Gino Marotta. Un’opera da ricordare, nelle parole di Lorenzo Canova

È scomparso da pochi giorni un artista straordinario, Gino Marotta. Vi abbiamo dato notizia della mostra inattesa, poi vi abbiamo raccontato la mostra che è attualmente in corso alla GNAM di Roma. E ora questo ricordo critico di Lorenzo Canova, che con Marotta ha lavorato a stretto contatto in tante occasioni.

Gino Marotta nel 1967 con Bosco

Gino Marotta (Campobasso, 1935 – Roma, 2012) è stato un grande esploratore, un artista che ha attraversato, trasformato e precorso stili, tendenze e movimenti conservando però l’integrità di un’originalissima visione personale. Scultore, pittore, designer, Marotta ha sviluppato il suo percorso in modo poliedrico e coerente, seguendo costantemente quell’idea di “curiosità” su cui ha voluto sempre basare la sua ricerca. Sin dagli esordi, Marotta ha infatti lavorato su idee e materiali innovativi, seguendo una linea tutta italiana, ma di ampiezza internazionale, che parte dal Futurismo.
L’artista ha esordito dunque negli Anni Cinquanta con i “piombi” e i “bandoni”, dove l’uso della fiamma ossidrica si poneva in un dialogo con esperienze europee tra Informale e Nouveau Réalisme, arrivando poi alla creazione delle “pitture-oggetto” dei primissimi Anni Sessanta. In questi anni l’artista è entrato in rapporto diretto con quel contesto internazionale che ha portato alla Pop Art, a cui Marotta ha dato un originale contributo con i suoi metacrilati, dove fonde le sue esperienze progettuali di designer alla sua sintesi iconica e strutturale che ha dato un senso nuovo al concetto stesso di scultura.
In questo senso, Marotta non ha rinnegato il rapporto con la produzione industriale, ma lo ha posto al centro delle sue opere nate dalla sua azione disegnativa e progettuale. Così è stata la materia plastica la protagonista di questo intenso dialogo che Marotta ha intrapreso seguendo quell’idea costruttiva che negli Anni Cinquanta e Sessanta ha reso l’Italia un esempio per moltissime ricerche internazionali. Attraverso il metacrilato, l’artista ha superato l’idea statica della scultura spostandosi, parallelamente ad alcuni compagni di strada, verso l’esito (già intuito dai futuristi) dell’arte ambientale, quell’Environment in cui l’opera si apre per fare entrare lo spettatore al centro del suo nucleo strutturale.

Gino Marotta per Carmelo Bene – Salomè – 1972

Quest’idea di spalancare l’arte alla dimensione della vita ha condotto così a installazioni dove è diventato centrale l’interesse di Marotta per la dialettica e il confronto tra naturale e artificiale. In queste opere degli anni sessanta e primissimi settanta, difatti, gli alberi, i boschi, le palme, gli animali, il mare e la pioggia sono di metacrilato, spesso con inserimenti di neon, per annunciare le metamorfosi della modernità di un’arte che trasforma e modella il paesaggio, ma anche per celebrare industrialmente il sentimento elegiaco della perdita, la nostalgia per un mondo rurale in via di estinzione, come quello del suo Molise.
Nell’età dell’oro della Roma degli Anni Sessanta, Marotta, insieme a, tra gli altri, Pascali, Ceroli e Kounellis (che con lui esposero al Louvre nel 1969), approda alla dimensione aperta e collettiva dello spettacolo, come territorio di dialogo e interazione per le arti sulla linea inaugurata proprio dal Futurismo. Muovendo da questi presupposti, e soprattutto nel suo lungo sodalizio con Carmelo Bene, dal film Salomè fino agli spettacoli teatrali Nostra Signora dei Turchi e Hommelette for Hamlet, Marotta ha spostato in modo quasi naturale la sua attenzione verso una dimensione legata al teatro e al cinema, intesi come forme espressive che immergono e coinvolgono lo spettatore nello spazio dell’opera.

Gino Marotta – Cronotopo virtuale – 2011

La straordinaria scenografia di Hommelette for Hamlet (1987) che valse a Marotta il Premio Ubu nel 1988 si ricollega, nella nuova stagione degli Anni Ottanta, alla grande installazione in pietra Le rovine dell’Isola di Altilia della Biennale di Venezia del 1986 e mostra un artista allo stesso tempo differente e coerente rispetto alle esperienze precedenti. In questa grande fusione tra scultura, performance e installazione l’opera diviene parte integrante di una visione legata al contesto internazionale della rivisitazione del passato, nel rinnovato sentimento di elegia di una mirabolante macchina della memoria costruita attraverso l’evocazione dei capolavori della statuaria barocca romana.
Mai appagato dai risultati raggiunti, Marotta, dalla fine degli Anni Novanta in poi, ha rinnovato i suoi metacrilati, facendone quadri, sculture, installazioni con inserti digitali e di led luminosi, che rielaborano e rinnovano il suo mondo iconografico. L’ultimo decennio ha rappresentato una stagione felice che ha coinciso con nuovi importanti riconoscimenti museali ed espositivi italiani e internazionali, fino alla sua grande mostra personale ancora in corso alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, traguardo finale della sua volontà di rinnovamento ed esplorazione, progetto concepito come un vera e propria conversazione, allo stesso tempo seria e giocosa, tra la sua carriera di artista e le collezioni del museo, coronamento di un viaggio che la morte ha interrotto bruscamente ma che la storia conserverà tra le maggiori esperienze non solo italiane di questi ultimi decenni.

Lorenzo Canova

www.ginomarotta.it

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Lorenzo Canova
Lorenzo Canova (Roma 1967) è professore associato di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università degli Studi del Molise dove dirige l’ARATRO, Archivio delle Arti Elettroniche, Laboratorio per l’Arte Contemporanea. Ha pubblicato studi sull’arte del Cinquecento romano, del Novecento e delle ultime generazioni. Ha curato mostre in musei italiani e internazionali. Tra le sue pubblicazioni i volumi "Visione romana. Percorsi incrociati nell’arte del Novecento" (Edizioni ETS, Pisa 2008) e "Nelle ombre lucenti di de Chirico" (DEd'A edizioni, Roma 2010).
  • Molti di noi artisti lo ricorderanno con affetto non solo per la sua umanità ma anche e
    soprattutto per la sua creatività originale. Con Marotta, nel lontano 1968, abbiamo interagito in una perfoprmance nel corso della Rassegna Ra/3 di Amalfi, curata da Celant e dal compianto Marcello Rumma, marito di Lia Rumma. Marotta nel corso di un allestimento di una installazione di balle di paglia, mi coinvolse non solo nel fotografare l’azione ma nella provocazione vesrso i nyumerosi giovani presenti che consisteva, nel momento della realizzazione del cerchio, nel mio “salto” all’interno dello stesso cerchio. E avvenne ciò che avevamo previsto: una decina di giovani
    presenti si gettarono dentro il cerchio di paglia. Il tutto è documentato da un libro sulla Rassegna rintracciabile nella Fondazione Menna a Salerno. Arrivederci Gino.
    Antonio Tateo detto Tato, artista del sociale e ex docente a contratto di “Storia della Fotografia, Facoltà di Lettere, UniSA.

  • Molti di noi artisti lo ricorderanno con affetto non solo per la sua umanità ma anche e
    soprattutto per la sua creatività originale. Con Marotta, nel lontano 1968, abbiamo interagito in una perfoprmance nel corso della Rassegna Ra/3 di Amalfi, curata da Celant e dal compianto Marcello Rumma, marito di Lia Rumma. Marotta nel corso di un allestimento di una installazione di balle di paglia, mi coinvolse non solo nel fotografare l’azione ma nella provocazione vesrso i nyumerosi giovani presenti che consisteva, nel momento della realizzazione del cerchio, nel mio “salto” all’interno dello stesso cerchio. E avvenne ciò che avevamo previsto: una decina di giovani
    presenti si gettarono dentro il cerchio di paglia. Il tutto è documentato da un libro sulla Rassegna rintracciabile nella Fondazione Menna a Salerno. Arrivederci Gino.
    Antonio Tateo detto Tato, artista del sociale e ex docente a contratto di “Storia della Fotografia, Facoltà di Lettere, UniSA. P.S.:questo commento è diverso da quelli di semplice comunicazione storica dell’evento di Amalfi e riguarda il rapporto di intesa e non individualistico di operatori che negli 70/80 abbracciarono la teorizzazione dell’arte del sociale o dell’arte concettuale che allora nasceva e veniva spesso minimizzata dal conformismo del concetto di “Arte” intesa come estetismo “tout court”. In Campania e nel Meridione, ci fu una sorta di ribellione all’estetismo imperante e l’accettazione e condivisione del “concettuale”, rivolgendo l’attenzione a lavori che sembravano bestemmie, dell’Arte Povera dell “Mappamondo di Stracci” di Pistoletto, ad esempio. Voglio ricordare tutto ciò per evitare che le nuove generazione non dimentichino Marotta, Boetti ed altri che seppero indicarci la via di una “arte connotata”, che parlasse, cioè, delle aspirazioni dell’uomo e dalla voglia di mutamenti etici di cui si sente, anche oggi, la necessità di testimonianze.
    Antonio Tateo detto Tato.