L’idea del realismo VII

Torna la rubrica Inpratica e torna la saga teorica dedicata al realismo. Dopo la disamina di due film scioccanti come ACAB e Diaz, guardiamo di nuovo al mondo dell’arte contemporanea italiana.

Mario Monicelli - I soliti ignoti - 1958

Brandy dice: “Ma non capisci? Perché siamo stati
educati a vivere la vita nel modo giusto. A non fare errori
Chuck Palahniuk, Invisible Monsters (1999)

E adesso, proviamo a capire che cosa succede nel piccolo mondo (non antico) dell’arte contemporanea italiana.
Nell’era della crisi, il processo che sta riguardando l’Italia intera – a ogni livello – è abbastanza chiaro; il ritornello abituale, e abitualmente ascoltato, è: “La torta si restringe, la lotta si fa più crudele”. Il che vuol dire, molto banalmente, che una società iper-conservatrice come la nostra si chiude ancora di più di come faceva prima, in ogni settore; invece di aprirsi e di aprire nuovi spazi, di esplorare e sperimentare nuove opportunità (nuovi segmenti, nuovi mercati, nuove soluzioni).
Per esempio, l’editoria in pochi mesi ha subìto un crollo durissimo, che si attesta attorno al 30%; il turismo quest’estate è calato della stessa percentuale rispetto al 2011. E così via, in ogni comparto produttivo, economico, sociale. Il sistema nazionale dell’arte contemporanea, lo sappiamo, va incontro a una riconfigurazione altrettanto radicale e crudele. Alle debolezze e alle criticità solite, strutturali, se ne aggiungono altre, congiunturali. Senza praticamente che si sia mai vista davvero l’epoca delle vacche grasse, quella delle vacche magrissime è ufficialmente iniziata: e di fatto sembriamo paurosamente impreparati. Il nostro equipaggiamento è inadeguato.
I problemi appartengono a due ordini principali, strettamente interconnessi.

Ettore Scola – Dramma della gelosia – 1970

Il primo è di carattere generale, e riguarda la percezione della cultura nel nostro Paese: perché a ogni taglio (sempre più spietato e devastante di quello precedente) imposto ad un singolo settore culturale, non segue di fatto alcuna reazione dell’opinione pubblica? Dell’opinione pubblica, non degli appartenenti a quel settore, degli operatori, degli ‘addetti ai lavori’: è una domanda sgradevole, ma bisogna sul serio cominciare a porsela per capirci qualcosa. La cultura, in Italia, non è purtroppo percepita a livello diffuso come un bene primario e comune, come un servizio di cui non si possa proprio fare a meno. La cultura, anzi, è considerata al contrario appannaggio di pochi: una produzione del tutto autoreferenziale, connessa cioè a cricche-caste-gruppetti, assolutamente non popolare (nel senso vero e profondo del termine), e per questo fondamentalmente scollegata dalla vita di ognuno, dalle proprie esigenze reali, dal mondo in cui le esistenze individuali e collettive si svolgono e si snodano. La produzione culturale nazionale, cioè, tranne sporadiche eccezioni, non ‘racconta’ più nulla di rilevante per la nostra identità, per capire chi siamo e che diavolo ci sta succedendo. Non costruisce mitografie in cui riconoscersi. Eppure, non è sempre stato così: pensiamo solo alla commedia italiana (Monicelli, Risi, Scola), o al cinema politico e d’inchiesta (Rosi, Petri, Damiani) dagli Anni Cinquanta agli Anni Settanta.

Come si può dunque pretendere, con queste premesse, che un popolo intero scenda in piazza a difendere un bene che non sente e che non ha mai sentito come proprio, come una parte importante di se stesso? Ciò è accaduto non per caso, ma perché si è voluto che accadesse, perché si è scelto che accadesse: è sufficiente pensare a quali sono i prodotti culturali di massa che hanno formato le ultime due, tre generazioni di italiani, per capire di cosa stiamo parlando.
Ad autoreferenzialità generali, naturalmente, si sono sommate autoreferenzialità particolari, specifiche: e il mondo dell’arte, in questo senso, è diventato presto un caso-studio da manuale. Guardatevi intorno. Tutti conosciamo, frequentiamo, stimiamo persino individui che vivono in una continua, studiata finzione: mentono a se stessi, prima ancora che agli altri. “Fare il curatore”, “fare l’artista” è diventato infatti il modo per mascherare una condizione di umiliazione che è collettiva, di tutti. E che viene perennemente negata, rimossa. In forme diverse, certamente, e secondo differenti declinazioni, ma con poche variazioni riguardo alla sostanza:  “Un’umiliazione che si sostanzia non solo nell’attuale assetto socioeconomico e nel relativo telaio infantilizzante che ne deriva, ma soprattutto in quella paradossale complicità che queste generazioni hanno mostrato nei confronti del telaio medesimo. Si tratta di uno stato d’animo che sembra governare il pensiero e la sensibilità degli ultimi vent’anni, un tempo sufficiente ad averne determinato la normalizzazione e quindi, almeno all’apparenza, la neutralizzazione. L’umiliazione oggi innerva di sé pratiche e immaginario e viene travestita con gli abiti del vittimismo o dell’autoironia: in entrambi i casi l’esperienza del dolore più incandescente viene in qualche modo addomesticata” (Giorgio Vasta, La narrativa dell’umiliazione, “minima & moralia”, 6 dicembre 2011).

Elio Petri – Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto – 1970

Un paio di generazioni sono cresciute (e sono state cresciute) nell’obbligo di fingere di condurre delle vite interessantissime, di svolgere mansioni affascinanti  perché così prevedeva il contesto. Così prescrivevano le condizioni date. Bene, adesso si vede che fine ha fatto il contesto; adesso quelle stesse condizioni sono sul punto di disintegrarsi. Gli stessi artisti che hanno coltivato fino a poco tempo fa sogni da star (non tutti, per carità, non ancora: ma una buona parte sì) cominciano a rendersi conto di come sia sempre più difficile ‘campare’ con le proprie opere (e, nella fattispecie, con quelle opere); idem i loro galleristi; i curatori, poi (almeno quelli più giovani, e dunque indifesi) non sanno più bene come fare i curatori, e in che cosa consista la curatela. E tutti continuano a non avere una vita al di fuori del ristretto mondo dell’arte, dunque a non disporre di materiali utili su cui lavorare sul serio e da riportare all’interno di quel mondo – che si consuma in se stesso. Come scrive Gian Maria Tosatti: “Restiamo spesso perplessi di fronte ad opere che si propongono di affrontare la realtà in un orizzonte cronachistico, quasi impersonale, quasi che la ‘ricerca’ sia scindibile dall’‘essenza’”(L’unica verità possibile, 11 luglio 2012).

Ettore Scola – C’eravamo tanto amati – 1974

E, se ci pensiamo bene, questo accade non perché “non ci sono i soldi”, o per il solito destino cinico e baro; ma proprio perché le condizioni stesse erano sballate e sbagliate fin dall’inizio. Perché il contesto, il quadro era installato sulla finzione generalizzata. Infatti, una determinata situazione non è illusoria solo quando non funziona; lo è anche quando va bene, cioè quando molti ne traggono vantaggio. Solo che quei molti, e i moltissimi che sono esclusi ma che sperano di arraffare una fetta, un pezzetto, una briciola della famosa torta, preferiscono dire – e addirittura pensare – che sia reale. Contro ogni evidenza, e il più a lungo possibile.
Non è detto, perciò, che il crollo a cui abbiamo appena cominciato ad assistere sia (solo) una maledizione.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Antonio

    Il cinema degli anni ’50-’70 sapeva raccontare la modernizzazione attraverso le lenti della cultura italiana; un discorso simile si può fare per l’arte e per la letteratura. Dagli anni ’80, ci si è limitati ad adottare il discorso sulla modernità prodotto altrove, in particolare nel mondo anglosassone, divenuto (è il caso di dirlo) mainstream mondiale. Perse le lenti italiane, ora che quel mainstream è in crisi (o tenta delle espansioni tardive in Cina e nei paesi di nuovo sviluppo), qui in Italia è il vuoto culturale.

  • Angelov

    Gentile signor Christian, la cultura è sempre stata appannaggio di pochi.
    Ma solo poiché viviamo una crisi di identità e sguazziamo nell’autoinganno, non si può dirlo, altrimenti la parte socialista della nostra coscienza si ribellerebbe.
    Appannaggio di quei pochi che come alpinisti, hanno scalato le vette con corde e ramponi; ma oggi viviamo in un epoca dove sulla cima dell’Everest ci si può arrivare in elicottero.
    All’epoca di “Nel blu dipinto di blu”, quanti conoscevano Yves Klein e i suoi quadri blu?
    Per la cronaca, in quel tempo Modugno si trovava a Parigi, e qualcuno lo portò nello studio di Chagall, il quale stava dipingendo un fondo di un suo quadro, usando le mani.
    Le figure fluttuanti nello spazio del cielo, le mani sporche di blu e la inaspettata presenza di un grande pittore, ispirarono quella canzone.
    Ma quanti conoscevano Chagall di quelli che ascoltavano Modugno?
    Forse esistono diversi livelli culturali che corrono parallelamente, solo che oggi le vie di comunicazione tra di loro sono meno praticabili.
    Lei usa “autoreferenziale” più volte, per dire che “la cultura è appannaggio di pochi”: ma se lei scende in strada e chiede alla gente cosa vuol dire “autoreferenzialità”, saranno solo quelli in grado di leggere il suo articolo fino in fondo, e di capirlo, che le daranno una risposta affermativa.

  • christian caliandro

    Caro Angelov, quello che dici è molto giusto, e ti ringrazio. Non conoscevo l’aneddoto di Modugno e Chagall, ma illustra bene il processo che hai descritto. La cultura ha certamente più livelli, come anche la storia. Il problema sorge quando ogni comunicazione tra questi livelli si interrompe, con la conseguenza che i livelli stessi si inaridiscono: è esattamente quello che si è verificato, come anche Antonio sottolinea nel suo commento. Quei registi e quegli scrittori dagli anni ’50 a’ ’70 riuscivano a portare avanti, insieme e senza spocchia, un intero e articolato processo di costruzione identitaria, rendendolo fruibile e popolare. Pensa solo al Monicelli de “La grande guerra”, e soprattutto de “I compagni”. Certo, c’erano anche gli scrittori, gli artisti e i registi che in pochi capivano: ma anche i loro contenuti trovavano il modo di essere veicolati, attraverso lo strumento dell’ironia. Pensa al Gassman de “Il sorpasso” di Risi che dice a Trintignant: “Bel regista quell’Antonioni… me sò fatto na dormita!”; oppure a Elide, la moglie di Gassman in “C’eravamo tanto amati” di Scola, che al culmine del suo processo di formazione intellettuale si trova a riflettere sull’incomunicabilità (ancora Antonioni: cioè, a tradurre in termini culturali la sua personale incomunicabilità con il marito, che non l’ha mai amata) allestendo addirittura intere pareti di cornici vuote pre-concettuali (alla Paolini)! Sabato, su “La Stampa”, c’era un bel pezzo di Masolino D’Amico dedicato a Monicelli (“Quell’ultimo sorriso contro la retorica”, p. 31), con passaggi interessanti come questo: “Fingeva orrore alla sola idea che potesse volersi far considerare un artista o che qualcuno pensasse che si dava delle arie, o peggio ancora, che facesse del cinema per parlare di sé. La sua disponibilità lo fece considerare poco ‘autore’ da una critica che prendeva sul serio solo i registi che visitavano il proprio universo inconfondibile.” Questo mi pare un punto centrale, e attraente, per tutti noi e per quegli artisti che stanno riflettendo su come uscire da questa impasse tremenda. (è vero, ‘autoreferenzialità’ non è forse il termine migliore, come del resto ‘realismo’, se proprio vogliamo dirla tutta; solo che al momento sono gli unici che ho a disposizione. bisognerebbe certamente trovarne e usarne degli altri, più adatti).

  • sarissa

    Dissento profondamente sul fatto che la nostra è una società iper conservatrice. Vai negli Stati Uniti, In Canada. Negli Emirati. In Africa. In Cina e in Giappone. Poi riformula questa affermazione che mi sembra più un clichè di chi gira poco e osserva superficialmente. Gerontocratica, sicuramente, ma conservatrice non credo proprio. Altro punto è la cultura. Sebbene il livello medio non sia alto, è sicuramente più alto che nella media del resto del mondo. Il che è una magra consolazione, ma Mr Angelov ha ragione, la cultura è sempre stata di pochi. Poi ad un certo momento basta di parlare sempre delle stesse cose e di guardare indietro, agli anni 50, 60, 70, basta. Viviamo all’ombra del passato, siamo vechhi prima di nascere. Poriamo un macigno sulle spalle. il neo realismo è diventato un complesso. Susanne Bier fa un film ambientato a Sorrento dove si sente ancora il Mambo Italiano, gli americani ti piazzano lo stereotipo della pasta e il mandolino in Mangia prega e ama, da mettere alla forca. Edward Norton in conferenza stampa ti dice che l’ultimo film italiano che ha visto era La dolce vita e Amarcord. Ti pugnala, caspita. Basta con Anita Ekberg. L’Italia non è più così. E meno male. Vi voglio ricordare che Monicelli si è suicidato. Ma aveva anche 95 anni, pace all’anima sua. Forse s’era fatto qualche scrupolo. Per i settantenni che venivano dopo di lui. Poi scusate, ma tutta questa diatriba… non è che l’arte ha arricchito sempre tutti. L’arte è sporca. L’arte è sofferenza. L’arte è difficile. E poi è come la vita, ha bisogno di fortuna. Mozart è morto povero. Chales Dullin nudo, abbandonato in un letto di d’ospedale di periferia. Nicolas Ray non ha potuto più fare film, ha ripiegato sull’insegnamento, ma è impazzito. E loro sono stati anche fortunati perchè ce li ricordiamo. Il problema è che chi vuole “fare l’artista” oggi, vuole essere come Damien Hirst. Vuole essere ricco e famoso. Vuole la vita facile. Molte volte è un imbrattatele. Un logorroico. Un ignorante presuntuoso che si sente figo perchè porta le mutande Gareth Pugh con i punti metallici, gli occhiali Y3, la giacca Kawacubo e pensa di essere intellettuale, perchè s’è letto il Bignami di filosofia. Non gliene frega un emerito piffero della società. E’ un parassita e basta. E non ha niente da dire. Ma di artisti, poeti, scrittori ce n’è pochi per secolo. Vorremmo avere questa presunzione di sapere sin da ora chi è che sta facendo qualcosa di importante. Il tempo ce lo dirà o lo dirà a chi verrà dopo di noi. Perchè mentre dissertiamo sulla condizione dei giovani in questo paese, abbiamo iniziato ad invecchiare anche noi. Queste cose in altri luoghi non succedono. Noi parliamo un sacco. Mentre gli altri fanno. In Italia il pragmatismo è come il petrolio. Si importa solo, e ad un prezzo altissimo.

  • christian caliandro

    Non ho capito tutta ‘sta foga, sinceramente (le cose si possono dire in tanti modi).
    Comunque: a. il neorealismo non è certamente “il mandolino, pasta e mandolino, Anita Ekberg”: se hai presente solo questo, è ovvio che ti sia venuto a noia; b. Monicelli si è suicidato a 95 anni perché si era giustamente scocciato, perché a fronte di un grave problema di salute non voleva cedere di un palmo la sua indipendenza, e perché non voleva più vedere che posto schifoso fosse diventato l’Italia; c. è vero, la maggior parte degli artisti (italiani e non) sono esattamente come li descrivi tu: ma NON TUTTI, e mi dispiace sinceramente che tu non ne conosca di diversi e più seri; inoltre, “sapere sin da ora chi è che sta facendo qualcosa di importante” sarebbe esattamente il compito della critica, e nella fattispecie di una rivista d’arte e cultura contemporanea, sai com’è; d. “Noi parliamo un sacco. Mentre gli altri fanno”: questo sì che è “un clichè di chi gira poco e osserva superficialmente”. Ma di quelli grossi.