Arte, politica, nostalgia, storia. Una conversazione con Marcella Beccaria

L’ultima mostra del Castello di Rivoli, “La storia che non ho vissuto (testimone indiretto)”, solleva interrogativi importanti. Ne abbiamo parlato con Marcella Beccaria, curatrice della rassegna. Per cercare di capire come e in che direzione si muovono alcuni artisti italiani contemporanei.

Seb Patane - allestimento di Kollapsing New People - Castello di Rivoli, 2012

Una critica spesso mossa al Castello di Rivoli è di non occuparsi abbastanza dell’arte italiana “giovane” e “del territorio”. La tua mostra è fatta con opere di “giovani” artisti italiani, sette per la precisione, di cui una torinese d’adozione, Eva Frapiccini. Cosa ne pensi della questione, in linea generale?
La questione è bidirezionale: il lamento che il Castello non si occupi dell’arte italiana giovane porta con sé anche la scarsa attenzione che la stampa specialistica e non sembra riservare a tale tipologia di programmazione, giudicata “di nicchia”. Una mostra di artisti italiani giovani non sembra interessare una certa stampa, oppure sembra un’ottima occasione per alcuni recensori per accanirsi negativamente sul lavoro di artisti che stanno ancora crescendo. Non parliamo poi dei blog su Internet, da dove, dietro al meschino schermo dell’anonimato, arriva davvero il peggio.

Al di là di ciò, il museo come sostiene i giovani?
La storia che non ho vissuto (testimone indiretto) funziona in questo senso a vari livelli, ed estende linee guida presenti nell’indirizzo del museo. La mostra è un’evoluzione della Borsa per Giovani Artisti Italiani del Castello di Rivoli che abbiamo fondato nel 2000 insieme a un encomiabile gruppo di Amici Sostenitori del Castello. Da adesso, con questa mostra che – ci tengo a ricordarlo – è generosamente finanziata da un illuminato gruppo di Sostenitori, apriamo un nuovo capitolo: innanzitutto l’iniziativa della Borsa non dà risalto soltanto a un unico vincitore, ma a più artisti italiani, che possono lavorare e presentare le loro opere nel contesto del museo. Inoltre, in base ai voti degli stessi Amici, verrà designato un vincitore, o una vincitrice. L’annuncio lo faremo il 10 novembre, in un’apposita conferenza presso Artissima e di tale vincitore acquisteremo un’opera per la collezione del Museo.

Eva Frapiccini e Flavio Flavelli – inaugurazione della mostra La storia che non ho vissuto, Castello di Rivoli 2012

Quindi gli “amici del museo” hanno un ruolo attivo…
Il loro ruolo nel progetto è di fondamentale importanza, ed è significativo che i fondi raccolti in questo ambito sostengano l’arte italiana: parafrasando una celebre collezionista che diceva che “i soldi fatti a New York devono essere spesi a New York”, possiamo dire che i soldi generati in Italia vengono messi a disposizione dell’arte italiana.

Riprendiamo il filo del discorso sul sostegno ai giovani artisti italiani.
In questa mostra ci sono – per la prima volta nella storia del museo – anche una serie di importantissime partnership, che includono Rai-La storia siamo noi, Italia 150 e La Stampa. Con ciascuno di loro abbiamo sviluppato programmi ad hoc, nei quali gli artisti e le loro opere sono protagonisti. Con La Stampa, ad esempio, abbiamo prodotto il catalogo, nella forma di un giornale. Questa pubblicazione, proprio per sostenere la diffusione del lavoro dei giovani artisti, è distribuita gratuitamente, al museo e fuori di esso, in luoghi deputati, come biblioteche o altre istituzioni culturali, ma anche in luoghi ricreativi, come alberghi, bar e ristoranti. Ancora: la mostra è anche il il punto di avvio di una nuova iniziativa di Amaci dedicata appunto all’arte italiana e ai suoi esponenti.
Comunque non voglio glissare su una questione importante sollevata dalla tua prima domanda: nel lavoro curatoriale svolto con il Castello ho fatto progetti e mostre con Roberto Cuoghi, Francesco Vezzoli, Paola Pivi, Lara Favaretto, solo per citarne alcuni, in certi casi dedicando loro la prima mostra o progetto museale o il primo catalogo. Per quanto riguarda l’attenzione al territorio, teniamo presente che a Torino in questo momento altre due realtà museali – Fondazione Sandretto e GAM – hanno elaborato due ottimi filoni espositivi incentrati sul panorama torinese, rispettivamente con Greater Torino e Vitrine. Dal momento che i concetti di “sinergia e sistema” sono alla base della rete museale torinese, credo sia giusto plaudere a queste programmazioni e, da parte nostra, diversificare.

Rossella Biscotti – inaugurazione della mostra La storia che non ho vissuto, Castello di Rivoli 2012

Veniamo alla mostra. Su Artribune abbiamo parlato spesso della questione “nostalgia”, di quella che Simon Reynolds chiama “retro-mania”. Cosa distingue il concept della tua mostra da questo fenomeno?
Certo il saggio di Reynolds è stimolante, fotografa bene una tendenza. Alcuni anni fa ricordo di aver parlato con Nan Goldin del gusto per il passato. Mi raccontò come per lei e i suoi amici, alla fine degli Anni Settanta, la mania erano gli Anni Cinquanta. “Your Seventies were our Fifties”, mi disse. Comunque la retro-mania, nelle sue varie declinazioni, mi sembra sia assimilabile soprattutto a una categoria del gusto, riferita a un periodo ben riconoscibile. A prescindere da che decade si scelga come propria icona, c’è poi sempre una forte componente nostalgica…
In questo senso, non credo che si possa accorpare nel Reynolds-pensiero questa mostra e i suoi artisti. Non direi proprio che nessuno qui sia un nostalgico. Le opere si ispirano a fatti compresi tra il 1920 e il 1981, e coprono un arco cronologico che dalle ambizioni imperialiste del regime fascista passa per gli anni della cosiddetta “strategia della tensione”, al terrorismo, fino al dilagare dei poteri oscuri come la P2 e al loro smascheramento all’inizio degli Anni Ottanta. Non sono certo anni che, storicamente, nessun italiano sensato vorrebbe rivivere, di certo non gli artisti in mostra. Non dimenticare questi fatti e approfondirli è però fondamentale. Basti un esempio su tutti: rimaniamo il Paese delle stragi impunite. Non dimenticarcene è un nostro dovere civile. Questo fanno gli artisti in mostra. La collaborazione con La Rai – La storia siamo noi ci ha permesso proprio di approfondire anche una parte di questo aspetto, e partendo dalle opere degli artisti ogni sabato mattina dialoghiamo con centinaia di studenti – qui sì, insistendo molto sul territorio – sensibilizzandoli su tematiche che la scuola dell’obbligo spesso non riesce a coprire nei propri programmi di studio.

goldichiari – Genealogia di damnatio memoriae – Castello di Rivoli, 2012

Altro tema caro ad Artribune: il cosiddetto “nuovo realismo”. Fra l’altro, in Italia viene proprio dall’Università di Torino, da Maurizio Ferraris in particolare. Come credi che possa essere “applicato” un tema del genere all’arte contemporanea?
Sì, Ferraris da tempo si è opposto con coraggio a un mainstream filosofico nostrano che tende all’idealismo. Dalla sua ha la brutalità dei fatti: le tragedie e le guerre sono sì, eventi mediatici, ma i morti sono reali. Questo mi pare sia il nocciolo inconfutabile di fronte al quale il suo pensiero ci pone. Credo si possa dire che l’atteggiamento di partenza che accomuna gli artisti presenti in mostra sia assimilabile a quello di “nuovi realisti”: le vittime delle stragi, del terrorismo, di Ustica ci sono, la nostra storia contiene pesantissimi capitoli di assurda violenza e questi capitoli gli artisti li affrontano, sono alla base dell’ispirazione delle opere in mostra.
Ma attenzione, parlo di atteggiamento, spunto iniziale, perché l’elaborazione, i risultati e quindi le stesse opere sono il frutto di ulteriori percorsi che in ciascun artista sono differenti, e differenti sono anche le motivazioni. C’è chi ha un’agenda più politica, chi parte da motivazioni più personali. Quindi lascerei alla filosofia le sue categorie… quello che forse è interessante è chiedersi: perché proprio in questi anni in Italia più giovani artisti si interrogano sul passato? Evidentemente siamo alla fine, oppure all’inizio di un ciclo, e parlare del passato è un modo per cercare di capire come siamo arrivati a questo presente.

Patrizio di Massimo – Negus ha detto – Castello di Rivoli, 2012

Nostalgia, storia, realismo… La sequenza arriva presto alla parola “politica”. L’ultimo Premio Furla era fortemente connotato in questo senso. Qual è la tua posizione sull’annosa questione “arte e politica”?
Sarà annosa, ma diciamo pure che è una questione che vale la pena di approfondire. Separo l’arte dalla propaganda, ma guardo con grande passione all’arte che sa dichiarare le proprie posizioni, e anche uscire dalla propria “rete di sicurezza”, per parlare con le persone di fatti che riguardano le persone. Anche questo è un gesto “politico”. La mostra La storia che non ho vissuto (testimone indiretto) fa anche questo: parla alle persone di fatti che conoscono. Uscendo dal sistema autoreferenziale del contemporaneo, la situazione si ribalta: gli artisti si riferiscono a fatti che non hanno vissuto, perché in alcuni casi non erano nemmeno nati, mentre per molti dei visitatori, purtroppo, si tratta anche di ripensare a eventi che invece hanno vissuto, e di cui conservano determinate memorie.

Ultimo tema: l’impegno, l’engagement per dirla nella lingua di Sartre. Un tuo parere anche su questo.
Domanda interessante e complessa. Recentemente ho letto un articolo dove si rifletteva appunto su come la figura dell’intellettuale engagé riporti a una nozione del passato, per alcuni figlia di un’utopia, per altri, peggio, di una moda. Sarà, certo però che ogni tanto potersi abbeverare un po’ di più al sapere che può scaturire dagli intellettuali non sarebbe un male. Non è un caso che Pasolini sia spesso citato dagli artisti di queste ultime generazioni e soprattutto i suoi scritti e i suoi articoli continuino a stimolare il lavoro di molti giovani artisti.

Marco Enrico Giacomelli

Rivoli // fino al 18 novembre 2012
La storia che non ho vissuto (Testimone indiretto)
a cura di Marcella Beccaria
CASTELLO DI RIVOLI
Piazza Mafalda di Savoia
011 9565280
www.castellodirivoli.org 

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • francesco

    …scarsa attenzione da parte della stampa specialistica… afferma la signora beccaria! io direi più che altro scarsa attenzione sul territorio da parte di curatori come lei dal momento che nessuno l’ha mai vista negli studi degli artisti torinesi!

  • francesca g

    la mostra è semplicemente il sintomo di una generazione in crisi che sa solo citare il passato per avere contenuti facili, non criticabili e a buon mercato. La Biscotti è bravissima in questo e abile PR.

    Curatori come la beccaria che fanno mostre come queste sulla storia senza andare oltre il giro dei soliti noti, dovrebbero VERGOGNARSI…con lei ci mettiamo anche la Bonacossa che si appresta a rendere il suo museo di genova la depandance delle gallerie Zero e t293 di Milano. Luca Rossi dove sei? Salvaci tu…intanto vi consiglio questo articolo di Luca Rossi sull’ultimo Artribune magazine.

    http://issuu.com/artribune/docs/artribune-magazine-9/31

  • marco

    Nella mostra c’è un gusto morboso nel formalizzare l’evento storico, una vanità che sembra speculare sugli eventi storici, risolvendo in modo banale e superficiale la complessità della storia.

    Come per Massimo Grimaldi e la storia di Emergency, non si capisce che queste citazioni contribuiscono solo ad allontanare l’evento storico o il problema delle guerre nel mondo. Sono mezzuci per fa sentire colti e con la coscienza a posto certi piccoli borghesi, che semmai aspirano a fare i collezionisti. Molto grave questa mostra, perchè effetto di una non curanza e di una superficialità. Non si capisce che queste micro deficienze portano le macro tragedie e i macro avvenimenti: quindi non ha senso citare o cercare di risolvere il macro quanto lavorare sul micro. Direi che l’articolo di Rossi segnalato da Francesca centra un problema generazionale rilevante per questo paese.

  • gino

    per fortuna che c’è Luca Rossi che catalizza tutti sti sfigati. A parte questo, non si capisce perchè gli artisti in mostra a Rivoli dovrebbero risolvere i mali del mondo, l’artista guarda ciò che gli sta davanti o dietro a seconda del tempo a cui guarda e rigetta ciò che vede in maniera distorta proprio perchè è artista e non cronista. Quanta inutile polemica.

    • francesco

      più che inutile polemica direi un’inutile mostra.

  • pietro c.

    con questa intervista la beccaria cerca di riparare alle dure critiche subite nel precedente articolo. ci tengo a precisrae che l’anonimato non cambia o diminuisce il valore dei commenti, come sembra affermare la curatrice beccaria. inoltre l’aver affermato che la frapiccini è in fase di crescita conferma il valore delle critiche mosse. ultima cosa, evitate di parlare di filosofia senza un minimo argomentare, senza sapere.

  • Unadelvillaggio

    Caro Gino

    temo che lo sfigato sia tu. Luca Rossi è l’unica luce in Italia dopo Cattelan.
    Che poi lo scemo del villaggio che ha coraggio di dire che il re è nudo venga considerato sfigato da re e gran parte del villaggio ci può stare…

    ..soprattutto se questo villaggio e fatto in gran parte da mediocri e mantenuti.
    Povero Gino, ma chi ha scritto che questi artisti devono risolvere i mali del mondo???
    Vedi che lo sfigato sei tu? Questi artisti speculano sulla citazione perche non hanno niente da dire!

    • luigi

      luca rossi l’ unica luce? ma stai fuori???? ma la smettiamo co ste sciocchezze che la gente è tanto stupida che ci crede pure?

  • gino

    sfigati

  • Antonio

    Con tutta franchezza la mostra mi è parsa d’impostazione più “minoliana” che “beccariana”. Come sovente capita alle mostre collettive, l’esposizione è disomogenea, andando dalla stimolante serie di fotografie proposte da Frapiccini alle vuote esibizioni botaniche offerte da goldichiari.

  • Gino

    Citare l’anonimo LR è davvero da sfigati…

  • stefano

    Mi chiamo Stefano Serusi non ho omonimi e non ho mai inserito commenti su Artribune, chiedo quindi alla Redazione di verificare e rimuovere quanto è stato pubblicato col mio nome da Luca Rossi o chi per lui

    • luigi

      luca rossi, è sempre stato chiaro che scrivessi commenti con svariati nomi per autoelogiarti. ma non c’erano prove. ora con la figura di merda relativa a stefano serusi dovresti quanto meno scomparire dalla vergogna. Non sono un ragazzino e a memoria non ricordo in tutta la vita una figura di merda simile. Meriti un premio.

  • Giulia

    Gino, Luca Rossi è solo una vittima sacrificale per far emergere quello che abbiano negli occhi. Se lo vedi sfigato lo sfigato sei tu. Perche tu lo hai negli occhi, non mi sembra per nulla sfigato a me…sfigato è chi scopiazza un mainstream alla moussoscope per essere accettati dalla dittatura del curatore….

  • se perfino la curatrice beccaria ammette che gli artisti “stanno ancora crescendo”, perché invitarli addirittura a rivoli? che bisogno c’era? le opere sono inconsistenti, citare la storia serve solo a colmare la loro insussistenza formale e poetica. e poi al mondo cosa importa del passato storico dell’italietta? ma che arte è? il lavoro della frapiccini sembra di sophie calle, quelli degli altri un mix tra pistoletto e mauri. anche citare pasolini ha stufato, in questo paese è diventato una moda insopportabile, chi sarà il prossimo?
    paola

    • Antonio

      “al mondo cosa importa del passato storico dell’italietta?”. Che provincialismo! L’Italia, il suo passato, il suo presente, il suo futuro, nel mondo interessano molto.

  • pietro c.

    esattamente paola, queste critiche sono fondatissime… che la beccaria e curatori come lei riflettano su quanto la gente, che va a vedere le mostre che loro fanno, pensa. non basta dire: ” …Non parliamo poi dei blog su Internet, da dove, dietro al meschino schermo dell’anonimato, arriva davvero il peggio….” . l’anonimato, come ho gia detto, non sminuisce il valore, il concetto, la profondità di un commento.

  • antonio intendevo dire che questi artisti, un pò da parassiti, strumentalizzano la nostra memoria storica, che non avendo vissuto non si capisce perché debba interessarli, solo per compensare una incapacità artistica evidente. quelle per te sono opere “linguisticamente” importanti, o sono opere importanti solo perché citano “argomenti” importanti? rimango nauseata da tanta evidente ipocrisia, tutto qui, degli artisti, della curatrice e di rivoli. paola

    • Antonio

      Siamo tutti eredi della Storia; è poi responsabilità dell’artista trovare un linguaggio valido ed adeguato a rappresentarla.