Un’italiana a Chelsea. Luisa Rabbia racconta New York

Vive da dodici anni a Brooklyn e ha da poco inaugurato una personale da Peter Blum a Chelsea. Luisa Rabbia è un’artista che si va affermando sempre di più fra Torino e la Grande mela, passando per la galleria di Charlotte Moser di Ginevra. L’abbiamo intervistata.

Luisa Rabbia - Coming and Going - veduta della mostra presso la Peter Blum Gallery, New York 2012

Sei alla tua prima personale da Peter Blum, galleria con un suo ruolo nella scena newyorchese. Cosa rappresenta per te?
Ho iniziato a lavorare con Peter un anno fa. È una collaborazione molto importante per me. Mi ha permesso di sperimentare e lavorare sentendomi intellettualmente supportata. Credo anche che il percorso storico della galleria aiuti a collocare il mio lavoro in un contesto artistico piu ampio.

Quanto tempo hai impiegato per preparare una mostra così e come hai gestito le idee creative?
Ho sviluppato la mostra nell’arco di un anno. Sculture e disegni sono nati organicamente e istintivamente, raccogliendo materiali che ho incontrato nel percorso e approfondendo tematiche attraverso esperienze di vita e letture. In particolare il libro 6 Billion Others ha inspirato l’installazione Toward.

Il titolo riecheggia un tema a te caro: quello dello spostamento inteso come andirivieni.
Il Coming and Going a cui mi riferisco appartiene a ognuno di noi. È un titolo che ha un’estensione temporale in cui l’andare e venire è inteso sia come nascere e morire sia come uno spostamento fisico e/o mentale da un luogo a un altro.

Luisa Rabbia – Blooming – 2012

È anche il titolo di una scultura.
Nella scultura nuove forme sembrano nascere sotto lo sguardo di un volto antico, che vigila e guarda lontano, accanto a tronchi/arterie drasticamente tagliati che rappresentano un passato, amputazioni volontarie o imposte.

Poi ci sono le tracce.
In Traces, disegni a punta d’argento su carta, quello che sembra un paesaggio astratto è un’immagine di lenzuola stropicciate su un letto in cui mi interessava cogliere quello che rimane di noi negli oggetti intorno, che è un concetto che riprendo anche nelle stoffe di seconda mano.

Il tuo lavoro è sempre a cavallo tra disegno e installazione. Da quale riflessione nasce questo sodalizio insolito?
Dopo tanti anni di disegno su carta, intorno al 2004 ho iniziato a disegnare anche su sculture di cartapesta che mettono in relazione i grandi disegni con lo spazio tridimensionale. Ciò mi permette di disegnare su ogni lato e di spaziare tra figurativo e astratto. Percettivamente, da lontano vince l’aspetto scultoreo, ma da vicino i dettagli del disegno portano quasi “dentro” la scultura. Per me è una metafora di quanto cambino le nostre relazioni e le percezioni in base al nostro essere vicini o lontani all’altro.

Luisa Rabbia – Towards – 2012

Nella scultura Worlds hai usato stoffe di seconda mano.
Sono cariche di un vissuto collettivo e di esperienze personali. Le intreccio in forma di radici. I loro disegni mettono anche in relazione il mio disegno con un disegno collettivo, che rispecchia culture e personalità diverse.

Nell’installazione Toward esprimi un’altra accezione del tema. Quanto dipende dal tuo abitare una città multietnica e multirazziale?
Sicuramente questa installazione è influenzata dal fatto che vivo a New York e dall’aspetto multietnico e multiculturale che caratterizza questa città. Toward rappresenta 230 volti dell’umanità. Sono piccole sculture di porcellana blu, della dimensione di un uovo, e formano una costellazione di storie personali scritte ed espresse nell’unicità di ogni volto.

Nei tuoi lavori il blu è spesso preponderante. Mi viene in mente il periodo blu di Picasso, le opere a biro blu di Boetti o di Jan Fabre e il detto “I feel blue” che in inglese serve per indicare uno stato d’animo malinconico. Per te cosa rappresenta e come lo hai scelto?
Ho iniziato a disegnare con il blu quando mi sono trasferita qui nel 2000. Lavoravo come cameriera e spesso mi ritrovavo a disegnare con la biro su tovaglioli o pezzetti di carta fra un ordine e l’altro. La biro blu è molto sensibile e – vista la natura poco fisica e soprattutto mentale del disegno – è stato naturale associare disegno, pensiero e scrittura. Non parlavo inglese e speravo di comunicare attraverso le immagini. Il blu, anche quando applicato su soggetti figurativi, crea una dimensione astratta, e secondo me più mentale.
Dopo ho iniziato a disegnare con la matita bianca su acrilico blu, talvolta creando disegni che sembravano radiografie, per vedere dentro. Nel corso degli anni il blu è diventato il colore delle vene e di una pelle universale su cui disegnare espressioni e identità. Nel mio lavoro cerco spesso di non specificare il genere sessuale e la razza, ma di raccontare “chi siamo” attraverso i segni sulla pelle, che raccontano del passare del tempo e delle nostre esperienze personali.

Luisa Rabbia – Worlds – 2012

Hai iniziato il tuo lavoro con la Galleria Persano, una delle più importanti gallerie di Torino. Che differenze, teoriche e pratiche, potresti indicare tra il modo di lavorare dei galleristi italiani e quelli newyorchesi?
Peter e Giorgio hanno un coerente programma di galleria al di là delle correnti di tendenza, e gli artisti contemporanei con cui lavorano affiancano quelli storici che han seguito sin dall’inizio: per Giorgio è l’Arte Povera e per Peter gli Stati Uniti e l’Europa degli Anni Settanta e Ottanta. Questo crea un interessantissimo dialogo fra passato e presente. La differenza maggiore sta nel luogo in cui le gallerie si trovano. La mia impressione è che in una città come New York l’arte sia considerata una cosa seria, supportata dalle istituzioni pubbliche e private e dal collezionismo. Il numero di artisti italiani nelle gallerie italiane è basso, forse perché i galleristi riescono più facilmente a sostenere gli stranieri, grazie al sistema economico e culturale li supporta, mentre il collezionismo italiano del contemporaneo non è forte abbastanza o investe soprattutto su artisti stranieri.

New York è un po’ il tormentone del mondo dell’arte nostrano. Tanti vanno e tornano. Tu, dopo dodici anni, immagino abbia combattuto molte battaglie. Puoi indicarne alcune decisive?
Ero preparata ad alcune difficoltà newyorchesi perché avevo già combattuto per tanti anni in Italia. Ho sempre avuto pochi soldi e la necessità di creare. C’è chi dice che ho fatto grandi sacrifici, ma la verità è che m’importava solo di stare in studio e vivere d’arte. I sacrifici erano dover lavorare nei bar, nei guardaroba dei locali e non poter dedicare tutto il tempo al mio lavoro. Arrivata a New York, l’entusiasmo era altissimo e ogni sfida, da quella economica a quella linguistica, sembrava affrontabile. Mi sentivo ispirata e quell’eccitazione era il pane di cui avevo bisogno e che mi faceva superare l’ansia dell’affitto da pagare a fine mese. Mi sono anche rotta un braccio ed ero senza assicurazione sanitaria. Ma anche quella è passata.

Luisa Rabbia – Coming and Going – 2012

Una battaglia vinta?
Penso spesso alla citazione di Goethe: “Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in sé genialità, magia e forza. Comincia ora”. La condivido pienamente. La testa spesso ci limita perché pensiamo di sapere già come andranno le cose e pensando tanto ammazziamo la sorpresa e vita che esiste nel vivere. Ecco, credo che imparare a vivere con questa consapevolezza sia una delle battaglie vinte, ma non per questo finita.

Nicola Davide Angerame

New York // fino al 17 novembre 2012
Luisa Rabbia – Coming and Going
PETER BLUM GALLERY
526 West 29th Street
+1 212 2446055
[email protected]
peterblumgallery.com
www.luisarabbia.com

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