidati dalle stesse pulsioni ed esigenze che ne hanno visto la nascita. Succede, ad esempio, che in Egitto il graffito…

Ammar Abu Bakr in azione - novembre 2012 - photo Vincenzo Mattei

L’urgenza del gesto grafico sul muro, l’autenticità della scritta, il potere comunicativo del graffito ha fatto irruzione in Egitto per appoggiare la rivoluzione. Vietatissimi prima della Primavera Araba, i graffiti hanno accompagnato l’evolversi delle proteste, mappandone gli episodi e i personaggi salienti, invadendo pian piano le città dell’Egitto. Non è passato neanche un anno dall’inizio della rivoluzione e, al Cairo, in piazza Taharir, luogo simbolo della rivolta, continuano le sommosse, rigurgiti di proteste che prima erano contro Mubarak e adesso si scagliano contro Morsi, l’attuale presidente, chiedendo processi giusti per i coinvolti negli scontri, sia per i ribelli, arrestati sotto il vecchio governo, sia per i soldati che hanno perpetrato abusi e violenze contro i manifestanti. Ci si interroga tuttora su quale sia il reale peso di un attivismo politico espresso attraverso l’arte, di quanto il dissenso politico sia materiale per agire e intervenire attraverso l’uso dei linguaggi artistici, ma soprattutto quale ne sia la reale utilità.
Nonostante tali interrogativi sempre attuali, bisogna pur ammettere che i graffiti del Cairo sono un chiaro manifesto dell’opposizione popolare sfociata nei conflitti della piazza. Nella strada adiacente la famosa Taharir, in via Mohamed Mahmuod, lungo il muro che costeggia l’Università Americana, fanno bella vista di sé coloratissimi disegni, nati durante gli scontri del 2011 e quelli successivi del 2012. Le immagini della faccia di Mubarak e quella di Tantawi, le scritte contro la SCAF (Superior Council Armed Forces) parlano al popolo egiziano e al mondo della rivolta che è ancora viva. Tuttavia, quelli attualmente visibili non sono gli originali graffiti, quelli disegnati durante gli scontri dell’inverno 2011: la polizia li ha coperti per ben due volte, a conferma della loro pericolosità, e altrettante volte sono rinate le scritte rivoluzionarie con un nuovo stile, con cambi di autore e con soggetti diversi che rispecchiavano ogni volta la situazione politica del momento.

Il Cairo, via Mohamed Mahmud – novembre 2012 – photo Vincenzo Mattei

Cercando di recuperare informazioni e testimonianze ci si imbatte nel nome di Ammar Abu Bakr, giovane graffitista anomalo che dipinge sul muro con il pennello come per un affresco. Nel novembre 2011, in via Mohamed Mahmoud, ha meticolosamente ritratto i volti bendati delle vittime dell’agente Mahmoud Sobhi Shannawi, un cecchino soprannominato il “cacciatore di occhi” per la sua abilità nel centrare gli occhi dei manifestanti con pallini da caccia procurando la cecità in alcuni casi. Tuttora si attende con notevole attenzione il verdetto del processo contro di lui, uno dei pochissimi delle forze del regime sotto giudizio perché identificato dalle sue vittime e addirittura segnalato in alcuni graffiti, ovviamente subito cancellati. Stessa sorte è toccata ai bersagli del cacciatore, le cui immagini sono state rimosse con cura tra un tafferuglio e un altro.
Altri ritratti sono apparsi nella stessa strada nel febbraio 2012. Lungo il muro dell’Università Americana, Ammar Abu Bakr, Alaa Awad e altri graffitisti, come Mohamed Khaled e Hanaa El Deighem, hanno rappresentato, come in grandi foto segnaletiche, i martiri dello stadio di Port Said.  L’episodio del 1° febbraio 2012 ha visto coinvolte le tifoserie di due squadre di calcio, quella locale di al Masry e la squadra ospite di el Ahly (molto popolare al Cairo). Gli scontri di fine partita hanno portato 74 vittime e circa 1.000 feriti. I ritratti dei deceduti, abbastanza realistici, erano stati dotati dai graffitisti di ali, come angeli, vittime considerate martiri perché capri espiatori di giochi politici allora in corso. Gli stessi Fratelli Musulmani dichiararono all’epoca che i veri responsabili delle violenze, frutto di un piano premeditato, erano i sostenitori dell’ex dittatore. Altre notizie parlano della tifoseria come elemento di supporto fondamentale per i rivoluzionari durante gli scontri di Taharir. Insomma, vendetta o tentativo di portare disordine nel nuovo riassetto politico, i martiri di Port Said erano sul muro di via Mohamed Mahmoud, per ricordare a tutti le ingiustizie subite. Tutto era lì almeno fino ad agosto del 2012, poi sono stati cancellati. Insieme a loro sono scomparsi i volti di Susan Mubarak, moglie dell’ex dittatore, anch’essa coinvolta nella corruzione del marito, di Mohammed Tantawi, presidente del consiglio supremo delle forze armate, considerato il braccio destro di Mubarak, e delle forze armate, tutti dipinti come un grande serpente le cui spire si protendevano lungo il muro. Altri graffiti hanno preso il posto di questi, in parte recuperandone le immagini e arricchendole con ulteriori personaggi ed episodi, specchio, anche questa volta dei cambiamenti politici.

Il Cairo, via Mohamed Mahmud, Martiri di Masbiro e Abbassia – novembre 2012 – photo Vincenzo Mattei

Per il 19 novembre, anniversario degli scontri a via Mohamed Mahmoud,  Ammar Abu Bakr, iniziatore dei graffiti in quella triste strada, ha deciso di ritrarre i manifestanti, martiri morti a Masbiro (davanti al palazzo della Televisione di Stato) e ad Abbassia, coprendo l’ultima versione del muro dell’Università Americana. Il realismo crudo delle immagini è lo stesso delle foto dei cadaveri da cui il graffitista trae ispirazione per i grandi ovali colorati in cui i volti appaiono deformati dagli ematomi e dal sangue. L’artista ha dipinto sui precedenti graffiti, lasciandoli intravedere, consapevole che anche i suoi verranno nuovamente cancellati per dar spazio ad altre immagini. La strada è di tutti e il muro di via Mohamed Mahmoud è come un giornale su cui i cairoti leggono notizie sempre diverse e attuali.
Altra sorte è toccata invece ad un progetto, chiamato No Walls, che ha ugualmente visto coinvolti gruppi di artisti. L’iniziativa era nata tra febbraio e marzo 2012, dopo che i militari avevano innalzato sette barricate lungo le vie di accesso a Mohamed Mahmoud, mettendo in sicurezza dai manifestanti il Ministero degli Interni. I residenti e gli attivisti hanno progettato una serie di trompe l’oeil che fingessero la continuazione della strada o che sostituissero con scene bucoliche il grigiore dei blocchi di cemento utilizzati per le barricate. L’effetto era sorprendente, lontano sicuramente dai classici graffiti. Ora appaiono scoloriti e quasi dimenticati dalla popolazione che, coprendoli, vi parcheggia incurante le macchine, mentre poco più in là il muro dell’Università Americana fa da sfondo ideale per foto “rivoluzionarie”.
Immancabile anche in questo processo di evoluzione artistica, qui notevolmente più veloce, il passaggio dei graffiti dalla strada alla galleria. Già a settembre 2011 la Townhouse, tra le gallerie più esterofile del Cairo, ha riunito alcuni graffitisti per esporne le opere dipinte sui muri dalla sua factory  in una mostra dal titolo alquanto ambiguo, This is Not Graffiti.

Il Cairo, via Mohamed Mahmud, Martiri di Masbiro e Abbassia – novembre 2012 – photo Vincenzo Mattei

Attualmente, la SafarKhan gallery, maggiormente proiettata alla produzione locale, porta il graffitista Ganzeer nei suoi spazi espositivi. In entrambi i casi a perderne è sicuramente la spontaneità e la forza rivoluzionaria ma ne acquisisce, soprattutto nel secondo caso, la tecnica pittorica costretta a confrontarsi con la tela e con un pubblico di addetti ai lavori.
Ora al Cairo i graffiti sono una moda, nascono pubblicazioni, si vedono in rete, la rivoluzione virtuale, quella legata a Facebook, che utilizzava i social network per fissare appuntamenti rivoluzionari, ora se ne serve per diffondere il linguaggio dell’arte attraverso gruppi, elitariamente e facebookianamente chiusi. Strano a dirsi, ma svilendone il messaggio. I segnali postumi di un graffitismo rivoluzionario si inseriscono nei modelli consumistici della comunicazione e del merchandising: blog, libri a iosa di raccolte fotografiche, articoli che confondono le idee, tovagliette per la colazione, t-shirt e calendari. Torna alla mente il muro di Berlino, pezzo di storia, parte dell’immaginario collettivo ora meta di turisti scialbi che ne ignorano la drammatica storia ma ne apprezzano le immagini sopra dipinte.

Graziella Melania Geraci

 

  • Marta

    Più che graffiti, quelli descritti e riportati nelle immagini mi sembrano rientrare nella tradizione dei murales. Per graffiti si intende il writing, la scrittura del proprio nome con la bomboletta spray. E non ne vedo traccia. In questo momento murales non si usa più e si utilizza maggiormente il generico Street art. Il dibattito
    sulle definizione di generi è sicuramente aperto e in itinere, ma il writing o graffiti ha delle caratteristiche non confondibili.

  • Grazie per il chiarimento, Ne parlavo proprio qualche giorno fa alla vista di alcuni Murales, per l’appunto, presenti in un Museo del Cairo sconosciuto a tanti. Un vero gioiellino di cui parleremo nel prossimo numero di Incontro Mediterrano. Rivista in Italiano e inglese stampata al Cairo.

  • dan costello

    Non sono graffiti. Ma che ignoranza c’è ancora in giro? Dopo trent’anni c’è ancora chi non conosce le differenze, abissali, che passano tra i diversi generi. Allucinante. Non dico che bisogna per forza esserne esperti, però qui si tratta delle basi. E’piuttosto grave