Archiviare Obrist

Con un malinconico collegamento alla recente scomparsa di Chris Marker, il regista francese ossessionato da memoria e oblio, l’Institute of the 21st Century si sta imbarcando in una missione impossibile: archiviare digitalmente i nastri analogici di Hans Ulrich Obrist. Yan Yan Huang ha incontrato lo svizzero dopo la sua conversazione pubblica con Danny Hillis all’i21c.

Hans Ulrich Obrist

Le interviste realizzate da Hans Ulrich Obrist saranno archiviate con l’oggetto, il nome e alcune parole-chiave scelte strada facendo da coloro che si occuperanno di questo immenso progetto. L’Institute of the 21st Century, organizzazione che ha un team sparso fra Londra, Los Angeles e New York, sta infatti procedendo alla digitalizzazione dei nastri analogici delle celeberrime interviste. Ne abbiamo parlato con il diretto interessato.

Intervistando John Baldessari, gli chiedevi dei suoi momenti d’illuminazione. Hai avuto momenti formativi di analoga importanza?
Per me, cresciuto in Svizzera, una delle rivelazioni che ha scatenato la mia ossessione per l’arte fu la Kunsthalle di Zurigo e la loro collezione di Giacometti. Avevo 12 anni e il pomeriggio potevo andarci gratuitamente. Direi che questo è stato l’inizio. Poi mi sono interessato agli artisti. Sono nato a Zurigo nel maggio del ’68, poi  sono nato una seconda volta nel maggio del 1985. Avevo 17 anni, era la mia prima volta presso lo studio di Fischli e Weiss. Stavano lavorando a questo film incredibile sulle reazioni a catena, The Way Things Go. Quell’incontro mi ha fatto decidere di diventare un curatore, ed è dopo questa esperienza che sono venute le mie prime mostre in cucina e in una stanza d’albergo.

David Weiss, a sinistra, con Peter Fischli

Oltre a Fischli e Weiss, ci sono stati altri artisti rilevanti in questa primissima fase?
Un’altra rivelazione è stata il mio primo incontro con Gerhard Richter, avvenuto solo pochi mesi dopo. Era il 1986 e lui era in Svizzera per una grande mostra. Gli ho parlato  e mi ha invitato a visitare il suo studio. Il nostro rapporto poi è andato avanti e ha portato alla nostra prima collaborazione sei anni dopo, presso la casa di Nietzsche, dove ho organizzato una mostra di sue fotografie, in particolare quelle delle montagne svizzere, in questi spazi dove Nietzsche scrisse Così parlò Zarathustra.

Luoghi atipici per organizzare delle mostre…
Tutte le mie prime mostre hanno avuto a che fare con l’idea che l’arte può accadere inaspettatamente nei luoghi più assurdi.

Proseguiamo con gli incontri.
Un altro è stato quello con Christian Boltanski, con il quale ho fatto una mostra in una biblioteca di un monastero, con tutti i suoi libri. Poi, grazie a Fischli e Weiss, ho conosciuto Alighiero Boetti, un’altra rivelazione. Ho trascorso una giornata con lui. È stata un’epifania importante per me e ha innescato tutto un modo di lavorare.

Hans Ulrich Obrist

Nascono da questi incontri le interviste?
Sì, da allora non ho mai smesso. Infinite conversazioni. Potrei dire che molte di queste conversazioni hanno portato ad altre rivelazioni o momenti d’intuizione, un continuo dialogo. A un certo punto ho pensato di sviluppare una concezione estesa della curatela. Come curare scienza, letteratura, musica? Ho cominciato a muovermi in altri campi. Il contesto dell’architettura, ad esempio, ha portato a Cities on the Move e a Mutations. Dal 2006 collaboro con la Serpentine Gallery e con Julia Pagan Johnson, con la quale di anno in anno invitiamo architetti per l’ideazione di nuovi padiglioni.

Altre persone importanti per la tua formazione?
I miei due mentori, Kasper König e Suzanne Piaget. Da Suzanne ho imparato a gestire un museo e a svilupparlo tra uno spazio di conservazione della memoria e un laboratorio. Da Kasper König ho appreso come curare una grande mostra e come fare un libro.

Christian Boltanski – Chance – 2011

Ci sono similitudini fra i  campi che citavi: arte, architettura, scienza…?
Non c’è una qualcosa che li colleghi tutti, ma ci sono molte molte connessioni differenti. Ecco perché con l’istituto stiamo pensando a come si può effettivamente archiviare e digitalizzare questo materiale per renderlo accessibile. Abbiamo fatto un esperimento, era un’idea che aveva molto a che fare con il dialogo. All’interno dell’archivio sono presenti molte questioni ricorrenti, così abbiamo deciso di usare un sistema di tagging. Ogni volta che qualcuno parla di musei, abbiamo il tag museo. Alla fine, la parte più cospicua del mio archivio può essere taggata, sviluppando così diverse conversazioni tra i diversi campi e operatori differenti. Questo sistema di archiviazione renderà facilmente accessibile una grandissima quantità di informazioni anche per chi abbia la necessità di scrivere libri.

Ecco torniamo ai libri…
Sì, i libri sono molto importanti!

Yan Yan Huang

www.i21c.org

 

  • Mario Colombo

    Molto pericoloso confondere i tag con i contenuti reali di un discorso.
    Invecchiando il nostro HUO rischia di svelare tutto quel baratro di superficialità che è sempre riuscito a dissimulare.