Gunther’s Anatomy

Dopo Napoli e Roma, arriva a Milano una delle mostre più controverse e insieme atipiche di sempre. Ma al di là del clamore e delle querelle etica, è interessante analizzare “Body Worlds” come caso di cultura visiva, in bilico tra arte e scienza, kitsch e shock del reale.

Gunther von Hagens

Pochissime mostre possono vantare il successo di pubblico di Body Worlds che fino a oggi ha goduto di 13 milioni di presenze soltanto in Europa, arrivando a sfiorare i 35 milioni nelle 70 città del mondo nelle quali la mostra ha già fatto capolino, superando con queste impressionanti cifre gli spettatori di colossal come Titanic.
Sarebbe sciocco derubricare a semplice curiosità o morbosità dello sguardo tale consenso da parte del pubblico poiché, chi farà l’esperienza di visitare Body World, si renderà subito conto della molteplicità di sguardi e attitudini che accompagna ciascun visitatore, eterogenei non solo per età ma anche per preparazione e professione.
Body Worlds è oggi un format collaudato che è entrato a far parte dell’immaginario collettivo e che puntualmente, a ogni messa in scena, anima polemiche e dibattiti ma custodisce e offre un certo portato di realtà che, al netto dei reality show e tante produzioni iper-reali della contemporaneità, ancora esercita fascino e scoperta nel visitatore.
Gunther von Hagens (Nowe Skalmerzyce, 1945), l’anatomopatologo, creatore della mostra e inventore del processo di plastinazione dei corpi alla fine degli Anni Settanta, è certamente un personaggio eccentrico: si veste come Josep Beuys (anche se il suo cappello, dice, è un omaggio al Dr. Nicolas Tulp ritratto nel celebre quadro di Rembrandt) ed è indubbiamente dotato di umorismo macabro e di quel senso del kitsch combinato con la morte che solo un tedesco può esprimere così compiutamente.

Gunther Von Hagens’ Body Worlds – veduta della mostra presso la Fabbrica del Vapore, Milano 2012 – photo Atto Belloli Ardessi

Tuttavia, la sua figura bizzarra di scienziato e insieme artista si colloca in una precisa tradizione che soprattutto in Italia ha espresso nel corso della storia nomi eccellenti e che ha visto città come Bologna, Firenze, Torino e Napoli sedi di collezioni incredibili e ricchissime di opere anatomiche di altissimo livello. Una consapevolezza e un’eredità culturale che von Hagens e i curatori della mostra raccontano nelle numerose pubblicazioni, interviste, documentari e nei relativi cataloghi che accompagnano ogni tappa di Body Worlds.
Non sorprende poi che la prima edizione della mostra, datata 1995, sia coincisa sul piano espositivo con una precisa scena artistica internazionale che, quasi a reazione della lunga stagione del politically correct degli Anni Novanta, iniziò ad ammettere nei dispositivi white cube di musei e gallerie qualsiasi tipo di reperto e materiale, purché prima filtrato dalla concettualità del contemporaneo e dal consenso istituzionale della critica.
Mostre come Sensation, Posthuman o la nostrana Rosso Vivo sono solo esempi (per quanto intimamente diversi) di una precisa tendenza che ha riaccompagnato il pubblico all’incontro con il reale e a temi quali la morte, il corpo e il sesso, ingigantiti o rimpiccioliti dalla lente del gusto spettacolare. Oppure direttamente dedicate al doppio tema arte-anatomia, come la splendida Spectacular Bodies curata da Martin Kemp e Marina Wallace nel 2001 alla Hayward Gallery.

Gunther Von Hagens’ Body Worlds – veduta della mostra presso la Fabbrica del Vapore, Milano 2012 – photo Atto Belloli Ardessi

Negli stessi anni in cui artisti come Damien Hirst o Marc Quinn presentavano le loro opere, von Hagens iniziava a programmare su scala internazionale gli spostamenti dei suoi corpi plastinati. Dal 1999 a oggi, nella città di Dalian in Cina più di 260 operai lavorano febbrilmente per produrre corpi plastinati, all’interno di strutture industrialmente avanzate nella preparazione di mummie per soddisfare la sempre crescente richiesta di questo particolarissimo tipo di prodotto.
Sì, perché quella dei cadaveri reali è diventata negli ultimi anni un vero e proprio genere di mostra e di business che sta scatenando violente battaglie sui diritti d’autore e alimentando il dibattito etico e giuridico in particolar modo in Cina, dove i corpi utilizzati non sempre, secondo gli attivisti dei diritti umani, sarebbero di donatori consenzienti. Non nel caso di von Hagens, almeno, che su questo punto ha lavorato strenuamente per allontanare ogni sospetto e che si avvale di un nutrito team di consulenti etici, scientifici, filosofici e religiosi per supportare le sue operazioni.
Ciò nonostante, dibattiti e polemiche fanno naturalmente parte di ciascuna tappa di Body Worlds, manifestando ambiguità come quelle espresse dal sentimento religioso che oggi chiede agli organizzatori della mostra di Milano di ritirare un feto umano, e che nel 1983 vide invece la Chiesa Cattolica committente di von Hagens per la plastinazione del Tallone di Santa Lldegarda di Bingen, mistica e teologa tedesca.

Gunther Von Hagens’ Body Worlds – veduta della mostra presso la Fabbrica del Vapore, Milano 2012 – photo Atto Belloli Ardessi

Il corpo come reliquia, come specchio o danza macabra: basti pensare ai tre giocatori di poker esposti in mostra, protagonisti anche di una scena di 007: Casino Royale. Ma anche, e soprattutto, come preparati didattici straordinari dal punto di vista tecnico. È la condizione di essere vivi tra i morti, l’esperienza che viene offerta dalle mostre di von Hangens, dove il vero protagonista è lo sguardo dei visitatori.

Riccardo Conti

Milano // fino al 17 febbraio 2013
Gunther Von Hagens’ Body Worlds
a cura di Angelina Whalley
FABBRICA DEL VAPORE
Via Procaccini 4
02 54915
[email protected]
www.bodyworlds.it 

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Riccardo Conti
Riccardo Conti (Como, 1979) è critico d’arte e free lance editor per numerose pubblicazioni nazionali ed internazionali occupandosi principalmente di cultura visiva e sperimentazione audio e video. Ha curato diverse mostre per gallerie e spazi privati ed è autore di alcuni format televisivi riguardanti arti visive e cultura contemporanea. Ha insegnato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, e tenuto seminari presso altre università ed istituzioni quali NABA, IULM, e KHIO di Oslo, attualmente insegna presso la facoltà di Architettura del Politecnico di Milano ed è docente di Visual Culture e Video Culture presso IED moda Lab. Dal 2011 fa parte dello staff editoriale di Artribune.