Lo Studio Mumbai a Roma. Parla Bijoy Jain

È fra gli studi emergenti più interessanti. Proviene da un Paese che sta progredendo a ritmi impressionanti. E da oggi è in mostra a Roma, alla British School, fino al 3 novembre. Parliamo dello Studio Mumbai, e noi abbiamo intervistato Bijoy Jain, fondatore del gruppo d’architettura che si è recentemente aggiudicato il prestigioso BSI Swiss Architectural Award.

Studio Mumbai

Una breve auto-presentazione dello studio.
Studio Mumbai è un gruppo di architetti e artigiani che collaborano insieme, dialogando nello stesso processo. In maniera collettiva mettiamo a punto idee diverse da realizzare in architettura. Studio Mumbai per me è un luogo dove collaborare, un luogo di ricerca in cui, grazie a questa stretta relazione, il processo di scoperta viene costantemente migliorato. I materiali, l’ambiente, il paesaggio, lo spazio, l’architettura possono essere, in termini di conoscenza condivisa, luoghi di apprendimento dove c’è un continuo processo di costruzione e creatività. Ed è questo secondo me il valore dello Studio Mumbai.

Lo Studio Mumbai si caratterizza per l’insolita formula di coniugare architettura e artigianato. Da dove è venuta questa idea?
Non è stato intenzionale, ma organico. All’inizio, l’architettura era frutto del mio lavoro ma veniva prodotta altrove nel mondo. Invece il gruppo di lavoro dello Studio è venuto fuori dall’idea che era necessario ristabilire un equilibrio tra le due cose. Questo è come sviluppiamo la nostra collaborazione lavorativa. È un processo continuo, non un processo che si stabilisce in un luogo, deve essere regolato giorno dopo giorno. Regolato e mai fissato.

Studio Mumbai – Saree Building

Seguendo il vostro approccio, ci può spiegare come si sviluppa, dall’ideazione alla realizzazione, un progetto tipo?
Non abbiamo un unico modo di operare ma ogni progetto ha la propria idiosincrasia che dal suo inizio poi viene condivisa e discussa. Può essere uno schizzo, una frase che qualcuno ha detto o un’idea nella quale c’è un’interazione che continua attraverso quel processo. Ma non è necessario che il punto di partenza rimanga lo stesso, può anche modificarsi. Quindi ogni progetto non ha peculiarità perché può essere sviluppato in relazione al contesto e ai mezzi a disposizione. Qualsiasi cosa può essere un mezzo di espressione: un modello, una traccia musicale, un colore, un materiale, un paesaggio. Ognuno di questi può scatenare il processo di costruzione del linguaggio. Il punto di partenza è sempre diverso ma ci possono essere delle sovrapposizioni, un progetto può sconfinare in un altro, anche se non in termini fisici ma in termini di approccio. Il valore fondamentale è che in qualunque modo il progetto venga concepito e realizzato, deve essere condiviso apertamente, lasciando che molte persone partecipino al dialogo. Infatti, cerco sempre di mettere a disposizione lo spazio in cui si possa interagire. Possono essere clienti, architetti, artigiani e diversi gruppi di persone che si relazionano tra loro. Questo è il fattore comune a tutti i progetti.

Studio Mumbai – Salt Mounds – photo Mitul Desai

Quanto il vostro lavoro è influenzato dalla realtà e dalla cultura in cui è nato lo studio?
La cultura locale ci ha influenzato. Noi ci relazioniamo costantemente alle risorse disponibili in prossimità del nostro studio. Ma questo non è un limite, c’è una grande influenza anche di altri elementi: forze politiche, sociali, globali ed economiche. Quindi, naturalmente, tutto questo si sovrappone al contesto locale in cui siamo.

Dopo aver lavorato molto in India avete ricevuto numerose commesse in tutto il mondo. Qual è la differenza tra lavorare nel vostro Paese e nel resto del mondo? Dove avete riscontrato maggiori problematiche nel mettere in pratica il vostro approccio?
Trovo che ci siano molti problemi quando ci si deve accordare. Geograficamente e fisicamente, in Cina, Cile, Europa, Francia e Germania è sempre diverso. Penso che sia parte della nostra strategia trovare una giusta relazione per capire come operare nelle diverse parti del mondo. Quello che cerchiamo è un “gap” perché non è importante tradurre semplicemente il metodo che usiamo in India. L’idea è di trovare una connessione, cercando un gap dove trovare del potenziale per il dialogo.

Un esempio?
Per il lavoro in Cile [Centre culturel pour la Communauté, sviluppato per “META”, progetto che coinvolge diversi studi nell’ideazione di padiglioni a servizio della comunità a seguito del terremoto del 27 febbraio 2010, N.d.R.] avevamo il progetto generale ma non il disegno esatto della forma, che è stata considerata più come una base di lavoro che permette di partecipare, modificandola, cambiandola a seconda del luogo dove verrà realizzata. Quando portiamo avanti un progetto, c’è sempre un numero adeguato di stanze per far sì che la partecipazione abbia luogo. Mi piace pensare che l’idea possa essere influenzata da altre forze. Certamente devi creare un rapporto il più stretto possibile in termini di processo e comprensione che può essere sempre diverso e che rappresenta la pluralità. È questo che cerchiamo, guardare fuori. Un dialogo.

Studio Mumbai – Saree Building

Cosa ispira il vostro lavoro?
Il quotidiano, le esperienze, i ricordi. E molto più importante è il potenziale di quello che facciamo, dell’essere umano, la creatività che c’è in ognuno di noi. L’abilità di avere sentimenti. Trovo che l’idea di libertà di espressione è molto potente e penso abbia un grande senso democratico. Il potenziale è grande fonte di ispirazione.

Qual è il progetto che meglio sintetizza la filosofia dello Studio Mumbai?
In ogni progetto ci sforziamo di instillare questa idea di un sempre più complesso universo, le forze sono giocate dall’interno e dall’esterno. Il flusso segnato dal progetto è sempre influenzato dal tempo e dal luogo, è questo lo sforzo messo in ogni progetto. Non ho un progetto che preferisco. Dal mio punto di vista tutti hanno qualcosa da scoprire, ognuno è unico.

Avete da poco ricevuto il prestigioso BSI Swiss Architectural Award, che premia il lavoro di giovani architetti i cui progetti si sono distinti per “la particolare sensibilità al contesto paesaggistico, ambientale e sociale, contribuendo al dibattito e alla pratica architettonica contemporanea”. Che significato ha per voi l’ambiente?
Per me l’ambiente è più inteso come cultura. È la nostra cultura e comprenderla significa farsi influenzare da essa. Penso che sia perché il potere condiviso che abbiamo lo usiamo in modo costruttivo. Un’abitudine che condividiamo e che delinea l’ambiente e il paesaggio.

Studio Mumbai

La mostra all’Accademia Britannica di Roma è incentrata proprio sul vostro metodo di lavoro, che evidentemente suscita notevole interesse. Molto probabilmente perché diametralmente opposto a quello della stragrande maggioranza degli studi di architettura internazionali. Qual è il valore aggiunto del vostro approccio rispetto agli altri?
Non sono sicuro sia un valore aggiunto, io non vedo la differenza, è solo un processo che ci permette di esprimerci in maniera diretta. Non voglio paragonare il nostro metodo agli altri. In qualunque modo sia, è sempre capace di esprimersi contro le forze o con le forze. Questo è il punto cruciale e ognuno trova la propria strada. Sono contento di aver scelto questo percorso.  A causa dell’economia, del momento che viviamo, abbiamo perso la vista ma la domanda è: cos’è importante per ogni cultura e per ogni individuo? Credo che la sconfitta sia sempre dietro l’angolo. Le difficoltà vengono quando si assecondano le forze. Qualunque esse siano. Ogni tanto è bene resistere al lavoro, alla creatività, alla fede per aprirsi a un certo punto. Bisogna essere tenaci per credere a questa idea. Bisogna essere pazienti e avere fede che qualcosa verrà. Per quanto tempo? Non so rispondere a questa domanda. Ma è importante cercare i gap, lavorare con questi, lasciandogli il controllo del sistema. E noi lo scopriremo.

Zaira Magliozzi

Roma // fino al 3 novembre 2012
Studio Mumbai – Praxis
a cura di Marina Engel
THE BRITISH SCHOOL AT ROME
Via Gramsci 61
www.bsr.ac.uk
www.studiomumbai.com

Per la realizzazione dell’intervista si ringraziano Maria Chiara Salvanelli e Irene Longhin

 

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Zaira Magliozzi
Architetto, architecture editor e critico. Dalla sua nascita, fino a Marzo 2015, è stata responsabile della sezione Architettura di Artribune. Managing editor del magazine di design e architettura Livingroome. Corrispondente italiana per la rivista europea di architettura A10. Dal 2006 cura la rubrica “Corrispondenze” nella rivista presS/Tletter. Pr e project manager di progetti dedicati alla comunicazione del design e dell’architettura per l’agenzia di comunicazione SignDesign. Ha scritto per The Architectural Review, L’Arca, Il Giornale dell’Architettura, Il Gambero Rosso, Compasses, Ulisse e Quaderno di Comunicazione. Membro del Consiglio direttivo di IN/ARCH Lazio. Dal 2009 fa parte del laboratorio presS/Tfactory, legato all’AIAC - Associazione Italiana di Architettura e Critica - per l’organizzazione di eventi, workshop, concorsi, corsi, mostre e altre iniziative culturali legate al mondo dell’architettura.
  • Antonio

    Veramente il tasso di crescita è passato dal 9% del 2009 al 6,5% di quest’anno: poco per garantire un autentico sviluppo a un paese di 1,2 miliardi di abitanti.