Ceretto, il vino, l’alta gastronomia e l’arte contemporanea

Vendemmia appena archiviata, fiera del tartufo allo start, sono le settimane clou per le Langhe e per Alba. E i Ceretto, eccellenza vinicola del territorio, mettono a segno un altro paio di punti. Con un “graffio” a firma di Kiki Smith che inaugura l’ampliamento della Piola e una mostra al Coro della Maddalena, con vernissage per sabato sera. Di tutta la storia abbiamo parlato con Roberta Ceretto.

Roberta Ceretto

Cominciamo dall’inizio: com’è nato l’avvicinamento fra Ceretto e l’arte contemporanea? La prima cosa che viene in mente è l’ormai mitica Cappella del Barolo “decorata” da Tremlett e LeWitt…
La prima vera avventura con l’arte per noi Ceretto avviene nel 1982, quando decidiamo di rendere appunto “artistiche” le etichette dei nostri vini. Quando il design delle etichette non era ancora considerato così importante per il brand e per la commercializzazione del vino, siamo stati i primi in assoluto a dare avvio a un’operazione che all’epoca è stata rivoluzionaria, cioè quella di far disegnare le etichette di vini peraltro storici, classici, in una chiave creativa e contemporanea. Scommettendo su designer come Silvio Coppola, che ha firmato, tra i vari, il Blangè, e poi Italo Lupi e Giacomo Bersanetti, che si sono sbizzarriti con le forme delle bottiglie.

Qui siamo però ancora nell’ambito del design…
Sin dagli inizi degli Anni Novanta abbiamo creato nelle nostre cantine momenti ed eventi culturali, come concerti, presentazioni di libri, convegni e premi letterari, ma l’arte proprio ci mancava, in effetti, anche per una mancata familiarità del nostro territorio con l’arte contemporanea.

Terry Winters

E come si arriva alla Cappella?
Nel 1997 abbiamo incrociato la Galleria Continua di San Gimignano, che provava a realizzare nelle Langhe il progetto Arte all’arte che era stato sviluppato precedentemente in Toscana. Così in quell’anno ci siamo trovati a ospitare per un mese David Tremlett ed è subito scattata una sintonia, sulla base del reciproco interesse, rispettivamente per l’arte e il vino. La sua residenza è stata la Cantina Bricco Rocche, che è la cantina in cui vengono vinificati i nostri Barolo e che si trova nel cuore della D.O.C.G. del Barolo; si è trovato a contatto giornalmente con la nostra attività, e soprattutto con il re dei nostri vini!
Quando, per ricambiare la bella ospitalità che la mia famiglia gli ha riservato, David ha colto l’invito di mio padre Bruno a elaborare un progetto artistico, il suo pensiero è andato subito alla piccola cappella della SS. Madonna delle Grazie, mai consacrata, immersa nei vigneti della località Brunate, che sin dai primi del Novecento serviva a radunare e i lavoratori durante i temporali.
Lui a quel punto ha fatto una telefonata a un amico, e due anni più tardi quella chiesetta abbandonata si era trasformata nel gioiello di arte contemporanea che è oggi la Cappella del Barolo, affrescata da David Tremlett e Sol LeWitt, rispettivamente per gli interni e gli esterni.

Fra le iniziative che vedono l’azienda vitivinicola uscire dai propri confini più ristretti, c’è la ristorazione, con il ristorante Piazza Duomo ad Alba e la Piola sottostante. Al ristorante c’è un affresco di Francesco Clemente. Ci racconti cosa ha portato alla triangolazione fra Ceretto, il giovane chef Enrico Crippa e Clemente?
L’alta gastronomia è diventata nel tempo uno dei nostri grandi investimenti. Nell’ambito della nostra continua ricerca di altissima qualità in tutti i progetti, la joint venture con Enrico Crippa ha costituito una nuova avventura Ceretto. Il giovane chef, di ritorno dal Giappone, era alla ricerca di un luogo in Italia dove le eccellenze della terra potessero essere valorizzate dalla sua maestria, noi eravamo intenzionati a realizzare un ristorante di alta gastronomia… su suggerimento di Gualtiero Marchesi, nel 2003 le due intenzioni si sono unite ed è nato il Piazza Duomo.
Con la nostra ossessione per l’eccellenza e con un fuoriclasse come Enrico, tutto doveva essere ai massimi livelli. Coinvolgere un artista del calibro di Francesco Clemente è stato spontaneo così come il suo entusiasmo e la sua disponibilità. Anche in questo caso, bisogna venire a vederli dal vivo gli affreschi, che richiamano la vite e i cicli della vita… davvero una meraviglia.

Un piatto d’artista alla Piola di Alba

E i piatti su cui si mangia? Anche quelli sono d’autore…
Sì, ispirandoci all’antica tradizione del Piatto del Buon Ricordo, diffusa nelle trattorie italiane, abbiamo voluto realizzarne una versione decisamente “artistica” e abbiamo coinvolto alcuni artisti che col tempo sono diventati nostri visitatori abituali, nella creazione di piatti esclusivi in ceramica, con le grafiche delle loro opere.
Nel 2005 hanno messo in campo la loro creatività Donald Baechler, James Brown e Robert Indiana, nel 2008 Kiki Smith, Philip Taffee e Terry Winters, mentre gli ultimi piatti sono stati realizzati da John Baldessari, Lynn Davis e Thomas Nozkowsky. Sono opere divertenti e originali e riempiono di colore i tavoli della Piola, e risaltano in contrasto con un colore caro agli interni made in Usa, l’Avalon, un grigio-beige.

Qual è l’opera più significativa per te?
Non riesco a dirti un’opera in particolare. Sono molto legata alla Cappella perché ha sancito l’inizio della nostra avventura con l’arte contemporanea. Ma l’affresco di Francesco Clemente e quest’ultimo intervento di Kiki nella Piola, i candelabri, sono anche molto importanti per noi, perché attestano un legame d’amicizia e di stima, oltre che un mero progetto artistico. E questo per me è di valore inestimabile.

Il lampadario di Kiki Smith per La Piola di Alba

Il prossimo weekend è importante: poco dopo la vendemmia, si inaugura per l’appunto un’opera di Kiki Smith concepita espressamente per la Piola. Ci racconti di cosa si tratta?
Kiki è stata nostra ospite l’anno scorso per tre mesi. Anche con lei si è stabilito un feeling enorme e, quando si è iniziato a pianificare il restyling della Piola, ha proposto di realizzare dei lampadari per il nuovo spazio che rappresenta appunto l’ampliamento della Piola. Come sapete Kiki si è contraddistinta nella sua arte per l’uso di materiali poveri e di linee essenziali, quindi anche in questi oggetti lo stile rimane il suo: delicato e leggero, con un richiamo sempre al mondo animale, visto che i lampadari evocano piccole voliere.

Oltre all’intervento di Kiki Smith, al Coro della Maddalena inaugurate anche una mostra di stampe, con opere di Jasper Johns, Julian Lethbridge, Ed Ruscha e Terry Winters. Come sarà?
La mostra vuole essere il primo passo di un percorso di promozione artistica che nei prossimi cinque anni vede coinvolti – in una fertile sinergia – la famiglia Ceretto, Bill Katz e il Comune di Alba. L’obiettivo comune è organizzare mostre di arte contemporanea in uno degli spazi cittadini più suggestivi di Alba, il coro della Chiesa della Maddalena, che funzionino come momenti e occasioni di promozione del territorio. Allo stesso tempo, le mostre valgono come “prove preparatorie” verso l’ambizioso progetto che da anni accarezziamo, una fondazione di arte contemporanea dedicata al vino.
Le opere sono prestate dalla ULAE – Universal Limited Art Editions , che ringraziamo, e che è la più importante “azienda” di litografie al mondo. La prima litografia di ogni serie viene regolarmente comprata dal MoMA.

Il Coro della Maddalena ad Alba

Due anni fa, quando organizzaste un’altra mostra ad Alba, c’era una presenza sorprendente di top artists provenienti da New York. Come riuscite ad attirarli nelle Langhe?
Bill Katz è stato colui che ci ha introdotto in questo fantastico entourage newyorchese. Ci è stato presentato da amici comuni, è architetto e curatore e negli anni è diventato il nostro consulente per gli interni dei ristoranti. Nel caso della Piola il suo stile americano si sposava bene con la nostra idea di realizzare una trattoria chic, dove il menù offre i piatti più noti della tradizione piemontese ma in cui l’ambiente sembra quello di un elegante bistrot americano. Essendo da sempre molto amico di numerosi artisti newyorchesi ed europei, è stato naturale col tempo che seguisse anche gli eventi legati alla loro arte e chiedergli di coinvolgerli direttamente. Attraverso di lui è arrivato a noi Francesco Clemente.
Nel 2010 Bill ha realizzato anche gli interni della Casa dell’Artista e curato la collettiva 15 artisti per Steven, la prima mostra che abbiamo inaugurato, dedicata alla memoria di un amico comune, Steven Shailer, che era stato assistente a Bill nella realizzazione di alcuni progetti artistici anche da noi, e prematuramente scomparso.

Sono seguiti degli acquisti?
Gli artisti che erano amici del giovane architetto newyorchese hanno donato alcune loro opere e noi Ceretto le abbiamo acquistate, realizzando una donazione di 200mila euro alla Fondazione in memoria di Shailer, costituita per ripagare alla famiglia di Steven parte delle costosissime spese mediche sostenute per le sue cure.
Questa è stata una delle ragioni che ha comportato che venissero tutti insieme ad Alba, ci univa un importante momento di arte ma anche di affetto e condivisione. Ad oggi le opere di Kiki Smith, Robert Indiana, Donald Baechler, Anselm Kiefer, John Baldessari e di altri artisti costituiscono il nucleo principale della nostra collezione.

Roberta Ceretto

Per tutti questi artisti sarà stato uno shock culturale ritrovarsi ad Alba!
Molti di loro si sono innamorati di questa nostra terra, e restano a lungo a volte, anche perché – grazie ai paesaggi meravigliosi, fatti di dolci colline e vigneti dalle geometrie perfette e dai colori cangianti – trovano una dimensione di quiete e ispirazione che, spesso, nel ritmo delle frenetiche metropoli da cui provengono, è impresa ardua scovare.
Kiki l’anno scorso percorreva a piedi il chilometro e mezzo che porta dalla Casa dell’Artista fino all’inizio della strada, in mezzo ai filari di vigne, e poi aveva intessuto tutta una serie di rapporti con alcuni abitanti di Alba, si era ricreata una sorta di seconda vita, qui nelle Langhe. Poi, lo dico senza falsa modestia, oltre agli scenari naturalistici apprezzano i nostri pregiati vini e le nostre ricercate proposte gastronomiche. Si lasciano viziare e noi siamo contenti di farlo!

E diventano una sorta di ambasciatori del territorio poi, una volta tornati nella Grande Mela?
Noi nasciamo come produttori vinicoli, da generazioni la nostra famiglia è proprietaria di tanti ettari di vigne nelle Cru più rinomate delle Langhe, abbiamo una produzione di oltre 15 vini diversi tra rossi, bianchi e vini da dessert. Da qui proveniamo e questa rimane l’attività che amiamo, cui dedichiamo tutte le nostre energie; i Barolo, i Barbaresco e il Blangè sono i nostri fiori all’occhiello, per cui siamo noti in tutto il mondo.
È chiaro che le attività che sviluppiamo parallelamente, legate alla cultura e all’arte, gravitano intorno a questo nucleo centrale, che è la ricerca della massima qualità nell’impresa di proporre sempre vini unici con aromi eccellenti. In cui si assapori il gusto dei prodotti della terra e la sapienza dell’uomo nel lavorarli e trasformarli in vini dotati di personalità uniche.
Gli artisti che ci conoscono capiscono la nostra filosofia e raccontano prima della nostra bellissima terra e poi di noi, riportando al loro ritorno la nostra storia. Naturalmente, trasmettendo i nostri valori, fanno sì anche che le Langhe vengano ulteriormente scoperte e i nostri vini vengano conosciuti e comprati.
Alcuni di loro sono chiaramente diventati clienti fedeli, e non c’è biglietto di presentazione migliore per noi di un nostro Barolo, a New York come su un qualsiasi tavolo del pianeta!

La Piola di Alba

Una tua valutazione sul sistema dell’arte contemporanea in Italia e i musei. E la relativa crisi…
Noi non siamo collezionisti, non abbiamo nemmeno una fondazione. Le opere della nostra collezione le abbiamo acquistate perché conosciamo gli artisti che le hanno realizzate, ci unisce amicizia e stima oltre che la condivisione dell’interesse per l’arte.  Ci interessa mantenere con loro un rapporto umano, che duri nel tempo. Quindi ti dico con franchezza che non abbiamo idea della complessità di quelle che sono le dinamiche del sistema dell’arte contemporanea.
Nel nostro caso specifico, una piccola città come Alba ci ha affidato l’incarico di organizzare per i prossimi cinque anni mostre di arte contemporanea, e per noi è un riconoscimento importante. Posso dirti che questo investimento da parte nostra non è volto solo a far conoscere il nostro nome e i nostri vini, ma le Langhe, perché crediamo che le Langhe meritino di essere più valorizzate, e questi nostri progetti servono per promuovere questo territorio. In un momento di crisi è importante investire e far crescere il territorio, perché ne beneficiano tutti. Per questo ci vogliono anche, non solo, ma anche imprenditori attenti e illuminati. Noi il nostro contributo lo stiamo dando organizzando eventi d’arte e richiamando nel nostro splendido territorio artisti e curatori internazionali.

Marco Enrico Giacomelli

Alba // fino al 25 novembre 2012
Americans
a cura di Bill Katz
CORO DELLA MADDALENA
Via Maestra
www.ceretto.it

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • edmondo

    Ma ha senso una mostra di litografie, sia pur di eccellente qualità, si può credere ad una mostra senza nemmeno un pezzo originale.
    Ricorda quei signori che delle bottiglie si bevono l’etichetta invece del vino.