Pierre Cardin e altre storie. Cambiare Venezia (e l’Italia) si può?

Contributo di Luca Nannipieri per Artribune. Gli attori sono più o meno sempre i soliti. Capeggiati da Italia Nostra e Salvatore Settis, per la “difesa” di tutto quello che è. E che tale deve restare. Lo spettro agitato è sempre quello della mercificazione. Il risultato? Un Paese mummificato.

il progetto del Palais Lumière di Pierre Cardin

Mummificare l’Italia. Sembra questo il gran desiderio di chi, come Italia Nostra, non accetta alcuna trasformazione sui nostri territori, sul paesaggio e sulle città, perché altrimenti il patrimonio storico-artistico e l’ambiente verrebbero sviliti o deturpati.
Il Palais Lumière che Pierre Cardin vorrebbe costruire a Marghera è solo l’ultimo caso per gridare allo scempio. L’opera, alta 250 metri, tre torri a vela di diversa altezza spezzate orizzontalmente da sei dischi di forma circolare distanti 35 metri l’uno dall’altro, è tutt’altro che una forma originale, ma disterebbe 10 chilometri dal centro di Venezia. 10 chilometri. Eppure per Italia Nostra è l’ennesima prova che – in virtù del profitto e del dio Denaro – l’Italia si sta svendendo l’anima, distruggendo le sue bellezze.
Salvatore Settis su La Repubblica (31 luglio) scrive addirittura che “c’è una moda tra i potenti: profanare Venezia”, “oltraggiare Venezia non è una conseguenza non prevista, ma il cuore del progetto”. Tomaso Montanari sul Fatto quotidiano ci è ritornato più volte: “Quella Showroom chiamata Venezia. Pinault, Prada, Benetton. Così i marchi della moda si spartiscono la città” (7 marzo). A ruota, sulla stessa linea di pensiero, sono seguiti Vittorio Emiliani su L’Unità, Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera (“queste navi da crociere uccidono Venezia”), e gli appelli di Italia Nostra che oramai non si contano più. Uno degli ultimi testualmente dice così: Venezia “è oggetto di attacchi senza precedenti nella storia. Tav, metropolitana sublagunare, porto off-shore, polo-logistico, grattacieli, alberghi di ogni tipo, centri commerciali. In palio c’è la mercificazione della città, destinata a diventare un parco divertimenti per turisti mordi e fuggi, con un centro soffocato da milioni di turisti e un hinterland che vuole far posto a progetti che stravolgeranno la natura e l’immagine della laguna”.

Giotto – Eterno Padre – Padova, Cappella degli Scrovegni

Uscendo da Venezia, hanno cercato di bloccare la costruzione di un auditorium a 200 metri dalla Cappella degli Scrovegni a Padova, perché l’edificazione di questo auditorium minacciava la falda freatica sopra cui sta la cappella affrescata da Giotto (Chiara Frugoni, Sole24 ore, 19 febbraio); hanno cercato di bloccare il sottoattraversamento della TAV a Firenze perché vi sarebbero “gravi danni al patrimonio urbano, monumentale e storico artistico della città, tali da generare anche costosi contenziosi” (Italia Nostra, 17 febbraio).
Cosa se ne deduce da simili appelli? Che mummificare l’Italia è il loro gran desiderio. Che vederla immobile, congestionata nella sua deprimente e opprimente tutela, è il loro gran desiderio. Per fortuna, chi contraddice questi pensieri non è un affarista in vena di profitto: è la storia stessa. Sono almeno tre millenni di vita umana che contraddicono una tale visione. Da sempre le città sono realtà trasformate e da trasformare. Da sempre i loro confini, le loro identità, le loro mura, i loro palazzi, i loro perimetri sono stati ridiscussi, abbattuti, ritrascritti, riveduti, perché non esiste una conservazione che si antepone alla vita, se non a patto di sopprimerla, di renderla irrespirabile, appunto mummificata. Le bellezze sono da sempre bellezze contese, comprate, vendute, contrattualizzate, oggetto di affari, profitti, guadagni, perché dove non ci sono guadagni e profitti non c’è attività umana.
Il Palais Lumière di Pierre Cardin, che andrà a bonificare un’area di 175mila mq adesso piuttosto disagiata, non è l’ennesimo caso di scempio tanto ostacolato da Italia Nostra. È l’ennesima riprova che la linea d’orizzonte di un territorio è sempre continuamente rivedibile, che non esiste una Firenze rinascimentale, una Mantova rinascimentale, una Lucca medioevale, ma ogni città ridisegna continuamente la propria contemporaneità, il proprio rapporto con il presente, alterando le sue forme, perché come scrive la studiosa Mariella Zoppi: “Senza la continuità della vita, della quotidianità, e la continua opera degli uomini che abitano i territori non ci può essere nessun valore condiviso e trasmissibile di paesaggio. Senza le attività della gente il paesaggio si paralizza”.

La Sagrada Familia di Barcellona

Tutte le più grandi città sono diventate più affascinanti e moderne dopo che vi sono state costruite opere disturbanti, che rompevano la visione ormai acquisita degli spazi. La Sagrada Familia ha scomposto il baricentro di Barcellona in mezzo secolo, mettendo in discussione la centralità della cattedrale della Santa Croce e Sant’Eulalia. Sempre a Barcellona, la Torre Agbar ha trasformato il profilo della città. La stessa cosa è accaduta con la Torre Eiffel, costruita in soli due anni, dal 1887 al 1889, non a 10 chilometri dal centro di Parigi, ma nel cuore stesso della città, “profanando” – per usare il lessico settisiano – lo slancio della cattedrale di Notre-Dame. Di recente anche il nuovo Palazzo della Giustizia di Firenze ha frantumato lo skyline della città del Rinascimento, ponendosi – seppur solo sfondo – come rottura moderna, antitetica, spigolosa alle movenze della Firenze eterna che conosciamo.
Queste opere disturbanti non hanno profanato nient’altro se non il nostro eccesso di quiete nella comprensione del passato e del presente.
Dunque, bloccare Pierre Cardin perché distrugge Venezia? Sciocchezze. Bloccare Pierre Cardin perché, come sostiene Italia Nostra, ci farebbe uscire dai patrimoni Unesco? Magari. Venezia farebbe benissimo a meno di chi la vuole imbalsamata e di chi la vuole protetta in nome dell’umanità.

Luca Nannipieri

  • Cerchiamo di distinguere, al di là dell’invettiva un po’ superficiale. Sono d’accordo con l’impostazione generale dell’articolo, credo che questa volta Settis e Italia Nostra abbiano preso un granchio enorme, e sono convinto che l’operazione di Cardin sia una grande occasione (a me tra l’altro il progetto sembra valido anche esteticamente, al contrario di ciò che dice Cacciari con la sua solita supponenza).
    Detto questo, un conto è costruire sulle macerie del ‘900 a Marghera, un conto consumare ancora suolo libero. E un conto è recuperare zone depresse, un altro ancora è far diventare una città un triste parco a tema. Perché, caro Nannipieri, è proprio la monocultura del turismo di massa (che in nessun posto come a Venezia riesce a convivere con quello d’élite) ad aver “mummificato” la città in cui vivo, non sono state le soprintendenze.
    Citare le grandi trasformazioni di Parigi non è corretto. Dalla Tour sino alla Defense, esse sono state il frutto di grandi visioni urbanistiche, discutibili o meno, e dalla volontà del Potere di lasciare un segno sulla Capitale. Roba seria, insomma. Quello che invece accade in Italia, con la sua ridicola classe dirigente, non è per nulla roba seria. E’ la semplice convergenza degli interessi speculativi con l’attuale mancanza di liquidità degli enti locali. In un caso si guarda al futuro, nell’altro no. Credo che la differenza sia chiara.
    Saluti

  • adele bugatti si maio

    Questo progetto-rendering sembra certamente spettacolare ma non bene inserito. So che ci sono progetti e progetti – anche nuovissimi o recenti. Ma credo che solo alcuni rispettino i luoghi ed il contesto in cui sono o si dovranno inserire… Trovo ottimo come esempio positivo da citare e mostrare il MUSEO ARTE CONTEMPORANEA NITEROI (RJ), Brazil – del vecchissimo e giovanissimo arch. Oscar Niemeyer – che ha inserito meravigliosamente nel contesto che rispetta ed a cui si inclina tutt’uno con la roccia (Pan di Zucchero), la vista sul mare e la bellissima baia (vedi http://www.soniapiazzini.it/archiblog_art.php?id_news=1101153052 )

  • Riccardo

    Fuori da altro genere di considerazioni (urbanistiche, ambientali etc etc), è lecito ritenere che – vista la simulazione 3d – l’edificio faccia cagare?

  • Valerio Terrosi

    Nannipieri ha pienamente ragione. Non vi può essere alcun sviluppo credibile senza una necessaria e – per molti – forzata trasformazione del paesaggio e dei contesti, che viene immancabilmente osteggiata da quelli di Italia Nostra e dall’immancabile Salvatore Settis su Repubblica. Come dimenticare la discarica vicino Villa Adriana? Un polverone alzato da loro perchè se il malodore arrivava al monumento è uno scempio è un attentato all’umanità, se il malodore arriva in una periferia o in un piccolo paese stanno zitti, come accade di solito.

  • Nove Federico

    A parte il fatto che Italia Nostra è con il FAI l’associazione culturale più accreditata dal Ministero dei beni culturali, ma si può ancora andar dietro a simili attacchi, dopo che il centro storico di Venezia, di Firenze, di Siena, sono patentemente stravolti da operazioni di pura svendita commerciale, tipo Gucci in Piazza della Signoria a Firenze con il bellissimo palazzo accanto a Palazzo Vecchio?

    • Beh Federico, non stai facendo un gran favore a Italia Nostra e FAI qualificandole come associazioni culturali “accreditate” da MiBAC. Un ministero inesistente, patetico, irrilevante, sottomesso e via dicendo. Essere accreditati da Bondi, Ornaghi e compagnia cantante è un punto di dis-onore.

  • Riccardo Petruzzelli senior

    Caro Federico Gnech
    ma veramente può pensare che <>? Davvero può pensare che siano riproponibili le grandi trasformazioni di Parigi, che “sono state il frutto di grandi visioni urbanistiche, discutibili o meno, e dalla volontà del Potere di lasciare un segno sulla Capitale”? Ancora abbiamo bisogno di un Potere illuminato che comanda le traiettorie delle città? Che dice ad una città come svilupparsi, e ai suoi cittadini come costruire e come non costruire? Crede davvero che l’imposizione “ottocentesca” del potere illuminato che decide sia riproponibile adesso? Figuriamoci….

    • @Riccardo Petruzzelli senior

      Non ho scritto di preferire la grandeur mitterandiana al magna magna di Ligresti e Caltagirone (per quanto…). Mi limitavo a trovare incongruo il parallelo tra le trasformazioni delle grandi capitali nel secolo scorso a quello che succede oggi, appunto. Non credo nelle imposizioni ma nella Ragione applicata agli spazi urbani. E credo che soprattutto in un Paese come il nostro, in un momento come questo, cercare di praticare un po’ di perequazione sia assolutamente necessario. Sono convinto che sia possibile costruire e trasformare a sufficienza il *già costruito*, quando è veramente brutto ed inutile. Per questo trovo magnifica l’idea di Cardin di costruire, una volta tanto, sui capannoni abbandonati e non sulle spiagge. Ma in generale la realtà dei fatti sembra darLe ragione: a Venezia e in altre città non esiste più un piano regolatore, ma un Piano di Assetto Territoriale, che non norma più nulla, e consentirà (mi auguro di sbagliarmi) i peggiori disastri (non che i PRG non li consentissero…)

  • Stefano G

    Aggiungo all’articolo di Luca Nannipieri, come provocazione, il finale di un recente articolo di Vittorio Sgarbi: “Capiamolo una volte per tutte: l’interesse pubblico nella gestione del patrimonio culturale non sta nella proprietà, ma nel suo usufrutto. Un bene è realmente privato quando ci privano della possibilità di poterlo ammirare e studiare, come capita a migliaia e migliaia di beni di proprietà pubblica”.
    Sgarbi e Nannipieri riflettono di beni da tutelare o trasformare, di cui si possa parlare di proprietà pubblica e privata. Ma lo skyline di una città come fa ad entrare in questa discussione? Chi lo difende lo skyline? E’ difendibile credibilmente da qualcuno?

  • Mart Mar

    Una cosa è difendibile quando è normabile, cioè fatta oggetto di norma, di legge. Ma il profilo di una città come può diventare – con quali parametri, con quali criteri di oggettività? – oggetto di legge? Non è possibile. E se non è possibile, perchè non può essere cambiato come ripetutamente è accaduto nel corso della storia da sempre?

  • Riccardi (non il ministro)

    a sostegno di Italia Nostra e per affossare le idee di Nannipieri, vi metto qui il link di un sito che dovete vedere: http://www.articolo9dellacostituzione.it/

  • Gabriele

    In aggiunta a quello che scrive Nannipieri, vorrei dire che non c’è azione dell’uomo che non sia distruttiva e in sé ricostruttiva. Pensare ad un passato da preservare è una frase che filosoficamente non si basa su niente: perché preservare il passato? Che cosa si intende per giusta preservazione del passato? e poi quale passato? quali oggetti del passato? quali linee del passato? Ci rendiamo conto, caro Federico Nove, che Italia Nostra si regge statutariamente su un modello di presente e di futuro che, se fosse applicato come essa vorrebbe, porterebbe alla paralisi dei nostri stessi movimenti?

  • anita

    Colgo l’opportunità offerta da questo commentario per condividere, con i lettori e l’Autore stesso, alcune riflessioni scaturite dalla lettura di questo intervento.
    Innanzitutto sento di esprimere qualche riserva circa l’accostamento degli articoli citati –che mi pare contengano considerazioni condivisibili – con la questione Pierre Cardin, che riguarderebbe non già la sì bella e perduta Venezia, ma un’area distante da questa (per inciso, trovo quell’edificio orribile, ma è un’opinione estemporanea, istintiva e personale, opinabile giudizio di una persona che di questa “astronave nel deserto” ignora il contesto e la destinazione d’uso).
    Il rischio di questo accostamento – che ho ragione di credere indipendente dalla volontà dell’autore – infatti è quello di dare adito a semplificazioni grossolane, indicando nei “Salvatore Settis” (un grande studioso i cui meriti non spetta certo a me elencare) e nelle Italie Nostre gli ottusi custodi della palude, da contrapporre ai “rottamatori” postfuturisti dei Beni Culturali. Un atavico modello guelfi e ghibellini fuorviante e strumentale, anche perché la questione posta da Nannipieri è ben più complessa e delicata. Aggettivi che sembrano un po’ stereotipati, chiedo venia se non riesco a trovarne altri.
    Perché, se a tener sempre chiuso il salotto buono c’è solo da togliere più polvere e ragnatele dopo, con la furia iconoclasta non si costruisce granché, se non un soppalco sulle macerie. Ritengo inoltre necessario allargare quanto più possibile il dibattito sull’architettura e sull’urbanistica nel nostro Paese, coinvolgendo e responsabilizzando i cittadini, nei quali le imposizioni dall’alto – di amministratori pubblici o mecenati facoltosi – generano disaffezione e senso di colonizzazione.
    Trovo opportuna e fondata la critica all’imbalsamazione del passato, pretestuosamente degenerato in santino per un immobilismo che cela sovente incompetenza, ignoranza, pigrizia o interessi poco limpidi. Questa mummificazione tradisce il fondamento stesso degli “studia humanitatis” di cui l’Italia è (ormai indegna) culla, propugnatori di valori come apertura mentale e antidogmatismo e che dalla lezione dei “maiores” traggono stimoli ed esempi per il progresso civile del presente. La stessa idea di “tradizione” – almeno etimologicamente interpretata – appare oggi travisata: il passato ci ha dunque “consegnato” i suoi frutti perché li cristallizzassimo? Cosa tramanderemo, dunque, alla posterità? Ruderi imbellettati buoni solo per i turisti, ritenuti polli da spennare dall’alto dei nostri “trenta secoli di storia”? Non dimentichiamo che il patrimonio è innanzitutto nostro, e che deve “servire” a nutrire le nostre menti e le nostre coscienze di cittadini, non solo le nostre panze.
    Invece siamo un popolo schizofrenico: da un lato, sguazziamo indifferenti tra incuria, degrado e perdita di identità (consiglio ancora una volta di questo articolo: http://www.artribune.com/2012/07/alloutlet-della-storia/), dall’altro chiniamo il capo alla religione della conservazione (a proposito, quanti corsi universitari portano questo vocabolo nella propria denominazione?).
    Butto lì una domanda banale: non è che, sotto sotto, questa veste sacrale è un boomerang?
    Non compete certo a me ricordare – chiedendo scusa per la generalizzazione – le resistenze pervicaci al cambiamento opposte da tecnici e architetti, arroccati nelle proprie convinzioni e nella difesa dei propri ritagli di territorio, il business dei restauri che non di rado vede coinvolti le cattedratiche vestali e gli accademici sacerdoti della conservazione, le soprintendenze trasformate in satrapie e vicereami (chi controlla il controllore?), le istituzioni culturali affidate a manager che concionano masticando la parola sviluppo ma ignorano del tutto la storia di quanto è stato loro affidato.
    Per tacere di quegli amministratori – specie locali – che appena sentono parlare di cultura mettono mano alla rivoltella, salvo fare dietrofront qualora intravedano l’opportunità di guadagnarci economicamente, di piazzare amici e parenti, di blandire la pletora dei “clientes”, di assestare il colpo mediatico. Sindaci, assessori e governatori improvvisati storici, archeologi, archivisti e – moda degli ultimi anni – necrofori, allettati dalla possibilità di rifulgere, novelli Mecenati, affidando la trasformazione della propria città o la costruzione di un nuovo edificio alla star di turno.
    Eh già, perché il principio di autorità, l’ipse dixit, è proprio uno dei nodi della questione, per cui, se a presentare un bel progetto a costi contenuti è il talentuoso architetto trentacinquenne Gennaro Esposito, riceve una bocciatura per direttissima (ammesso che il tapino riesca ad accedere alle stanze dei bottoni); se invece a tracciare due linee sul foglio è l’archistar o – peggio ancora – l’artista di fama internazionale, allora, beh, quasi quasi ci si può pensare e le risorse economiche magicamente spuntano fuori. Sempre con la dovuta approssimazione, eh. Salvo ritrovarsi patate bollenti come il ponte di Calatrava e le stazioni della metropolitana di Kapoor.
    Un altro dei punti nevralgici sta a mio parere nell’aver promosso troppo sbrigativamente ogni vecchia pietra a gioiellino da difendere strenuamente nella sua teca, anche quando una sua “rifunzionalizzazione” gli gioverebbe di più. E così, come nei nostri musei non ci sono solo capolavori, le nostre città sono piene di “monumenti” intoccabili che, proprio in virtù di questa intoccabilità, giacciono trascurati. Sicché (altra contraddizione), in un far west normativo totalmente – volutamente? – inefficace (quanti “ecomostri” vedete in giro?), vincoli e procedure estenuanti mi impediscono di rifare un soffitto che mi sta crollando in testa solo perché in quella stanza ci ha dormito una notte – e magari non vedeva l’ora di scappar via – Garibaldi.
    In quanto all’articolo 9, opposto per “demolire” le affermazioni di Nannipieri, mi permetto di obiettare che la Repubblica che deve tutelare e VALORIZZARE il paesaggio e il patrimonio artistico siamo noi e non solo il Mibac, le soprintendenze eccetera (del resto il sito linkato fa esplicito riferimento al dovere di una cittadinanza attiva), e che lo stesso articolo parla di “promozione”. Pro-movere. Ma stiamo andando e stiamo fermi? O stiamo andando dalla parte sbagliata?

  • Francesca Ri

    Infatti, Anita, Nannipieri lo fa apposta di polarizzare così grossolanamente la questione tra guelfi e ghibellini. Ciò che sta prendendo in giro non è il ghibellinismo di Italia Nostra, ma il modo con cui oggi si discute in Italia: o spari e grossolanamente polarizzi oppure non sei considerato. Settis in questo è un maestro. Fino a trent’anni fa era un emerito sconosciuto, certo un professore, ma di professore ce ne sono decine di migliaia. E’ diventato Settis proprio perchè sui giornali che fanno opinione (Repubblica e Sole24ore su cui scrive, poi gli altri) lui ha iniziato non a monitorare i giudizi, ma a ridurli “grossolanamente” per farli essere mediaticamente efficaci. Dire su Repubblica che Venezia è in preda ad una moda dei ricchi che hanno un solo compito, ovvero profanarla, non è esattamente lo stesso modo di esprimersi, anche se opposto, di Nannipieri che dice: loro ci vogliono mummificare? Il linguaggio è volutamente e da entrambe le parti grossolano

    • anita

      Una precisazione che, per quanto ritenga superflua rispetto al mio obiettivo di perspicuità (se poi l’ho disatteso, faccio autocritica), ritengo utile a scongiurare un travisamento delle mie parole. Nella mia critica – sine ira et studio – all’impostazione di un passaggio dell’articolo, presupponevo la non intenzionalità da parte dell’autore in merito alle “grossolane semplificazioni” che il suo intervento avrebbe potuto innescare. Ma se lei, Francesca Ri, ha ulteriori argomenti per dare per scontato ciò che io lascio nel dubbio, non posso che leggere con rispetto e attenzione le sue opinioni, lasciandomi la libertà di non farle mie, se non per il tempo di un’ulteriore riflessione.

  • Elisabetta Schiavi

    So di essere patentemente di parte, essendo nell’organizzazione del Centro studi umanistici dell’abbazia di San Savino, ma vi consiglio di leggere di Luca Nannipieri il prossimo pamphlet in uscita a settembre “Contro il patrimonio. Se le opere d’arte valgono più delle persone”. Parla proprio di questi temi, con un taglio filosofico e non polemico.

  • Lettura utile sull’argomento è sicuramente il saggio “La città negata. Identità e modificazione” di Lúcio Rosato, Franco Angeli Edizioni, 2008.

  • Grazia Pi

    Sì, ma anche “L’estetica della città europea” di Marco Romano, edito da Einaudi. Marco Romano, oltre ad essere membro del Consiglio superiore dei beni culturali, è un grande urbanista

  • Grazia Pi

    Dimenticavo: “Etiche del paesaggio” di Massimo Venturi Ferriolo – Editori Riuniti

  • Meridiani

    Per Artribune:
    forse non lo sapete ma Il Giornale e Luca Nannipieri sono stati querelati dalla Provincia di Firenze per un articolo che Luca Nannipieri ha scritto due mesi fa sugli scavi per ritrovare i resti di Monna Lisa, la modella di Leonardo da Vinci. Nessun quotidiano ha scritto mezza riga, quando la Provincia di Firenze ha diffuso il comunicato della querela per diffamazione. Visto di chi è la proprietà del Giornale, non mi stupirei se la cosa finisse nella solita assoluzione degli accusati.
    Però, direttore di Artribune, prima di ospitare personalità che hanno professionalità così compromesse con la giustizia, forse dovremmo e dovreste ragionarci

    • Vivaddio in redazione siamo garantisti: non basta una querela (querela, ovvero non c’è alcun giudizio, né di primo grado né successivo) per estromettere dal giornale l’autore di un articolo. Ma veniamo al presunto reato di cui viene imputato Nannipieri: diffamazione. Che è l'”arma” più spesso usata – non dico in questo caso, non sono a conoscenza della questione in maniera approfondita – per zittire giornalisti e opinionisti.
      Infine: Artribune ospita idee anche diametralmente opposte (esempio: Nannipieri e Montanari) poiché è nel dibattito che si cresce. Se a qualche lettore interessa di più un giornale con i paraocchi e una “linea” inscalfibile, troverà soddisfazione in tante altre pubblicazioni disponibili sul mercato.

      • Ottima risposta MEG, la cosia che fa raccapricciare è rendersi conto che esistono persone che possono scrivere “professionalità cosí compromesse con la giustizia” a proposito di un autore che è stato “querelato” !!! OMG e che cosa si dovrebbe fare e dire a proposito di uno che fosse addirittura condannato con giudizio definitivo per aver sostenuto le proprie opinioni? Torniamo al marchio a fuoco o all’obbligo del segno distintivo giallo sulla giacchetta?

  • Sandro Barbagallo

    Comunque sia, andando oltre le idee e le ideologie, resta il fatto che questo progetto fa letteralmente schifo! Mi chiedo se per “svecchiare” l’Italia sia necessario trasformarla in una Dubai “de noantri”, oppure se siano altre le considerazioni da fare… così come mi piacerebbe capire quale sia l’idea di “tutela” che hanno i tanti Luca Nannipieri che fanno parte di questa redazione…

  • pierluigi albertoni

    già è stata persa l’opportunità di avere una casa di Wright sul Canal grande vogliamo ancora farci del male?

  • mauro matteucci

    Il cavatappi e lo stilista
    Tutti noi sappiamo ed abbiamo usato un vecchio cavatappi piccolo rovinato ma funzionante ereditato dal nonno o trovato in un vecchio cassetto .
    Poi molti di noi hanno comprato un nuovo cavatappi costoso in acciaio inox luccicante con un design avveniristico molto più ingombrante del vecchio ma con una forma curvilinea accattivante magari solo per fare un bel regalo.
    Bene bisognerebbe ora trovare chi , alla fine della storiella, usa ancora il cavatappi di design o chi è tornato al vecchio .
    Per quanto mi riguarda io sono tornato al vecchio .
    Questo per me non significa essere una mummia o non voler accettare le innovazioni , anzi la tecnologia mi incuriosisce e mi affascina.
    Il problema invece sta nel fatto che molta progettualità di architetti e designer ( con l’appoggio interessato delle aziende che li fanno lavorare) è finalizzata a produrre oggetti che io definirei di stilismo piuttosto che di architettura. Questo probabilmente ( ma non solo) per avere prodotti di immagine più vendibili nel breve termine o con una immagine simbolica e comunicativa nell’immediato.
    Il “non solo” sta a significare che per me essere innovativi e creativi (essere anche architetti o designer) significa studiare e comprendere a fondo amandolo il passato e le sue forme concretizzate. Solo in questo modo si può immaginare nuova architettura o progettare un nuovo cavatappi.
    Basti pensare alla puntuale rovina dei centri storici dovuta ai progetti di illuminazione serale avvallata da amministrazioni (che in fondo siamo tutti noi) timorosi della criminalità che può annidarsi nelle zone oscure dimenticandosi della bellezza delle stelle o di una cattedrale al chiaro di luna.
    O ai parchi urbani dove è molto meglio ridurre le aree verdi ed eventualmente qualche albero fastidioso perché perde le foglie a favore di lastricati al sole con panchine in puro cemento a blocchi spigolosi e naturalmente con dei bei lampioni potentissimi a luce fredda per il risparmio energetico.
    La differenza se non è chiara la possiamo vedere dalla durata di un oggetto o architettura progettata da stilisti.
    Ovviamente per motivi economici nel caso di un oggetto abbiamo tempi molto brevi diciamo sei mesi, nel caso di un arredamento diciamo cinque anni e nel caso di una architettura importante cinquanta anni.
    Ma se dopo tali periodi questi oggetti vengono eliminati o ristrutturati modificandoli o riutilizzandoli eliminando parti, stiamo pur certi che non parliamo di design o di architettura , ma di stilismo.
    Pierre Cardin lo sappiamo è uno stilista con il portafoglio per cui non meravigliamoci se ha trovato un architetto – stilista a contratto per lasciare un segno ( non una architettura) pubblicitario ed eventualmente che porti danaro al suo gruppo aziendale ( forse poteva trovare un architetto meno legato alle illusioni degli anni ottanta o ai fumetti ).
    Niente paura essendo costruito fortunatamente in un posto isolato , fra qualche decennio lo si può abbattere con poca spesa.

  • Quoto Anita e Francesca sulla questione della polarizzazione estrema: sembra sia impossibile ragionare concretamente, in modo laico, sulle situazioni specifiche. Speculazione selvaggia vs. mummificazione, aut-aut. Insomma, questo modo di condurre i dibattiti è rivelatore del fatto che i temi del territorio (e della cultura, e del lavoro…) diventino unicamente pretesti per fare un po’ di gazzarra ideologica. I problemi in Italia non si risolvono MAI veramente, li si fa diventare teatro, facendoli passare per quell’enorme macchina scenica barocca che è il nostro discorso pubblico.

    Cercherò di leggere il prossimo pamphlet di Nannipieri, che ha ragioni da vendere. E tuttavia, non si può seriamente sostenere la tesi per cui le soprintendenze di tutt’Italia, Italia Nostra, Settis e un manipolo di storici dell’arte siano tra le cause la “mummificazione” del territorio. Essù. Nell’Italia del dopoguerra si è costruito tanto, anzi troppo e, spesso, male. E’ il pegno che abbiamo pagato ad una crescita rapida e disordinata e fondamentalmente alla grettezza della nostra classe dirigente. Non so se altrove Nannipieri affronti la questione di come i vincoli architettonici e paesaggistici – e il semplice buon senso – possano essere facilmente aggirati, *pagando*. E non sto parlando necessariamente di corruzione ma del peso finanziario di certe operazioni: il motivo per cui un qualunque signor Rossi non può cambiare il colore degli infissi di casa sua mentre il tycoon può costruire terrazze oscene su palazzi vincolati. Il motivo per cui ormai l’urbanistica delle nostre città è un’urbanistica contrattata.

    Tornando a Cardin, ripeto che per me l’idea di costruire a Marghera è geniale e va sostenuta. Vedrei la torre dalle finestre di casa mia, dalle quali ora vedo la distesa di altoforni del petrolchimico. Temo quindi che la tirata di Settis sullo skyline di Venezia non abbia alcun senso. Sulla qualità architettonica si può discutere, non sono un esperto e il Palais Lumière mi piace. Mi piace perché ha qualcosa di naive, di “retrofuturista” che lo allontana da qualunque tendenza attuale dell’architettura contemporanea (anni luce dal decostruttivismo, di certo). Mi ricorda Moebius, per dire.
    Il problema è che Cardin lo ha fatto progettare a suo nipote e non a qualche archistar intoccabile. La corporazione degli architetti di questo Paese si è naturalmente già espressa, quasi all’unanimità, giudicando quello del Palais un “non-progetto”. Rosicano, è comprensibile. Segnalo in particolare l’opposizione del loro decano, Gregotti. Vittorio Gregotti, quello dello Zen 2. Quello che “io non ci abiterei, faccio l’architetto, mica il proletario”…

  • Meridiani

    Ecco, qui nel link, l’accusa di diffamazione che la Provincia di Firenze ha inoltrato al direttore del Giornale Alessandro Sallusti e all’autore dell’articolo incriminato – ovvero Luca Nannipieri, uscito in prima pagina. Di seguito l’articolo di Nannipieri e la querela per falso della Provincia di Firenze, mai pubblicata da nessuno.

    http://origin-ilgwcms-dev.ilgiornale.it/news/interni/giunta-rossa-firenze-sperpera-140mila-euro-ossa-monna-lisa.html-2

    http://met.provincia.fi.it/news.aspx?n=121988

    • Ribadisco quanto detto nel primo commento. E leggendo le carte che Meridiani ha gentilmente segnalato, non posso che immaginare l’esito del processo. Con un secondo sperpero di denaro pubblico. Anziché amministrare come Dio comanda, si perde tempo a chiamare in causa, ingolfando ulteriormente i tribunali. Fra l’altro, sulla questione penosa di quegli scavi si sono spesi non solo Nannipieri, ma decine di allibiti giornalisti, cittadini, intellettuali ecc. Povera Italia…

    • Angelov

      Il Giornale, come del resto Libero, sono due Bubboni che solo una città così culturalmente sbadata e distratta come Milano, può permettersi.
      Ogni articolo è solo un pretesto per far nascere un conflitto politico.
      La Giunta è di sinistra, ergo tutto il suo operato va criticato ad oltranza.
      “perché dove non ci sono guadagni e profitti, non c’è attività umana”: ed infatti la fine del capitalismo rischia di innescare l’estinzione dell’umanità sulla faccia della terra.
      L’accostamento del progetto avveniristico di Cardin+l’immagine di Giotto+la Sagrada Famiglia, danno all’articolo un taglio visivo surreale.
      Anche in questo caso il progetto si è spinto fino a questo punto, solo per la presenza di un Finanziatore: figura ormai troppo cardinale, in un contesto culturale che sembra aver perso la bussola.

  • Maria Stefanini

    Federico Gnech, scrivi: Speculazione selvaggia vs. mummificazione, aut-aut. Insomma, questo modo di condurre i dibattiti è rivelatore del fatto che i temi del territorio (e della cultura, e del lavoro…) diventino unicamente pretesti per fare un po’ di gazzarra ideologica.
    Vero, tanto vero. E chi ci guadagna sono solo i nomi che da una parte o dall’altra delle barricate si contendono gli articoli e la visibilità sul nazionale

  • Ma secondo voi, c’è bisogno davvero di 250 m in altezza per riqualificare un’area? Muah!

  • Sandra Morelli

    No, infatti non c’è bisogno di ricorrere all’ennesimo esempio di grattacielo per riqualificare un’area, ma l’intervento di Nannipieri mi sembra sia interessante perché ignora il disegno voluto da Pierre Cardin mettendo in luce che ogni cosa proposta avrebbe fatto fare urla di indignazione ai soliti ideologici del Niente Toccare

  • Valerio Terrosi

    Caro Meridiani,
    ho letto i link dove si parla della querela a Nannipieri e al Giornale. Se un ente pubblico querela uno studioso perché critica il mal uso di soldi pubblici, siamo veramente al ridicolo. Dunque, fammi capre, finché uno dice genericamente che ci sono sprechi, gli facciamogli applausi perché tanto non colpisce nessuno. Se uno dice dove e quanti sono gli sprechi, lo si denuncia per diffamazione. Bella situazione

  • Sandra Morelli

    Non conosco la querela di cui si parla, però è vero ciò che dice Valerio: se una persona afferma che nei beni culturali ci sono evidentissime lacune, viene ascoltato. Se uno dice dove sono le lacune, gli sprechi, i soldi buttati viene colpito da cause legali. Anche a Tomaso Montanari è successo lo stesso che a Nannipieri per la faccenda del Cristo di Michelangelo o della residenza di Carandini pagata nel restauro con soldi pubblici e mai, a detta di Montanari, aperta al pubblico. Sia nel caso di Montanari che di Nannipieri, uno afferma e viene querelato. Sgarbi ormai non lo querelano più perchè, si sa, fa parte del personaggio.

  • Guagni Magda

    Per correttezza verso le migliaia di associati che annualmente versano una quota ad ITALIA NOSTRA, ci tengo a sottolineare (essendo io un socio) qual è l’unico obiettivo che abbiamo, guardando al solo interesse del paesaggio e del patrimonio storico-artistico: <> (Statuto Italia Nostra)

    Questo significa – e viprego di credermi – che non c’è alcun interesse mummificatorio, ma solo lo scopo appunto di rendere l’Italia un luogopiù decoroso per i propri nipoti.

  • Guagni Magda

    Scusate, manca la citazione. Statuto di Italia Nostra:
    Suscitare il più vivo interesse e promuovere azioni per la tutela, la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali, dell’ambiente, del paesaggio urbano, rurale e naturale, dei monumenti, dei centri storici e della qualità della vita; stimolare l’applicazione delle leggi di tutela e promuovere l’intervento dei poteri pubblici allo scopo di evitare le manomissioni del patrimonio storico, artistico ed ambientale del Paese e di assicurarne il corretto uso e l’adeguata fruizione; stimolare l’adeguamento della legislazione vigente al principio fondamentale dell’art.9 della Costituzione, alle convenzioni internazionali in materia di tutela dei patrimoni naturali e storico-artistici ed in particolare alle direttive della Unione Europea;

    • @ Magda Guagni
      Ovviamente dare addosso ad Italia Nostra ritenendola tra i responsabili ideali del declino del Paese è semplicemente ridicolo. Personalmente, ho sempre sostenuto le battaglie dell’associazione. Relativamente a Venezia, Italia Nostra ha ragione su quasi tutto (sulla questione delle grandi navi, sulla sublagunare, sul PAT, etc.). Credo però che sul grattacielo di Pierre Cardin si sbagli.
      Ho trascurato di aggiungere, dandolo per scontato, che un’operazione come questa meriterebbe ben altri amministratori a seguirla e a riceverne le ricadute positive. Purtroppo abbiamo i sindaci che ci meritiamo.

  • Grazia Pi

    Federico Gnech dice che Italia Nostra ha ragione su quasi tutto su Venezia, mentre Nannipieri scrive che la mummifica. A sostegno di quest’ultimo valga l’appello di Italia Nostra per regolarizzare l’afflusso turistico in laguna, decidendo un numero chiuso per i turisti, oltre il quale – così dicono – vi è eccessiva saturazione. Saturazione di cosa? E il numero è deciso da chi? E con quali criteri? Chi lo decide? Il ministero dei Beni culturali? La prefettura? O gli amministratori veneziani tanto criticati da Gnech e amati da me (pensando a Massimo Cacciari)?

    • @Grazia Pi

      Nel caso tu viva a Venezia non credo di doverti alcuna riposta. E’ evidente che difendiamo interessi diversi (qualunque siano i tuoi). Se parli da osservatrice non residente, credo che con un po’ di sforzo potresti vincere le superficiali prurigini provocate in te dal fascinoso “sindaco-filosofo” ed informarti meglio.
      A proposito della “saturazione”, credo in effetti che l’idea del numero chiuso sia difficilmente praticabile. La rivolta degli improvvisati albergatori che in questi anni hanno trasformato in B&B la casa di famiglia – grazie alla pioggia di licenze concesse in vent’anni di centrosinistra – prenderebbe caratteristiche violentissime, cose che nemmeno nei sogni bagnati dei secessionisti padani…

      F.

      • Cristiana Curti

        Concordo con quanto sino ad ora scritto da Gnech (sui distinguo da mantenere in merito all’articolo di Nannipieri, con cui pure si può concordare intorno all’ingiusto attacco a questa iniziativa), anche in qualità di residente veneziana.
        Aggiungo inoltre che – purtroppo e malgrado il mio apprezzamento, almeno durante il primo mandato (ormai lontano nel tempo), per Cacciari – il sindaco-filosofo è stato il primo, a mia memoria, a inaugurare la politica trottante delle concessioni a privati troppo poco meditate sul lungo termine in cambio di denari sonanti. Ciò ha portato ad alcune operazioni che potevano essere evitate, come la “quasi-donazione” di Punta della Dogana, e area circostante, quasi fosse un’estensione della proprietà, a Pinault (che già aveva avuto Palazzo Grassi e che ora non sa come far quadrare il bilancio di un museo diffuso complesso da gestire e con pochi visitatori), mentre doveva essere consegnata a chi da anni ne aveva progettato una più ponderata riqualificazione, ovvero la Fondazione Guggenheim, che avrebbe portato in laguna un incommensurabile legato di internazionalità (assai più di Pinault) con spazi incrementati e mostre dai diversi centri e istituti mondiali con cui è in contatto.
        In questo caso, tuttavia, bisogna davvero essere “locali” per capire che quasi qualsiasi riqualificazione architettonica del polo di Marghera (che potrebbe essere oggetto di interessanti ristrutturazioni mantenendo in alcune aree la propria caratteristica di area industriale) è ben accetto. In primo luogo perché ridarebbe vita a un’area ora quasi del tutto abbandonata, indi perché imporrebbe alcune modifiche “per intervenuta convivenza” ad alcune industrie ancora lì operanti (il che andrebbe a favore anche degli abitanti di Marghera città, che esiste, eccome se esiste).
        Il fatto che il “cavatappone” non sia granché (per quanto l’accenno di Gnech a Moebius mi ha aperto mondi ed è effettivamente accattivante) non dovrebbe scoraggiare. E’ possibile che opportune modifiche, che comunque sarebbero godute dai residenti in loco oltre che dai visitatori, perché è vero che nulla o quasi si vedrebbe da Venezia centro storico, siano prese in considerazione. Ma anche ciò non avvenisse, è bello notare come l’interesse sull’area (che certamente gode della fortunata logistica che la rende contigua alla più bella città del mondo) stimoli soluzioni che badino esclusivamente alla vivibilità da recuperare.
        Si spera solo che non accada come al “ponte di Calatrava”, che alla fine della sua travagliatissima vicenda, e aldilà di qualsiasi opinione sul gradimento o meno sia del ponte sia dell’opportunità di costruirlo, è stato letteralmente sventrato da un’idiota “funicolare” che ne compromette il disegno della campata in base a un’ipocrita politica a favore di portatori di handicap, i quali, alla base opposta del ponte, verso la stazione, ritrovano – in tutta la sua difficoltà – un’urbanistica cittadina effettivamente quasi impossibile da affrontare per chi non ha purtroppo la facoltà delle gambe.
        Circa il giusto accenno a Gregotti che – come è comprensibile, considerato il suo tocco radicalmente opposto a quello di questo rendering – disprezza una simile architettura, ricordo che non solo ammorbò Palermo con lo Zen, ma anche l’area milanese della Bicocca (con annessa piazzona dei terrori) non se la passa tanto bene. E doveva diventare un polo decentrato ma fattivo della cultura milanese (che se ne sta, invece, bene alla larga).

  • Riccardi (non il ministro)

    Volete leggere un libro definitivo che parla delle questioni di mummificazione toccata da Nannipieri ma in chiave non italiana ma occidentale? Ve lo consiglio: Henri-Pierre Jeudy “Fare memoria. Perché conserviamo il nostro patrimonio culturale” (Giunti editore). Ogni tanto anche la Giunti fa qualche libro decente oltre ai cataloghi delle mostre pagati ossequiosamente dagli sponsor

  • Stefano G

    Sapete dirmi da quale saggio è presa la citazione di Mariella Zoppi a cui si fa riferimento nell’articolo?

  • @Sandra si può essere o non essere d’accordo, ovviamente, a livello di idee, tutto e lecito, ma nella pratica, parliando di questo caso, ci troviamo o non ci troviamo dinanzi ad una situazione impattante? Questo è pragmatismo, ragionare sul problema, si fa spesso sui testi letterari e intorno alle problematiche che un’opera d’arte può sollevare. No, perché poi si passa sempre per gli ideologisti o idealisti dell’ultimo manipolo di convertiti ad un falso verbo. Poi che significa che Cardin si permette di dire che il progetto non si cambia altrimenti me ne vado in Cina? Torniamo sempre ai ricatti! La logica è questa: tu vieni a costruire e creare posti di lavoro, muovere capitali ecc…, ma se lo fai lì, in quel posto, avrai anche i tuoi tornaconto grazie alla bellezza e all’unicità di quel luogo; non dovresti anche minimamente rispettarlo e rispettare le sue norme? A parte sprofondare nei meandri di discussioni lunghe e contorte, dico solo che è sbagliata la logica, è sbagliato il ricatto, e analizzando il problema con pragmatismo non mi sembra ci sia realmente la necssità di costruire un grattacielo per riqualificare, è questo il problema principale, lasciamo stare i partiti. Ci sono decine di motivazioni a riguardo, ma ovviamente in termine di impatto mediatico -e non solo- il grattacielo vuole lasciare la sua impronta in tutto e per tutto. Non siamo ai tempi di Cheope. Questa è la mia modesta opinione e spero che per il bene d’Italia che ci sia una maggioranza a pensarla così. Saluti

  • Sandra Morelli

    Michele, la bellezza e l’unicità di quel luogo? Stiamo parlando di Malghera, non di Rialto. Stiamo parlando di un luogo che dista chilometri da Venezia, un luogo attorniato da ciminiere, con lo spettro di inquinanti chimici di cui i giornali hanno parlato a lungo…. Un grattacielo, con hall, piscine, e altro, non è nient’altro che un modo per provare, con tutti i limiti che ha un’operazione estetica di questo genere, a cambiare i connotati psicologici che oggi abbiamo su Malghera. Oggi dici Malghera, e intendi malattia.

  • @Michele Porcelluzzi

    Come ti ricordava Sandra Morelli, non stiamo parlando della città storica, ma di Marghera, o meglio, di ‘Porto Marghera’, una città-fabbrica in progressiva (e dolorosa) dismissione. La torre disterebbe circa 9 Km in linea d’aria da piazzale Roma (una relazione tecnica è scaricabile qui: http://www.palaislumiere.eu/) e non sarebbe visibile dalla maggior parte dei luoghi importanti del centro.
    I dubbi che sollevi sono più che sensati. Sul perché occorra costruire un grattacielo dovresti forse interpellare Cardin. Ma al di là dell’ego dell’ideatore, ho il sospetto che un’area disastrata come quella in oggetto possa cambiare volto soltanto in questo modo, con un segno estremo, verticale. Le ragioni estetiche in qualche modo sono legate a quelle economiche.
    Mi permetto una piccola digressione: per più di vent’anni, a partire dall’inizio del declino industriale, si sono succedute le ipotesi (e le promesse) più diverse: sinistra industrialista e sindacati hanno lottato per tenere aperte o riaprire le fabbriche, verdi e centri sociali per chiuderle e puntare alle bonifiche. Fino all’anno scorso i “neopatrizi” della città (chi siede in Comune) promettevano un futuro fatto verde, nanotecnologie e un nuovissimo waterfront sullo stile di tante esperienze in Nord Europa e altrove. Le idee insomma non sono mai mancate, quello che è mancato è l’onestà intellettuale degli amministratori pubblici, troppo impegnati nella svendita della città storica alla monocultura del turismo. Ma soprattutto, sono mancati gli investitori. Perché nessuno vuole puntare il proprio denaro in un posto che richiederebbe l’intero bilancio di una città media, per almeno un decennio, per la sola bonifica (ipotesi ‘green’), e che non tornerebbe mai ad essere competitivo in caso di un improbabile rilancio dell’industria pesante (ipotesi ‘novecento’). Ma l’anno scorso il pregiatissimo assessore Micelli ha ammesso che il Comune ha cambiato idea: Marghera resta così com’è, è fatta per le ‘lavorazioni sporche’. Qualcosa ci inventeremo. In altre aree, più limitate, il problema della bonifica è stato risolto con i parchi. (Osserva su Google Earth quella grossa propaggine verde ai bordi della laguna, a destra del ponte della Libertà, guardando verso la terraferma. E’ il Parco S.Giuliano. 700 ettari di area inquinata ricoperti di terra e alberi stenterelli). Ma anche i parchi hanno un costo e, oltre ai parchi, servono luoghi dove fare reddito.
    Questa è la situazione, alquanto deprimente, fino al coup de théâtre di Pietro Cardin: lui i soldi li vuole buttare a Marghera. Vuole il suo giocattolone. E’ possibile che il giocattolone – inteso come robusta iniezione di capitali – possa diventare un’opportunità? E’ una sfida da molti punti di vista. C’è qualcuno in grado di raccoglierla, mettendo i necessari paletti e facendo da controllore? Dobbiamo sperare di sì.

  • Pingback: Pierre Cardin e la sua città verticale. Parliamone. « flâneurotic()

  • Francesca Riccomini

    non lo troverete mai in libreria il libro da cui è tratta la citazione della studiosa Mariella Zoppi, che Nannipieri ha commentato nel suo intervento: è un saggio “Etica, mito e realtà del paesaggio italiano”, contenuto nei quaderni della Fondazione Rosselli diretta dal marito l’on. Valdo Spini

  • Stefano G

    Grazie Francesca ma sai dirmi anche in quale quaderno è contenuto? Qualcuno ha un riferimento diretto di Luca Nannipieri?

  • Francesca Riccomini

    Sì, scusami, Stefano, il quaderno si intitola “Paesaggio tra conservazione e trasformazione: una questione nazionale” (Quaderno 1-2 /2011)

    Quanto ad un contatto diretto di Nannipieri non ce l’ho. Magari senti gli altri.

  • @ Sandra rettifico, unicità del luogo non mi riferivo a Marghera in quanto tale, ma alla posizione privilegiata in rapporto ad un contesto, si affaccia o non si affaccia sulla laguna?

  • DSK

    Il problema è quale modello di sviluppo scegliere. Non è assolutamente vero che qui nel Veneziano c’è una realtà ferma e mummificata. Di operazioni simili ne abbiamo viste parecchie e se ne parla in continuazione: Mose, M9 a Mestre, Insula, Sublagunare, Ponte Calatrava, i “progetti” per il Lido, tante nuove Fondazioni (Vedova, Punta della Dogana, Prada…) ecc… Perché tanti veneziani sono diventati scettici dinnanzi a tali proposte? Perché ci siamo accorti che di fatto molte di queste realtà si tramutano in castelli blindati preda di una nomenclatura e di lobby figlie della politica, del potere economico o universitario tutte intrecciate tra loro, che si pongono in netta opposizione a ciò che la società civile e le categorie esprimono. Contesti nei quali chiunque rappresenta autonomia rispetto ai poteri forti viene visto con sospetto, isolato, censurato. La tipologia di figure che piacciono in questi luoghi sono intellettuali che utilizzano istituzioni pubbliche d’arte per gli incontri promossi da una lista politica (fatto che ha riportato indietro l’orologio a tristi periodi in cui la politica voleva affermare la propria supremazia su ogni altra attività umana), oppure personalismi esasperanti come è accaduto per trent’anni ai Musei Civici, chi frammenta i servizi abbassando la qualità con evidenti intenti (caso VELA-ACTV). La nomenclatura e le “istituzioni-stato” crescono fino quasi a superare gli spazi di una società civile abbandonata nelle spire di un mercato selvaggio e deregolamentato che in tal modo penalizza chi crea sviluppo. Venezia è un luogo oggetto di speculazioni di tutti i generi. Gli episodi di corruzione al Comune di Venezia in un settore delicato come Edilizia Privata lo dimostrano. Manca un’idea di sviluppo e di tutela delle specificità produttive e di immagine, e il risultato sono le strade di boutique, negozi tutti uguali, le difficoltà dell’artigianato, di chi innova, e soprattutto la fuga dei talenti e dei cervelli, vera emergenza. Non hanno la cultura dell’alterità. Chi cerca di creare un dibattito assolutamente necessario (come anch’io ho tentato nel mio settore, senza nascondermi dietro pseudonimi) riceve reazioni spropositate che vanno dall’insulto all’emarginazione, mentre i leccapiedi vengono strapremiati. Se osi criticare uno dei “baroni” te li trovi tutti contro, a prescindere dallo schieramento politico. Se ne parlava qualche mese fa alla Scoletta dei Calegheri alla presentazione del volume “Lo scandalo del Lido” (Corte del Fontego Editore): per attivare una protesta propositiva ci vuole tanto tempo e impegno che non viene ripagato in alcun modo, anzi direi il contrario. Lo ripeto, fondamentale rimane il riuscire a mettere a fuoco di quale crescita parliamo: la “nostra” o la “loro”?
    Intanto, ho visto camminare persone di notte con la pila per non spaccarsi la testa nei buchi che trovi ovunque sui ponti. Credimi, non ci vogliono milioni di euro per tappare qualche buco.

  • Elda

    A Venezia ci sono interessantissimi edifici di architettura contemporanea. Non sono tutti molto noti (a parte forse il ponte di Calatrava) forse perché dimostrano la considerazione, da parte di chi li ha progettati, del il contesto in cui si trovano. Ritengo che il problema riguardi – almeno per chi, come me, non è un sostenitore della museificazione di Venezia- la qualità dell’intervento proposto. Il progetto di Cardin ha delle reminiscenza della “space age” a cui si ispirava la sua moda negli anni Sessanta. Sembra un edificio prelevato da un cartone animato dei Jetstons di Hanna e Barbera. Il progetto, che sembra voler ricalcare il segno forte dei musei o di grandi centri di richiamo pubblico progettati dalle archistar, non tiene assolutamente in considerazione la qualità e la storia del luogo in cui è inserito ma pare essere piuttosto la monumentalizzazione ( e qui la verticalità diventa essenziale) di un “ego creativo”. Marghera ha un potenzale straordinario per la riqualificazione del territorio e per nuovi progetti. Ma, per favore, facciamo lavorare di più gli architetti.

  • GDM

    Lasciamo perdere da subito le teorie della “polarizazione eccessiva” dell’idea che ci sia sempre e comunque qualcuno contro qualcun’altro del “si dovrebbe parlare”. Queste sono scemenze in salsa vetero democristiana per cazzeggiatori di professione. Guardiamo alle cose. Pietro Cardin (da leggersi come è scritto) è un anziano signore di origine italiana, classe 1922. A Venezia è di casa (suo un famoso palazzo veneziano). Il signore ha 90 anni, gode ottima salute e gliene auguriamo altrettanti. A 90 anni cosa si desidera? Se si è ricchi un mausoleo. Ed è una vecchia tendenza quella di affidare ad opere mastodontiche la speranza di essere ricordati ben dopo la dipartita. Il mausoleo per definizione deve essere grande. E qui si sta parlando di una torre di 250 metri se non ho capito male. Con una altezza del genere il manufatto si vedrebbe bene non solo dalla laguna ma per chilometri di distanza. Nelle giornate limpidissime, dal Grappa si vede Venezia, e persino dalle montagne si vedrebbe questo colossale monumento commemorativo. Chiaramente non si può costruire un mausoleo che non abbia una funzione moderna. Quindi giù ristoranti, sale da conferenze (una fissa di Cardin), e un chi-più-ne-ha-ne-metta. Se la cosa poi batte qualche record da Guinnes dei primati tutti son contenti (che ne so il più grande gabinetto a 200 metri d’altezza). Il fatto che sia in laguna, in zona depressa e rovinata dai passati fasti industriali sembra alleviare le anime belle: insomma sta a Marghera mica di fronte a al campanile di San Marco. Indirizzare il dibattito tra finti modernisti e finti passatisti è una comoda scorciatoia per far del sano cazzeggio telematico. In realtà non c’è alcuna contrapposizione. C’è un vecchio che vuole diventare immortale con il cemento armato e la solita cricca politica che si lecca i baffi pensando alla valangata di quattrini che la costruzione del mausoleo sottintende obbligatoriamente. Il resto è fuffa. Soltanto un imbecille può sostenere che una torre di 250 metri edificata al bordo della laguna è sintomo di modernità. C’è una città, Mestre, che negli ultimi venti anni ha fatto uno sforzo di riqualificazione che è stata una goccia nel mare. C’è molto da fare certamente ma qualcosa si è cominciato a pensare in termini di città. Io mi aspetterei che, invece di far partire il dibattito “torre sì, torre no” con riflessi pavloviani, si spiegasse a Pietro Cardin che ci sono molti modi per acquistare il ricordo dei posteri. Mi aspetterei che gli si proponessero alternative utili alla città. Alternative che sarebbero molto più moderne dell’idea vecchia di 2300 anni secondo cui per passare alla storia bisogna costruire qualcosa di veramente grande e grosso. Perciò dire “no” a questa idea demenziale frutto dell’avanzare dell’età del munifico ideatore non è contrapposizione tra moderni e conservatori. Tra il truce Settis e i vandali. Dire no significa negare che ancora si possa pensare alla città come luogo per piazzare cose inutili che poi andranno gestite. Perché è impensabile che una torre di 250 metri sbattuta ai bordi della laguna possa rimanere lì come il Colosso di Rodi. Occorrerà integrarla con il tessuto cittadino. E questo tessuto cittadino come lo vivrà? Come vive tutte le cose che stanno intorno alle città: centri commerciali, Ikea, cinema multisala. Crediamo veramente che una cosa del genere verrebbe fruita in modo differente da una ikea verticalizzata? Insomma abbiamo tra le mani una idea vecchissima che di moderno non ha nulla sul piano culturale, per la quale occorrerebbe uno sforzo gigantesco di integrazione con la città circostante. Forse sarebbe più moderno buttare giù le totti della CITA e regalare agli abitanti case in un’area totalmente riqualificata. Per essere ricordati per molto tempo tra Mestre e Marghera di cose se ne possono fare molte. Il problema è che non c’è una vera testa moderna che vada dal signor Cardin e gli dica: “questa cosa non funziona, ci sono altre cose da fare, molto più moderne”

    • Massimiliano Tonelli

      Ci stai dicendo che costruire in verticale è qualcosa di vecchio? O ci stai dicendo che le costruzioni in verticale non possono essere fruite e sono gestibili, tutt’al più, se rimangono inutilizzate come un Colosso di Rodi? O ci stai dicendo che si può costruire in verticale se e solo se la costruzione non è frutto dell’idea di un singolo individuo in là con gli anni?

      Le motivazioni per costruire in verticale possono essere molteplici: per non consumare suolo in orizzontale, perché il suolo in orizzontale proprio manca, per generare landmark architettonici, perché si è egocentrici, perché si pensa che così si possano fare più denari fittando o vendendo uffici o case. Embé? Dove sta il problema?

      La torre si vedrà dal Grappa? E allora? Nel suo piccolo (troppo piccolo) l’Italia è arrivata con quei cento annetti di ritardo a capire la necessità e l’opportunità di costruire in verticale come si fa in tutte le città più evolute del mondo nessuna esclusa. Anche i nuovi grattacieli di Milano (nel centro di Milano!) si vedono dal Resegone e per grazia di Dio superano la Madonnina; anche i nuovi grattacieli di Torino (nel centro di Torino) si vedono dal Monviso e supereranno se Dio vorrà la Mole di Antonelli. Solo Roma (se Torino e Milano sono 100 anni indietro rispetto al mondo civilizzato, Roma totalizza almeno 150 primavere di ritardo) pur essendo in fase di ultimazione un paio di orribili torri, non c’è stato il coraggio di superare i famigerati 133 metri del Cupolone. E comunque le due torri -orribili- si vedranno dal Pincio e pure dal Gianicolo.

      Insomma forse il problema è semplicemente Venezia. Una città dove comunque bisogna fare qualcosa. Anche di sbagliato, anche di brutto. Ma qualcosa. E subito.

      • GDM

        No. Non sto parteggiando né per le costruzioni in verticale né per quelle in orizzontale, né per le villette a schiera né per i casermoni. Il problema non sta nella verticalità o in qualsiasi altra cosa riguardi la struttura.
        Il problema è che l’idea di costruire un’opera monumentale (comunque sia fatta) non può provenire ex nihilo da un signore novantenne che desidera guadagnarsi un pezzo di immortalità attraverso abbondante uso di cemento. L’idea vecchia è pensare di essere il nuovo Mausolo e piazzare qualcosa lì a prescindere da qualsiasi altra considerazione. Ce lo piazziamo e poi troviamo la retorica giusta per dire che serviva proprio quella cosa e non un’altra.
        Non è neppure un problema di bello o di brutto. Sto facendo riferimento ad un criterio funzionale. Nell’area di Mestre-Marghera-Venezia esiste una lunga lista di problemi che aspettano delle soluzioni. Questo progetto fornisce una risposta? Chiunque conosce l’area sa benissimo che gli uffici costruiti al Tronchetto sono da anni sfitti e invenduti. Nell’area c’è bisogno di uffici? Negli ultimi 15 anni tra il Vega, il Centauro e chi più ne ha ne metta sono stati costruiti uffici per soddisfare una crescita da Silicon Valley. Peccato però che siano uffici vuoti.
        Il problema che sottolineavo è un altro: costruite anche quello che volete se quello che costruite risolve almeno uno dei problemi della città diffusa tra Venezia e Mestre.
        Non è che bisogna far qualcosa a Venezia con uno slancio marinettiano. Bisogna far qualcosa che risolva dei problemi esistenti. Se una torre di 250 metri svolge solo la funzione di “landmark architettonico” e non fornisce contemporaneamente una risposta ad altre questioni aperte da anni non è una buona idea e non s’ha da fare. Se, al contrario, è sia landmark che risposta efficace la si faccia anche di 300 metri. Ma è evidente che così come è stata posta è soltanto un esempio di come le cose vengono fatte in modo casuale e con motivazioni che non tengono conto di quel che servirebbe.
        Poco tempo fa si volevano costruire a ridosso del centro storico di Bassano del Grappa tre torri di 65 metri progettate da Portoghesi. Il progetto è stato annullato e si costruiranno 7 palazzoni da 30 metri con parità di cubature. Cosa è meglio? A mio parere andavano bene anche le tre torri di Portoghesi. Il problema è che non basta dire “costruire in verticale è bello e lo fanno dappertutto” perché se cinquanta miliardi di mosche mangiano merda la merda rimane tale e non diventa profiterol. La questione è dimostrare che il progetto di costruzione verticale contribuisce a fornire soluzioni e non cade dall’alto gisutificandosi solo con la frenesia progettuale di qualche guru dell’architettura.

        • Massimiliano Tonelli

          Alla fine il tuo discorso li va a parare: vuoi farci credere che lo sviluppo globale, di tutto l’occidente, sia stato uno sviluppo sbagliato. Da Londra a New York, da Tokio a Mosca, da Parigi a Madrid a Francoforte. Hanno sbagliato tutti. Tutti mangiano merda: meglio non imitarli, visto che noi semo li mejo… Che ti debbo dire!?

          • GDM

            Per me o non leggi quello che ho scritto oppure hai un tuo furore ideologico che ti impedisce di capire il concetto espresso. L’argomento del “è stato fatto ovunque quindi è giusto” è un sillogismo sia che si applichi alla architettura verticale sia a qualsiasi altra cosa. Ciò premesso ho scritto chiaramente che se una torre di 200, 250 o 300 metri è in grado di dare risposte a dei problemi dell’area metropolitana di Mestre-Marghera, non ho nulla da obiettare. Se è solo il sogno di eternità di un vecchio potenziato dalle fregole di un archiguru e non da alcuna risposta ai problemi non s’ha da fare. Allo stesso modo se il progetto avesse uno sviluppo orizzontale a parità di cubature, e non funzionasse come soluzione l’avverserei negli stessi termini. Spero sia più chiaro ora.

  • Massimiliano Tonelli

    La tua premessa l’ho capita e la condivido: una infrastruttura o una costruzione va fatta se c’è una utilità e se c’è un pensiero. Come non si può essere d’accordo? Lapalisse.
    Sono meno d’accordo nel ritenere che tutto il mondo è fatto di pecoroni e che, sebbene tutti i sistemi urbani si siano sviluppati in un certo modo, noi si possa pensare di poter, a cuor leggero, fare allegramente eccezione.

    • GDM

      “Sono meno d’accordo nel ritenere che tutto il mondo è fatto di pecoroni e che, sebbene tutti i sistemi urbani si siano sviluppati in un certo modo, noi si possa pensare di poter, a cuor leggero, fare allegramente eccezione”

      Il problema è che io non ho detto questo per il semplice fatto che non lo penso. Ho solo detto che l’argomento “tutti fanno in questo modo, quindi questo modo è giusto” non è un argomento valido ma un ben noto sillogismo. Ciò che fa la maggioranza non è automaticamente una garanzia e questo vale per l’aechitettura come per ogni altra cosa della vita.

      Quanto a Jacques de La Palice meglio essere lapalissiani e chiarire le cose che lasciare lì non dette, Perché nel caso specifico la torre di Pietro Cardin non ha né un pensiero né una utilità funzionale alla città e in grado di risolvere un problema tra i tanti che ha.

  • DSK

    GDM condivido pienamente le tue osservazioni. Sono idee vecchie travestite di modernismo; non c’è dietro un’idea di sviluppo meditata, adattata ad un contesto particolare, pensata per creare uno sviluppo diffuso (oltre che dell’elite)

    • Cristiana Curti

      Io non credo che sia compito di un singolo privato provvedere a risolvere i problemi strutturali di un’area urbana come Venezia/Mestre/Marghera, problemi che, per alcuni versi, rimarranno irrisolvibili, perché Venezia non potrà essere mai messa in relazione ad alcun’altra realtà cittadina, se non imponendo sulla carta un comune che di fatto non esiste. E il potere reale del pro-sindaco la dice tutta in proposito.
      Mestre conta circa 90.000 abitanti con Carpenedo e Marghera quasi altri 30.000, mentre Venezia, che si sta velocemente spopolando, supera di non molto i 50.000, di cui moltissimi non “veri” residenti, nel senso che sono ex-cittadini (rimasti residenti) che vivono saltuariamente in Città. I problemi degli abitanti di terraferma sono difficilmente assimilabili con quelli dell’Isola.
      La realtà economica, sociale e produttiva di Mestre-Marghera è completamente opposta a quella di Venezia, con cui spesso è in conflitto (salvo essere in parte satellite dell’indotto turistico-alberghiero).
      Marghera attende invece una nuova identità culturale dal momento in cui la struttura per cui nacque e si formò il centro urbano afferente (il polo chimico, che assorbiva con successo anche tutti i laureati e i progetti dell’accreditatissima facoltà di chimica di Ca’ Foscari) ha chiuso i battenti.
      Pretendere che un privato faccia proprie questioni che devono essere di pertinenza delle forze politiche ed economiche locali è non solo ingiusto ma anche assurdo.
      Valutare le virtù (o i difetti) di un progetto architettonico di questa portata è senz’altro opportuno (doveroso), ma cassarlo perché si ritiene essere simbolo di un potere economico contro il quale bisogna combattere perché si esplicherebbe attraverso un “monumento” (come se anche il potere politico non facesse lo stesso: il cemento inutile è assai più nelle autostrade incomplete, nella cementificazione massiva concessa dalle autorità politiche dei nostri litorali e negli ospedali abbandonati e non finiti che nei rari palazzi/grattacieli privati italiani, con l’eccezione, direi, di Milano) è ancor più reazionario di quanto non si vorrebbe far credere.
      Inoltre questo progetto in particolare non si avvale affatto di archistar (o archiguru), è “roba fatta in casa” con i pregi e le contraddizioni che questo può comportare. Il solo fatto che sia stato contestato dal gotha degli architettoni di casa nostra me lo fa sembrare più “simpatico” (ma è valutazione del tutto personale). Per me rimane comunque un’idea da accogliere e da valutare con estrema attenzione (ammesso che esista un politico o un gruppo politico in grado di valutare con estrema attenzione la questione), perché la singolarità della proposta (grattacielo con spazi pubblici annessi in un luogo ora semideserto e privo di identità) potrebbe richiamare altre opportunità di riconversione, riedificazione, rielaborazione dell’ex polo chimico, visto che Vega e Co. non sono riusciti a riempire neppure lontanamente il buco creato dall’abbandono delle industrie pesanti.
      I cosiddetti sogni di eternità di chiunque, in ogni caso, possono essere avversati solo dai profeti del “benaltrismo” (come disse un tempo un caro amico), ovvero da chi vede sempre altro da fare rispetto a qualsiasi proposta (soprattutto se privata), che magari non ha alcuna intenzione di intervenire nel merito di questioni che altri a questo preposti (cittadini compresi con il potere del voto) dovrebbero invece risolvere.
      Tutto ciò con buona pace del contenuto complessivo dell’articolo di Nannipieri che non riesco a condividere nell’assunto di partenza (incapacità di evolvere il nostro patrimonio architettonico in virtù di un immobilismo ontologico – e comodo – della cosiddetta “intellighentsia” italica).

  • DSK

    Cristiana – vedi con pessimismo eccessivo quelle questioni da te ritenute problemi irrisolvibili. Definirei Venezia (+ Murano) un branding planetario.
    Il problema, semmai, nasce quando vi sono accademici alfieri di idee rozze che somigliano a slogan da campagna elettorale, laddove vediamo, ad esempio (tanto per uscire dalle argomentazioni generiche), un intellettuale vicinissimo alla politica – Riccardo Caldura – bollarla allegramente “città dei turisti” una sorta di Jesolo Lido o Gabicce Mare, contrapponendola a Mestre, o laddove una Signora delle lobby universitarie come Vettese propone di depotenziare e cancellare i pochi dispositivi superstiti che legano ancora l’istituzione da lei presieduta al territorio in cui si situa.
    Si accorgono dei danni che fanno?

    • Cristiana Curti

      Daniele, capisco il tuo punto di vista che seguo a volte anche nel tuo spazio su internet; e benché non sempre possa condividerne tutte le espressioni, non raramente sono d’accordo con te.
      Circa l’impossibilità di assimilare la realtà lagunare (e il suo ecosistema, compromesso dapprima dalle “autostrade” scavate a Marghera per il passaggio delle petroliere e più recentemente dal progetto del MOSE che potrebbe assestare una ferita mortale a una parte di laguna) con quella di terraferma (per cui, per anni, il problema principale fu la costruzione della variante esterna a Mestre della A4) – semplifico, è evidente – rimango della mia opinione e trovo che, senza parcellizzare/moltiplicare le strutture burocratiche che, semmai, andrebbero snellite, le questioni (anche e soprattutto culturali) che pertengono Venezia e Mestre-Marghera siano davvero incommensurabilmente distanti.
      E non perché Venezia sia Disneyland (anche se la tentazione di ridurla a una ludoteca da parte di alcuni politici sia stata e sia ancora molto forte in questo senso), ma perché Venezia è una (piccolissima) città universitaria con un potenziale di attività e progettualità enorme del tutto inespresso (soprattutto dopo la chiusura del polo chimico di Marghera, ma anche con il progressivo decadimento della qualità complessiva dello IUAV), mentre Mestre e Marghera (che potrebbero pure godere della peculiarità “intellettuale del capoluogo) hanno individualità anche fra loro differenti, benché in parte omologhe non foss’altro perché si trovano in aree contigue e sofferenti dei medesimi mali.
      Circa la tua critica sempre molto aspra contro la Vettese, posso dire che, come la maggior parte delle realtà culturali pubbliche veneziane fino a qualche mese fa, la critica è l’espressione di un immobilismo grave e pernicioso in quanto insiste su un territorio (il centro storico di Venezia) di immensa portata e ridondanza internazionale che non dovrebbe essere né “abusato” con “imperi” trentennali (come fu il periodo di Romanelli per i Musei Civici) né circoscritto a una localizzazione estrema o alla mera considerazione delle espressioni culturali territoriali esclusivamente limitrofe, come credo vorresti tu (ma forse mi sbaglio e interpreto male quello che dici), che pure devono essere considerate.
      Per quanto mi riguarda, penso che, aldilà degli statuti particolari delle Fondazioni (la Bevilacqua è espressione – sulla carta – molto alta di una cultura illuminata, peraltro), sarebbe opportuna una proficua rotazione di teste (non solo italiche), che permettesse un ricambio attraverso mandati limitati nel tempo (4 anni?). Ma il ricambio dovrebbe avvenire anche nel sottobosco operativo non solo fra i vertici.
      Se Venezia, che è il pivot di quello che tu chiami giustamente un branding planetario, fosse patria (nelle istituzioni pubbliche, non tanto in quelle private, che possono disporre liberamente delle proprie risorse) di teste e idee provenienti da ogni parte del mondo, mettendosi in linea con le aspettative e le potenzialità della sua storia, anche il resto del territorio ne guadagnerebbe, trascinato da una situazione eccezionale. Cultura, economia e qualità della vita migliorerebbero per tutti (lagunari e terricoli). Ma temo che tutto ciò sia una pia illusione.
      L’attacco squisitamente ideologico a una proposta come quella di Cardin dimostra, per me, che per molti ancora non c’è strada alternativa al bianco o al nero. Mentre l’epoca di mezzo che attraversa (anche tragicamente) il nostro Occidente imporrebbe la capacità di non estremizzare (se non davvero necessario, e qualche volta è necessario) e saper cogliere le forze propulsive provenienti da ogni ambito socio-economico, senza con ciò perdere dignità propria o svendere il patrimonio collettivo.

  • GDM

    So che si va fuori dell’argoento ma non sono molto d’accordo con Cristina quando sembra riproporre uno stacco brutale tra Mestre-Marghera e Venezia. A mio avviso questo è un errore che si paga da moltissimi anni. Più che altro mi sembra la conseguenza di una contrapposizione da campanile. Mestre sta a Venezia come qualsiasi cintura periferica sta a qualsiasi centro storico di qualsiasi altra grande città. Certamente i problemi sono diversi ma non è riproponendo la spaccatura che si può sperare di fare passi in avanti. Altra cosa che mi trova in dissonanza è l’etichetta di “attacco squisitamente ideologico” e l’idea che questo progetto abbia qualcosa di “propulsivo”. A guardare bene le critiche, nessuno (a parte uno o due) critica il progetto in quanto verticalizzazione estrema. Non c’è nessun attacco ideologico nel constatare che si tratta di qualcosa di paracadutato in un nulla. Operazioni di questo tipo sono già state fatte: gli uffici vuoti del Tronchetto, la desolazione del complesso del Vega-Antares. La torre di Pietro Cardin così come è stata pensata è un fungo (non in senso estetico, ovviamente) isolato buttato lì Cosa c’è di propulsivo in una idea del genere? Io vedo solo qualcosa di staccato dal contesto o meglio qualcosa che non si preoccupa neppure di costruire un contesto. Qualcosa priva di un pensiero che non sia quello infantile di fare qualcosa di “grosso” (verticale o orizzontale poco conta). A me sembra il trionfo di una incomunicabilità tra l’architettura e l’urbanistica intesa come risposta ai problemi dei cittadini. C’è poco da citare il “benaltrismo”, perché è assolutamente evidente la natura dei problemi di Mestre e di Marghera. E non è certo “benaltrismo” sostenere che un progetto del genere (poco importa se pubblio o privato) non serve a nulla, non dà alcuna risposta, non va verso nessuna direzione. Poi certo possiamo parlare di immobilismo e certamente siamo anche (parzialmente) d’accordo. Ma risolvere l’immobilismo a colpi di cattive idee e conseguenti cattive realizzazioni è un non senso.

    • Cristiana Curti

      Venezia non è in contrapposizione con Mestre-Marghera: Venezia (centro storico) è in contrapposizione con qualsiasi altra realtà urbana per il solo fatto di essere quello che è. Mestre non è affatto la periferia di un centro, è una città metropolitana che ha un numero di abitanti pari quasi a capoluoghi come Udine o La Spezia. Negare questo è tentare di far conciliare malamente problemi che di fatto non sono mai stati risolti da entrambe le parti. Altro che campanilismo.
      Tu credi che il male sia vedere l’estrema peculiarità di Venezia, mentre io sono convinta che il male sia che, questa peculiarità (unicità), non la si sia mai vista davvero negli ultimi cinquant’anni e che la Città sia stata abbandonata a “enti benefici” se va bene o a speculazioni di quarta serie se va peggio. Venezia è di fatto diventata economicamente la preda di “altri” (che vengano da Mestre o Tallin, poco importa), gli stessi (pochi) veneziani sono diventati un popolo di maldestri affittacamere, e ha perso sistematicamente un’identità cittadina che io ho potuto ancora vedere molti anni fa e che ora non esiste più. Non sto affatto affermando che bisognerebbe separare i Comuni (per me sono cose che non hanno senso), bisognerebbe piuttosto esaltare le diversità che potrebbero risultare poi (paradossalmente) utili sia in laguna sia in terraferma.
      Un progetto come quello di Cardin (o simile: un simbolo architettonico di interesse e forse di rinascita per un luogo abbandonato e senza carattere alcuno) da parte di chi potrebbe senz’altro più proficuamente investire come altri fecero negli ultimi tempi (Benetton, Prada, Pinault per dire i soliti, ma non ci sono solo loro) in centro storico, ha il pregio di sollevare la questione di una riurbanizzazione (forzata/forzosa?) di un’area che non è mai stata urbana, neppure quando era sede di industrie. Se presa per il verso giusto, la costruzione di un palazzo privato (verticale o orizzontale) di tale portata, potrebbe convogliare l’interesse di altri e dare un’impronta nuova a un luogo che non ne ha più una.
      Confrontare questo progetto con gli uffici del Tronchetto o del complessone Vega-Antares (che avevano una specifica destinazione, di cui temo già si sapesse l’inutilità) non ha per me molto senso.
      Comunque non m’interessa questionare intorno a chi di noi potrebbe avere ragione sulla qualità di un’idea (che come tale, è ancora sulla carta, e dalle nostre parti – in Italia – si sa, avrebbe del miracoloso se l’avvio della costruzione avvenisse con “Pietro” in vita – il che fa anche capire la singolarità e il carattere di un progetto che presumibilmente il committente non vedrà mai eseguito); ciò che non comprendo è perché si dovrebbe consegnare a un privato la responsabilità della risoluzione di problemi sociali ed economici di un’area complessa come quella di Mestre-Marghera che non solo non ha contribuito certamente ad alimentare, ma che – cambiata patria – non lo riguardano neppure.

  • DSK

    La discussione si è spostata dall’analisi del modello architettonico al modello di sviluppo in esso sottinteso. Ma a questo punto, anche a costo di apparire ripetitivo, voglio sottolineare come la torre risulterebbe fortemente impattante, (oltre che su VE), su tutto il paesaggio lagunare circostante, riformulandone la fisionomia. E’ relativamente facile capire perché l’arcipelago VE-Mestre-isole- Marghera collocato in uno scenario da Tokio o New York (leggi post di Tonelli ) finisca per fare la parte della pulce vicino all’elefante. Cerchiamo, per favore, di portare esempi che presentino delle similarità di dimensione, estensione, struttura urbanistica. Sta di fatto che Venezia, di certo, secondo qualcuno, fiaba nata sui testi di storia dell’arte, discende al contrario da una cultura del lavoro che ha riconosciuto all’artista un ruolo sociale assolutamente di primo piano, e questa stessa cultura del lavoro ha generato distretti produttivi in apparenza disomogenei, in realtà logica prosecuzione di una civiltà “anfibia” tutt’altro che statica. Ed infatti uno di essi – Murano – costituisce parte integrante del branding planetario di cui sopra. Quell’immagine branding va mantenuta e preservata come una risorsa? Di certo lo è. Consideriamo, inoltre, che la globalizzazione omologante spinge nella direzione opposta reiterando in ogni luogo uguali stereotipie.
    Intanto, proprio le figure in grado di cucire tra loro i pezzi del mosaico distretti-produttivi-città vengono poco valorizzate e tenute ai margini. Innovatori, creativi, ricercatori, artefici della qualità: se non li si tutela, preservando la rete di microrealtà che li sostiene, e all’opposto si agisce lasciando lobby e liberalizzazione selvaggia crescere cinicamente, risulterà poi inutile cercare di risolvere i problemi con vecchie idee vestite di monumentalismo. Cristiana, ti ricordo che Bevilacqua da un decennio promuove in Italia i nomi delle culture anglofone con lo scopo di far brillare il nome Vettese; quindi un salon da sistema dell’arte fotocopia di mille altri. Dovrebbe essere un’istituzione volano per lo sviluppo del territorio. Di quest’idea originaria restano gli studi e la collettiva, dispositivo connesso al contesto locale. La picconatrice V ha suggerito di cancellarne la specificità. Incredibile. Manca proprio la cultura di uno sviluppo-crescita sul territorio. Qui tutto è dogma accademico, un copiare “quello che fanno gli altri”. Ma per questo ci sono già le Biennali, Fond. Vedova, Pinault, Prada, Museo Guggheneim e cento altri (chi si ricorda di C4, Villa Manin & Co?). Guarda con quanto accanimento si spinge per cancellare una pur piccola differenza istituzionale utile ad impedire che i creativi validi fuggano altrove come sta accadendo, mentre le Signore Vettese incollate alla poltrona e i Caldura fanno da assi pigliatutto. Sento ogni giorno storie (una proprio giorni fa) da terzo mondo, fior di creativi attivi ai massimi livelli (dal design all’arte), ridotti alla fame. Sarebbero proprio quelli utili a rilanciare il “sistema” Veneto. Crescono invece i salon del sistema dell’arte parassitariamente legati al branding Venezia solo per promuoversi, i quali replicano tutti il medesimo film da cinema di provincia dove si proiettano i blockbuster fatti altrove. Un film mondano a misura di nomenclatura. Un film, dal punto di vista dello sviluppo, piuttosto sterile.

  • DSK

    @ Madame Cristiana – Tema: Venezia e la Celant-ite acutissima. Svolgimento: i megacontenitori e le “autorevoli” istituzioni  tendono a fare rete con realtà simili, reiterando i medesimi schemi, e questo accade a Venezia anche nel settore delle Fondazioni D’Arte.
    Ki abbiamo visto alla Fondazione Prada? Il diavolo veste Germano Celant.
    Ki abbiamo visto alla Fondazione Vedova per curare una mostra fotocopia di un’altra (Teatri – Aldo Rossi) già vista in città poco tempo fa? Germano Celant.
    Ki abbiamo visto all’università a “conferenzare” & bla-bla-blare insieme a Nico Stringa? Germano Celant.
    Ki è intervenuto nel convegno di finissage-Biennale? Germano Celant
    Ti potrei citare tanti altri Germano Celant.
    Il paradosso di questo conformismo da salon del sistema produce un diffuso immobilismo assolutamente pernicioso, in un’ottica di sviluppo. 1 condizione riassumibile nello scioglilingua:  Emilio-Vedova-non-sarebbe-diventato-Emilio-Vedova-se-avesse-avuto-a-che-fare-con-la-Fondazione-Emilio-Vedova.
    Voto: XXX

    • Cristiana Curti

      Monsieur Daniele, concordo, anche se non con tutto (non sono affatto convinta che ri-popolare di istituzioni culturali straniere/internazionali Venezia sia un male, anzi – certo, “diversificando” le teste, però…; mentre è vero che la Bev ha perduto di vista ormai il suo compito originario nobilissimo e che questo è un grande male). E sai chi si vede oggi assai più dalle parti di Ca’ Corner che da quelle che un tempo lo ospitavano come duce (e che ora non frequenta neanche se lo pagassero soldoni)?
      Lascio a te la risposta, tanto la conosci. Nulla si crea e nulla si distrugge…

  • Andea

    E’ solamente un grosso affare economico per i diretti interessati ma che porterà grossi problemi alla parte storica della città.
    In realtà trattasi di enorme albergo con ristorati, negozi e tutti i servizi annessi che andrà a promuovere quel turismo mordi e fuggi che a Venezia non paga niente.

  • …e mentre noi discutiamo di Palais Cardin, di modelli di sviluppo, dell’impatto sul territorio della pacchianata voluta da 1 arricchito che torna a Venezia per speculare, ecco a voi i veri “argomenti” che interessano il Comune di Venezia. Si parla di 40 milioni di euro.
    dalla Nuova Venezia:
    “Patto di Stabilità, corsa contro il tempo – con il rischio di perderla – per vendere a Pierre Cardin i terreni comunali del Palais Lumière, con l’anticipo dei permessi comunali, che potrebbero fruttare a Ca’ Farsetti circa 40 milioni di euro “.

    Qui è così da vent’anni…

  • Lorenzo Marras

    Danie’ tu che non hai problemi a dire le cose come stanno , non è che a Venezia si abbia a che fare con i “derivati” e dunque per fare cassa svendono l’argenteria di casa, che poi appartiene a tutti e a nessuno?
    oh , lo so che è una domanda che di questi tempi non è lecito fare ma a pensare male a volte si indovina.
    D’altronde siamo in piena epoca di trasferimenti di ricchezza alla rovescia: i robin hood sono ormai i ricchi.

    P.S. : ah un altra domanda ,anche se un po’ ne ho la faccia in terra , ma Miuccia qualche artista locale lo adotta nel suo museo oppure NO, magari perché Germano non è d’accordo ? se si chi sono i fortunati/o?

  • hola Lorenzo. Non vorrei fare l’errore di Vettese – e gli altri come lei – per i quali il modello culturale che gli torna comodo è l’unico valido. Esso va situato in un contesto più generale. La Prada almeno ci mette del suo e quindi può far ciò che vuole. Certo scegliendo Celant ha dimostrato poco coraggio, tenendo conto che poi il seasoned critico è già alla Fond Vedova. Diverso il discorso per realtà come Peggy Guggenheim che si giova di contributi elargiti dalle aziende del territorio. Potrebbero restituire qualcosa, no? Macché.
    Non puoi immaginarti l’arroganza di figure come Giandomenico Romanelli, l’ex dei Musei Civici, non puoi immaginarti i discorsi che senti alla Guggenheim.
    Te ne racconto una. Tempo fa sono stato invitato al Padiglione Regionale della Biennale-Sgarbi, meritoria mostra che ha un pochino tamponato il vuoto di informazione esistente tra il Veneto e gli artisti che in esso lavorano.
    Nella conferenza finale un noto politico ha parlato di inviare dei suggerimenti per avviare attività a Villa Contarini. Ne hai saputo più nulla? Io no.
    Ora vedo però che la Regione sostiene mostre in cui compare il nome di un critico noto promotore di una lista politica. Una parte della mia lettera:
    “Credo sia importante sostenere una rete di creativi di qualità attivi sul territorio, e non solo per il settore specifico “arti visive” o “culturale”. Spesso vengono sottovalutate le influenze dirette e indirette, gli stimoli dati dalla creatività pura ai distretti produttivi.
    L’economia oggi si dinamizza anche con idee nuove, tassello centrale per una cultura dello sviluppo davvero ampia e completa”.