Dipingere come respirare. A Tirana

Albania, Tirana, Galleria Nazionale. Fra decine di tele improntate al cosiddetto Realismo Socialista, spiccano alcuni esempi più o meno volontari di dissenso al regime di Hoxha. E alla fine il nostro Luca Arnaudo finisce al tavolino di un bar con Llambi Blido…

Galleria nazionale d'Albania, interni

Vive un’immagine? Respira? Gioco con questa e altre domande, la testa tra le nuvole, lungo il volo di ritorno da Tirana, ripensando a una visita alla Galleria Nazionale d’Albania e all’incontro con un pittore.
La Galleria Nazionale ha interni ampi e luminosi, occupati perlopiù da opere rappresentative del realismo socialista imperante sotto la lunga dittatura di Enver Hoxha. Mentre rompeva prima con l’Unione Sovietica e poi con la Cina perché allontanatesi dal modello stalinista, Hoxha faceva costruire oltre 500mila bunker monoposto destinati alla difesa da attacchi nemici. Monoposto. Nel cercare d’immaginare l’asfissia paranoica di un simile progetto si può forse intendere meglio quale potesse essere il grado di libertà a disposizione degli artisti albanesi durante la dittatura. Le pitture esposte nella Galleria Nazionale mostrano in effetti una successione ininterrotta di operai, militari, pionieri, partigiani prometeici, tutti resi con colori pesanti e terrosi.

Spiro Christ, Aviatori (1966)

Pure, nella soverchiante compattezza dell’insieme s’intende talvolta uno spiraglio: Rafael Dembo, ad esempio, dipinge un gruppo di lavoratori “volontari” che avviandosi ai campi non sorridono. Ancora, in due opere degli Anni Sessanta Spiro Christo coglie aviatori che giocano con modellini aerei e bambini con fucili, dedicando loro uno sguardo affettuoso che, mentre mette in cortocircuito – quanto volontario? – età adulta, infanzia, guerra e gioco, ne umanizza le immagini. Soprattutto, non riusciamo ad allontanarci da due tele di Llambi Blido, entrambe dei primi Anni Settanta: v’è in esse, infatti, una luminosità dei colori e un’intelligenza compositiva davvero straordinarie, che rendono le due figure ritratte (un’operaia alle prese con le leve di una fabbrica, una ragazza in posa enigmatica) risolutamente distinte da tutte le altre circostanti.
Per una serie fortunata d’incontri – Tirana, del resto, è un piccolo mondo – riusciamo a incontrare Blido poche ore dopo la visita al museo. Ci accompagna Gezim Panariti, già curatore della Galleria Nazionale, il quale ci spiega lungo il cammino quanto Blido sia un artista importante per l’Albania anche per come ha saputo opporre un’estraneità interna al regime che, il nostro interlocutore ripete con trasporto, era l’unico modo possibile per resistere senza finire eliminati. Blido ha quasi ottant’anni, è cieco e continua a dipingere. Seduti in un bar di periferia, quest’uomo mite ci spiega che prima di perdere definitivamente la vista è riuscito a sviluppare una sua tecnica di combinazione dei colori e d’uso degli spazi sulla tela, per proseguire al buio.

Rafael Dembo, Verso il lavoro

Colpiti da una simile devozione alla pittura, chiediamo a Blido cosa significasse dipingere ai tempi della dittatura. Ci risponde con una lezione appassionata sull’importanza della leggerezza dei colori, quindi aggiunge di aver sempre pensato che all’arte di regime mancasse il respiro, soffrisse di “asma pittorica”, ed era proprio questo respiro che ha cercato di mantenere attraverso i colori.
Artisti come Edison Gjergo hanno pagato duramente per molto meno: nel 1973 venne incarcerato perché la sua pittura peccava di “formalismo”, qualsiasi cosa ciò significasse. Quanto a Llambi, si è volutamente mantenuto ai margini della scena artistica per poter continuare a dipingere in libertà, attingendo dalle composizioni dei fumetti americani a cui aveva accesso per il suo lavoro obbligato di illustratore, dai grandi coloristi di ogni tempo, dall’osservazione libera all’interno di un mondo prigioniero: passato attraverso l’oscurità di una dittatura paranoica per ritrovarsi nel buio della cecità, questo artista mite e appassionato ha così saputo trovare una via per superare entrambe, salvando la propria pittura.
Usciamo dal locale che è già sera, ci avviamo verso i nostri alloggi: le immagini di Blido ci accompagnano mentalmente, sempre più chiare nell’oscurità circostante.

 
Luca Arnaudo

www.gka.al 

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Luca Arnaudo
Luca Arnaudo è nato a Cuneo nel 1974, vive a Roma. Ha curato mostre presso istituzioni pubbliche e gallerie private, in Italia e all'estero; da critico d'arte è molto fedele ad Artribune, da scrittore frequenta forme risolutamente poco commerciali, come raccolte di racconti, poesie, prosimetri, ma più di recente si diverte soprattutto con storie illustrate per bambini. In una vita perpendicolare è anche giurista e docente universitario, esperto di cose che qui non interessano.
  • Rivisitare la storia attraverso l’arte e’ sempre affascinante! Un articolo che fa desiderare di partire all’istante per Tirana.

  • Antonio

    Tra Italia ed Albania vi è un rapporto asimmetrico: loro conoscono molto di noi, noi quasi nulla di loro. Questo bell’articolo dà un piccolo ma valido contributo a ridurre questa distanza.

    • eko

      l’ho pensato anch’io: quanto poco si conosce di paesi così vicini ma visti sempre e solo in modo univoco…

  • fausta giasolli

    Luca hai saputo ben cogliere l’animo dell’Albania e degli albanesi desiderosi, come ben pochi altri nei balcani, di dare finalmente voce al loro sentire.
    Io amo questo paese che mi ha in qualche modo rapita,mi ha aperto gli occhi ad un microcosmo che però è l’immagine di un macrocosmo: rappresenta un ponte tra passato e futuro, tra occidente e medio oriente, tra il comunismo allora imperante e il capitalismo imperante oggi un pò ovunque. E l’arte racchiude tutto questo.