Il Next Deal

Una risposta e una proposta che non è nuova, ma è diventata urgente. Gian Maria Tosatti dice la sua sui “nuovi mecenati”, partendo dall’editoriale di Cristiano Seganfreddo pubblicato su queste stesse pagine qualche settimana fa.

Gian Maria Tosatti - Tetralogia della polvere - photo Tommaso De Luca

Leggo l’articolo dal titolo Troviamo un nome per i nuovi mecenati, che qualche settimana fa Cristiano Seganfreddo ha pubblicato su questa rivista e lo trovo lucido, sensato e, prima ancora, realistico, ossia consapevole dello stato attuale delle cose. Il ragionamento, infatti, fila con la stessa scanzonata rilassatezza del tono col quale è scritto.
Dunque Seganfreddo ha ragione, ma non basta. Lo so per esperienza diretta, in quanto, oltre a essere un artista, negli anni la curiosità mi ha portato a fare il giornalista nell’ambito della cultura e delle politiche culturali o a occuparmi direttamente di produzione, con due prototipi a loro modo significativi come il centro culturale Angelo Mai (quando ancora era nell’edificio occupato del Rione Monti a Roma) e il progetto Reload. Conosco bene, quindi, i meccanismi economici di sostegno alla cultura in Italia e anche i cambiamenti di indirizzo che hanno subito durante i governi che si sono succeduti in questi ultimi dieci anni. Per questo motivo do ragione a Seganfreddo e anche ad Artribune, che ha sostenuto ultimamente quegli articoli del Decreto Sviluppo che costituiscono una posizione chiara da parte dell’esecutivo Monti nei confronti dell’ingresso dei privati nella gestione del patrimonio culturale. Dovrei forse precisare che di natura, e forse anche per convinzione, sono uno statalista quasi bolscevico. Ma è proprio per questo che l’identikit del mecenate di cui parla Seganfreddo mi sembra talmente preciso da mancare solo di un nome. Come nel vecchio gioco da tavolo Indovina chi, nell’articolo pubblicato qui su Artribune si sono nominati tutti gli elementi identificativi di un soggetto, ma non si è data l’ultima definizione. La domanda è rimasta retoricamente aperta. Bisogna trovare il nome dei nuovi mecenati. Bene, uscendo di retorica il nome si può fare, ed è di nuovo la parola ‘Stato’. È lo Stato il nuovo e unico possibile mecenate che ha tutte le caratteristiche di cui parla Seganfreddo: partecipa alla cosa pubblica con responsabilità, non si ammanta di un protagonismo anacronistico, non costruisce piedistalli al proprio potere.

Bolscevichi

L’avevo premesso che sono uno statalista bolscevico, quindi non c’è da meravigliarsi che questa sia la mia risposta, ma per dovere di correttezza devo specificare che lo Stato non è un’oligarchia come nel Seicento, nel Settecento o nell’Ottocento. Nelle democrazie moderne lo Stato è l’insieme di tutti i privati cittadini che esercitano i propri diritti, in quanto comunità consapevole, nei modi previsti dalla legge. Dunque, quando parlo di Stato, non è di ministeri, di Urbani, Rutelli, Bondi, Ornaghi che parlo, e neppure di Passera, Monti, Fornero e compagnia cantante. Parlo di ogni singolo cittadino che può dare il proprio contributo per far sì che questo Paese abbia il suo “Next Deal”. In questo senso, sottoscrivo a pieno le modalità che prevedono tanti piccoli interventi, contributi minimi che ognuno può dare alla cultura costituendo una spinta determinante verso la crescita anche di un settore che in Italia è forse l’unico a essere realmente strategico. Ma, a differenza di Seganfreddo, non è l’esempio del Kickstarter a cui voglio rifarmi; penso piuttosto a quello della legislazione americana in materia di detrazioni fiscali. La proposta non è nuova, chiaramente, ma a questo punto la sua riproposizione sembra più che logica. Negli Stati Uniti i grandi musei d’arte contemporanea, a differenza dei nostri, possono ancora costruire grandi collezioni in funzione delle donazioni detraibili di grandi e piccolissimi contributor. Al Whitney Museum la quota minima per diventare socio è di 70 dollari, totalmente detraibili, e questa quota formale, che nella sostanza è gratuita, consente di poter avere accessi illimitati al museo e di partecipare a molte attività che possono contribuire ad avvicinare sempre di più i cittadini all’arte. Ma forse ancora più interessante è notare come associazioni di curatori (ad esempio No Longer Empty, con cui ho fatto la mia ultima mostra a New York) o spazi indipendenti come lo Storefront for Art and Architecture possano portare avanti i loro percorsi sperimentali grazie a campagne di finanziamento anch’esse detraibili al 100%. Indicativa è la modalità utilizzata da No Longer Empty. In fondo alle mail informative che manda, l’associazione chiede a ogni iscritto alla newsletter di partecipare alla realizzazione del prossimo progetto pagando direttamente uno dei servizi che saranno realizzati: la commissione a un artista, un laboratorio per bambini, una visita guidata. Ognuna di queste voci ha un costo preciso e quantificato e sotto a tutto viene ricordato che ogni contributo è totalmente scaricabile dalle tasse.

I fondatori di Kickstarter

Seguendo la definizione che ho dato di Stato, è necessario riconoscere che è la legge a dar facoltà agli individui di esercitare i propri diritti. Kickstarter in Italia sarebbe una “pezza”, un contributo volontaristico, un “regalo”. Cosa nobilissima, che, al pari del mecenatismo d’antan, credo debba continuare a esistere comunque, come l’elemosina ai poveri. Ma quello che gli preferisco è l’esercizio di un diritto, e deve venire prima di ogni nobile gesto. Poter decidere di pagare le proprie tasse a favore di un settore che si riconosce strategico a dispetto degli indirizzi che la classe politica sta prendendo, credo sia un diritto democratico da garantire per legge. Senza questa battaglia, qualunque buona pratica, come la costituzione di fondazioni a partecipazione privata per la gestione del patrimonio artistico, o come lo sviluppo di strumenti per il finanziamento orizzontale di progetti di qualità, resterà sempre a un livello di incompiutezza, avrà sempre una “disabilità” strutturale, un handicap. Di contro, i contributi defiscalizzati hanno anche il vantaggio di poter costituire una forma di controllo diretto da parte dei cittadini sulla qualità della proposta, con lo stesso meccanismo che per l’informazione su Internet definiamo già da tempo “democrazia della Rete”.
Da artista e amante dell’arte, trovo lodevole che un ricco industriale o un semplice impiegato possano “fare omaggio” alla cultura un obolo proporzionale ai propri averi, ma non è questo che potrà consentire a un sistema culturale ricco e complesso come quello italiano di poter riaccendere i motori. Il Next Deal di cui parlo, citando con un po’ di libertà lo statalismo bolscevico (qualcuno lo disse davvero!) di Roosevelt, è la consapevole intesa di una comunità a partecipare all’attività dello Stato chiedendo che gliene vengano dati gli strumenti legislativi. Un “Next Deal” è la scelta di ogni singolo contribuente di fare un investimento in cultura con una parte della quota che annualmente deve corrispondere allo Stato (cioè alla collettività) per la gestione della cosa pubblica.

Adriano Olivetti

Mi si chiederà: perché cominciare questa rivoluzione tributaria proprio dalla cultura? La risposta è semplice. L’Italia è una Repubblica che, a differenza di molte altre, non si fonda solo sul lavoro. Le fondamenta della nostra Repubblica stanno nel nostro “impareggiabile” patrimonio culturale, che è nutrimento essenziale e privilegiato per chi oggi opera nel contemporaneo e mette le basi per un futuro, identitario, ma anche economico. Il patto che deve stringere questo Paese è fra il suo patrimonio e la sua comunità. I nomi che Seganfreddo chiede per i nuovi mecenati, sono, come lui stesso già suggerisce, nomi propri di persona, sono i Mario Rossi, i Luigi Bianchi, gli Adriano Olivetti, senza distinzione. Ma perché tutto questo diventi davvero moderno non è la figura del mecenate che deve cambiare, ma il mecenatismo stesso, passando da forma volontaristica di donazione da parte dei più abbienti a politica di investimento condivisa e accessibile per l’intera comunità, anche da chi non potrebbe tirar fuori un euro in più dal proprio magro bilancio familiare, ma che dirottando 70 euro dalle proprie tasse potrebbe sentirsi a casa alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, al Maxxi o agli Uffizi. Proprio come al Whitney Museum.

Gian Maria Tosatti

  • pietro c.

    Puerili e ingenue parole. Non tanto perchè basate su presupposti utopici, ma sostanzialmente perchè non vedono l’ormai sempre più incosistente ruolo dello stato all’interno delle dinamiche finanziarie a cui anche il mondo della cultura è soggetto. Come si fa a concepire la legislazione delle risorse economiche all’interno della sovranità nazionale mentre tutti i sistemi finanziari vengono testati e giocati in ambito internazionale?
    Come spesso ho avuto modo di registrare, gli articoli di Tosatti mancano di uno sguardo realmente proiettato all’interno della dimensione attuale delle cose.
    Oggi assistiamo allo svilupparsi di un gap incredibile tra sovranità nazionale e sistemi finanziari di tipo internazionale, in sostanza va via via scomparendo il valore e l’efficacia delle sovranità nazionali in favore di una gestione delle risorse frammentata all’interno di sottosistemi che si muovono su raggi d’azione che superano l’assetto territoriale dello “stato” e che invece si articolano su sistemi legislativi globali.
    Tosatti purtroppo non si rende conto che la crisi attuale proviene soprattutto da questo necessario cambio d’orizzonte tra assetto territoriale nazionale e iper-strutturalismo intercontinentale dell’economia e quindi del diritto.

    • christian caliandro

      gentile pietro,
      peccato che tu non ti renda conto di come “questo necessario cambio d’orizzonte” sia esattamente il tema dell’articolo di tosatti.