Come si dice “Kulturinfarkt” in italiano? Un libro che continua a far discutere. Ecco l’opinione di Pier Luigi Sacco

Ne avevamo parlato il 24 marzo scorso, intervistando uno degli autori, Pius Knüsel. E da allora di polemiche ne ha scatenate assai il libro Kulturinfarkt. Ora che la Marsilio ne stampa la versione italiana, il dibattito si riaccende anche nel nostro Paese. A contribuirvi, su Artribune, Pier Luigi Sacco.

Gli autori di Kulturinfarkt

Già a partire dal titolo provocatorio, Kulturinfarkt ha fatto parecchio rumore in Italia prima della pubblicazione della traduzione italiana, ora meritoriamente portata a termine da Marsilio. In un momento in cui i tagli falcidiano i fondi pubblici per la cultura, esprimere una tesi, sostenuta peraltro da autorevoli esperti, che non soltanto legittima le decurtazioni, ma incoraggia un drastico ridimensionamento del finanziamento pubblico della cultura può quasi apparire come una rivoluzione copernicana che rimette in discussione le certezze più consolidate.
In realtà, per capire il senso di questo libro, bisogna inserirlo nel giusto contesto, e in particolare tenere conto del fatto che è stato scritto pensando all’esperienza dei Paesi di lingua tedesca. La situazione di partenza, in primo luogo, è oggettivamente piuttosto diversa da quella italiana, sia per l’entità dei finanziamenti, sia per il livello di riconoscimento sociale nei confronti del finanziamento pubblico della cultura. Inoltre, è opportuno tenere conto del fatto che l’argomento viene sviluppato all’interno di un contesto di riferimento relativamente limitato, che si concentra sulle forme di produzione culturale che sono sostanzialmente dipendenti dai trasferimenti pubblici – il cosiddetto nucleo non industriale (arti visive, spettacolo dal vivo, musei e patrimonio storico-artistico) – piuttosto che considerare nel loro complesso le filiere culturali, che sono invece caratterizzate da un grado elevato di interdipendenza strategica tra forme di produzione organizzate industrialmente e che sono sul mercato e forme di produzione non industriali e sussidiate.

Tagli alla cultura

In realtà, tagliare queste ultime può portare, in una prospettiva sufficientemente articolata dal punto di vista sistemico, a un impoverimento contenutistico della produzione più orientata al mercato non diversamente da quanto accade alla ricerca applicata quando si tagliano i finanziamenti alla ricerca pura. Infine, il libro denuncia un supposto problema di sovrapproduzione culturale basandosi su una concezione del tutto superata di fruizione passiva dell’esperienza culturale, senza quindi tenere conto del fatto che la partecipazione culturale produce effetti estremamente rilevanti su tutta una serie di dimensioni di elevato valore economico e sociale, dalla capacità innovativa al welfare e alla coesione sociale. Valutare i costi della produzione culturale senza tenere conto di questi effetti è quindi un’operazione concettualmente fuorviante, sia dal punto di vista logico che ancora di più in termini di implicazioni di policy.
Per quanto possa sembrare innovativo e provocatorio, il libro propone quindi implicitamente una concezione della cultura relativamente limitata e sostanzialmente superata – un problema che si presenta a volte nei Paesi di lingua tedesca, che infatti, a differenza di quanto accade in altri settori innovativi, fanno fatica a esprimere una leadership competitiva nell’industria culturale e creativa, finendo, seppur per ragioni molto diverse da quelle italiane, per rimanere focalizzati su una visione relativamente retrò dei processi di sviluppo a base culturale – per quanto con significative eccezioni a livello locale.

La cover di Der Kulturinfarkt

Pertanto, il lettore italiano farebbe bene ad avvicinarsi a Kulturinfarkt con qualche cautela, e soprattutto con un adeguato filtro critico. L’idea dell’infarto culturale può essere un’ottima trovata retorica, ma alla prova dei fatti si fonda su una visione decisamente troppo semplificata e parziale del ruolo della cultura nella società e nell’economia contemporanea. Ne sanno qualcosa i tanti Paesi extraeuropei che hanno un reddito pro capite molto più basso del nostro ma che investono quote sempre più significative di risorse pubbliche nella cultura.
Il vero infarto culturale sarebbe quello di non accorgersi di tutto questo, e di non trarne le conseguenze per tempo.

Pier Luigi Sacco

Dieter Haselbach, Armin Klein, Pius Knüsel, Stephan Opitz – Kulturinfarkt. Azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura
Marsilio, Venezia 2012
Pagg. 272, € 18
ISBN 9788831714372
www.marsilioeditori.it

CONDIVIDI
Pier Luigi Sacco
Preside della Facoltà di Arti, Mercati e Patrimoni della Cultura e professore ordinario di economia della cultura presso l’Università IULM di Milano. Professore di imprese creative presso l’USI di Lugano. Direttore di candidatura per Siena 2019 Capitale Europea della Cultura. Scrive per il Sole 24 Ore, per Saturno, per Arttribune e per Flash Art. Presidente dell’Osservatorio regionale della Cultura della Regione Marche. Autore di più di cento articoli pubblicati su riviste internazionali e su volumi collettanei peer reviewed con i principali editori scientifici internazionali sui temi della teoria economica, della teoria dei giochi, dell'economia della cultura e delle industrie culturali, del cultural welfare. Referee per varie riviste internazionali. Keynote speaker in convegni e simposi internazionali sui temi dello sviluppo a base culturale e delle industrie culturali e creative. Consulente di istituzioni e aziende a livello internazionale sui temi delle politiche culturali e delle industrie creative. Ha pubblicato di recente, con Christian Caliandro, il libro”Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino, Bologna), che è stato recensito e presentato presso molte delle principali testate giornalistiche e radio-televisive italiane.
  • fortunato ceccarini

    E’ corretto porre un filtro quando si legge un libro frutto dell’esperienza di un paese diverso dal nostro. Rimane il fatto che l’idea che sembra lanciare è giusta: vanno inseriti anche nella cultura parametri economici e tecnici di controllo e non si può sempre e solo invocare lo spenditometro pubblico. basta vedere, poi, esperienza come questa per capire che l’Italia meriterebbe una bella sforbiciata: http://potatopiebadbusiness.com/2012/11/22/il-questionario-del-mibac-il-problema-dei-questionari/

  • In Italia e non solo sembra che non esista responsabilità per gli operatori culturali, servono solo i soldi e al limite bisogna attrarre pubblico.Tutto quà. I contenuti sono spesso standard sovraprodotti, e al pubblico non pensa nessuno se non in termini questi termini:

    -come posso attirare più pecoroni possibili?

    -a noi il pubblico non interessa facciamo cultura “alta”.

    Non è possibile generalizzare, quindi alla fine si salvano tutti, salvo poi quando finiscono i soldi pubblici. Per fortuna.

  • Mariantonietta Firmani

    Condivido i commenti di Ceccarini e Rossi, e ricordo che lo stesso Sacco non molti anni fa, raccontando di esperienze internazionali, esprimeva commenti assolutamente in linea a questi, denunciando i troppi fondi pubblici che, spesi male, andavano a rovinare la stessa offerta culturale.

    La verità è che gli operatori culturali dovrebbero coinvolgere operativamente attori pubblici e privati, non cedendo a ricatti e lusinghe, ma lavorando davvero in sinergia positiva e proiettiva, alla ricerca di un meccanismo economico reale per la produzione di cultura!!! Solo in questo modo sarebbe poi il libero mercato a selezionare le offerte culturali migliori e alzare il livello produttivo generalizzato.

    La visione del mondo non può che essere positiva, infondo la storia dell’uomo è fatta di continua evoluzione del benessere personale e della coscienza sociale, e lo stesso accade anche per lo spazio della cultura.
    Ma lo spazio della cultura è luogo pubblico per eccellenza, e perciò ora dipende dalla consapevolezza reale di ciascuno circa la necessità di perseguire davvero il bene comune, se riusciremo ad implementare nuovo benessere economico e sociale attraverso la progettualità culturale.

    Non vi sembra?

  • Angelov

    Prima della caduta del muro di Berlino, molti artisti che non riuscivano o non volevano inserirsi in quel dannato girone burocratico&partitico, tipico aumma aumma, che o sei con noi, ma sei anche contro di noi,…………, dovevano emigrare per poter aver la libertà di esprimersi, anche a proprie spese, o in cerca di un minimo di sponsorizzazione comunque accettata senza riserve.
    Dall’altro versante, l’americanizzazione con la sua cultura universitaria a diffusione capillare, ha invaso il globo terracqueo occidentale, ma trovando un tessuto in avanzato stato di inerzia-stasi, ha dato origine ad un sistema di super-burocratizzazione esteso in ogni settore, ma sopratutto al mondo della cultura.
    Come era dunque accaduto che per ragioni diverse, il sistema comunista implodesse, ora è giunta anche per l’occidente l’ora della resa dei conti.

    • SAVINO MARSEGLIA

      Dobbiamo partire dal fatto che oggi l’arte è diventata solo una merce complessa. Il suo mercato nel mondo globalizzato al mercato finanziario; è organizzato a più livelli: industria culturale di massa e speculazione elitaria di opere d’arte a tiratura limitata. Questo mercato produce una rete di informazione capillare e diversificata e un sitema istituzionale dell’arte addomesticato ai potenti di turno ed efficace:( gallerie, musei, spazi d’arte, fiere, aste e centri di cultura..) . Il capitale mondiale della finanza e dell’economia! Gli Stati Uniti, la Cina, il Regno Unito sono le Nazioni che detengono sul mercato dell’arte uno strapotere imperiale e impongono ed esportano i loro prodotti culturali con la stessa facilità dei loro capitali finanziari. Il mercato dell’arte di feticci ha svuotato il ruolo dell’artista e la funzione dell’arte al servizio di una ” Comunità”- che è stata sostituita dalle Banche, il gioco in borsa, aste, assicurazioni, industria, gallerie, fiere biennali ecc. fanno tutte da “suppléement d”ame” della nostra civiltà consumistica: Un’attività commerciale ad alto rendimento, paragonabile a tutte le altre e, in sostanza, dotata di una funzione che è quella di legittimare spiritualmente la nostra società capitalistica-finanziaria-commerciale e quindi la classe sociale che vi domina.