Ai curatori del domani. Manacorda parla da Liverpool

In un ferragosto umido e ventoso, lontano dagli italici bollori, abbiamo incontrato Francesco Manacorda, ex direttore di Artissima e fresco di nomina alla Tate Liverpool. Un’occasione per scoprire i suoi progetti futuri, ma anche opinioni e commenti sullo “stato dell’arte” nel Belpaese.

Tate Liverpool Exterior © Tate Liverpool 2012

Partiamo dalla Tate. Come ti sei inserito e quali i tuoi primi progetti?
Ovviamente, tutte le attuali esposizioni erano già state decise prima del mio arrivo. I progetti (almeno quelli grandi) a cui sto lavorando ora, partiranno tra non meno di due anni. Nel frattempo, conclusa la temporanea Turner Monet Twombly: Later Paintings, è prevista una mostra dedicata al disegno nell’arte contemporanea, dal titolo Tracing the Century. Questa si legherà poi a una commissione che stiamo facendo a Matt Saunders (che esporrà nel Project Space), la cui pratica è interessante proprio per la continua migrazione tra il disegno e la fotografia, ma anche la pittura, l’animazione e il film.
A seguire ci sarà una mostra dedicata al concetto di glam, un movimento che ha portato dentro la tradizione del grande rock inglese (e quindi nella più diffusa cultura popolare) molti elementi estratti direttamente dall’arte contemporanea. Nel Project Space sarà poi ospitata una mostra di Sylvia Sleigh, che negli Anni Sessanta e Settanta ha contribuito allo sviluppo del femminismo in America. È questo il primo progetto che ho portato qui, in collaborazione con altre istituzioni con cui stavo già dialogando dai tempi di Artissima.

Obiettivo?
Sviluppare una nuova concezione del museo, da intendersi non più come un insieme di segmenti divisi e autonomi, ma come unità singola. Quello che ho proposto al CdA della Tate Liverpool è di concepire l’intero programma come una sorta di magazine, che a ogni “numero monografico” (le grandi esposizioni) accompagnasse un insieme di mostre ed eventi in stretta correlazione, sia visiva che tematica.
L’idea è quella di gestire il museo interamente in questo modo. Anche il lavoro attorno al riallestimento della collezione (che avverrà l’anno prossimo, a due riprese tra aprile e luglio) terrà conto di tutte le programmazioni in corso, per sviluppare un filo rosso che passerà attraverso l’intero museo. Al momento stiamo lavorando a un insieme di nove stanze – che chiamiamo “costellazione” – in cui ci sarà un elemento centrale (per esempio un dipinto di Picasso, o un lavoro di Marina Abramovic) attorno al quale si disporranno tante altre opere geograficamente e temporalmente distanti. In una costellazione alcune stelle sono già morte, ma osservate dalla terra giungono tutte a comporre un unico gruppo.
Tutto questo ha molto a che fare con la mia personale ossessione della simultaneità diacronica, per cui quello che m’interessa è vedere ciò che è rilevante oggi, al di là di quando o dove sia stato creato.

Francesco Manacorda © Simona Cupoli – Courtesy Artissima

Tutte ottime proposte. Ma dovrai anche tener conto di nuove esigenze…
Qui mi trovo meglio nel mio ambito, anche se comunque la direzione di un museo (inserito in una struttura ancora più grande, come quella delle Tate) comporta precisi obblighi e responsabilità. Ad Artissima la situazione era più complessa, perché avendo come clienti delle gallerie commerciali era difficile non entrare in certi conflitti di interessi… Qui ci sono degli altri tipi di limitazioni, legate al ruolo istituzionale del museo, a cui si aggiungono responsabilità molto precise qui in Inghilterra, connesse al numero di visitatori.
La Tate ha un contributo pubblico che è sotto il 40%, quindi la prima necessità è vendere biglietti! Una condizione particolare, ma che anticipa una tendenza sempre più irreversibile in Europa: anzi, di fronte al generale disfacimento dello stato della cultura, istituzioni come la Tate arrivano già equipaggiate.

E sul territorio di Liverpool, come ti stai rapportando con le altre istituzioni?
Qui c’è un sistema molto sviluppato e compatto, che credo si sia decisamente rinforzato con il 2008, anno in cui Liverpool è stata Capitale della cultura. Io sono direttamente coinvolto in un gruppo, il LARC (Liverpool Arts Regeneration Consortium), che si riunisce ogni due settimane per coordinare i programmi o per discutere le possibilità di lavori comuni. È composto da direttori di musei (come la Tate, Bluecoat, FACT e la Liverpool Biennial), ma ci sono anche la Filarmonica e i teatri. Anche le istituzioni più piccole, come la qui vicina Open Eye Gallery, hanno un loro gruppo, che si chiama COoL (Creative Organisations of Liverpool).
C’è quindi un ecosistema che è già perfettamente interconnesso, e collabora su molteplici livelli. La stessa Biennale, che aprirà il 15 settembre, è anche un’operazione di coordinamento tra le varie realtà: nello specifico, noi porteremo una nuova commissione con Doug Aitken, una grande installazione qui fuori nell’Albert Dock.

Tate Sign Portrait © Tate Liverpool 2012

Ora passiamo a parlare dell’Italia… e delle sue fiere. Perché c’è stato chi – un poco malignamente – ha visto nella tua scelta di lasciare Artissima per Liverpool un tipico esempio dell’opportunismo dei curatori italiani. A parte le polemiche, credi davvero che questo sia un trend inevitabile? E ha ancora senso offrire la direzione delle fiere a dei curatori?
Mettiamo le cose in chiaro. Io avevo un contratto di tre anni! Ho saltato un anno perché mi è giunta questa proposta dall’Inghilterra (dove ero già stato per dieci anni) e mi è parsa la soluzione migliore. Dall’Italia ho imparato molto, e se si guarda alle due Artissima che ho fatto, ci ho pure messo una certa passione e rigore: quindi non è stato un semplice passaggio di carriera.
Per rispondere alle domande, direi che dipende da caso a caso: ma credo che per un curatore gestire una fiera dovrebbe rimanere una cosa limitata, sennò a un certo punto sarai costretto a cambiare professione, e diventare direttore di fiera a livello permanente. Non so che intenzioni abbiano le persone che sono state nominate a Bologna, Torino e Milano (che sono tutti curatori!), però c’è come una data di scadenza in cui una persona deve decidere se stare da un lato o dall’altro. Non credo nel fatto che se tu sei un curatore non puoi lavorare dal punto di vista commerciale: credo solo nella trasparenza più assoluta e nell’evitare conflitti d’interesse.

Come vedi il futuro delle fiere in Italia?
Io non posso che aspettare e vedere come funzionano. Il momento è molto delicato anche dal punto di vista del mercato: non tanto per l’Italia in sé, ma in generale. Anche perché le fiere più importanti nel mondo dell’arte contemporanea si stanno continuamente “clonando”, creando un calendario sempre più difficile da gestire, e costringendo anche le gallerie più grandi, in un momento in cui le vendite non sono stellari, a scegliere quali fiere fare, per ottenere la migliore visibilità e più possibilità di vendita, contenendo al contempo le spese… Insomma, la concorrenza è davvero gigantesca.

Tate Liverpool columns © Tate Liverpool 2012

Quindi credi che qualche grande fiera potrebbe alla fine soccombere?
Credo e spero di no. E credo soprattutto che la chiave per sopravvivere sia quella di diversificarsi, di creare una specificità assoluta rispetto al proprio prodotto. Che è quanto avevo cercato di fare con Artissima: fare della fiera un’offerta a 360 gradi. Alle gallerie e ai loro clienti, ma anche al pubblico e alla critica, in un’esperienza che le altre fiere non offrono.

Ma allora qual è il più grande problema per gli operatori dell’arte in Italia?
Io credo che sia soprattutto la difficoltà di lavorare con l’instabilità. Il problema più grande non è tanto rimanere in Italia, ma il fatto che le situazioni sono assolutamente volatili, per cui il livello di rischio è sempre molto alto. Qui alla Tate so che magari ho un budget più basso, so di avere un certo tipo di limitazioni, ma so anche che questo succede per i prossimi 4-5 anni. Il problema è che in Italia, soprattutto ultimamente, spesso non sai nemmeno che budget hai avuto per l’anno che è già finito! Per cui è difficile riuscire a lavorare su progetti di ampio respiro. È questa forse la ragione maggiore per cui rimanere in Italia, oggi, è una vera impresa…

Simone Rebora

CONDIVIDI
Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.
  • Non si parla stranamente dei “critici d’arte” che con il loro lavoro dovrebbero contribuire a fare le differenze e definire scale di valori, e quindi influenzare anche i valori di mercato. Quello dell’arte contemporanea è l’unico mercato di lusso che tende a non funzionare anche in tempi di crisi. I curatori sono selezionatori in positivo e senza chiare motivazioni (spesso le motivazioni sono quelle della carriera e di diventare pseudo registi/artisti), quindi tendono a non servine a nulla.

  • francesca

    …rabbrividisco nell’apprendere che c’è chi ancora parla di “opportunismo” davanti a persone che colgono occasioni per crescere, fare esperienza e, perchè no, portare la propria esperienza in un futuro nel mercato italiano. Povera piccola provinciale Italia.

  • Lupo

    Molto interessante l’idea di struttura la programmazione a “monografie”.