Omicidi simbolici

Le Shoes di Warhol tramutano in pop le drammatiche “scarpe” del contadino di van Gogh. I baffi che Duchamp mette alla Gioconda violentano la grazia indecidibile di Leonardo. Rauschenberg va a trovare de Kooning, gli chiede un disegno per metterci le mani sopra. Dopo lo cancella…

Le Shoes di Warhol

Sono alcuni dei più celebri omicidi simbolici (o parricidi) che animano l’arte dell’ultimo secolo. La distruzione fa parte dell’intelligenza amorosa dell’oggetto. Tutte queste prove sembrano dire: “È perché ti amo che ti distruggo!”. Quello che accade nel regno animale, dove la congiunzione fra nutrimento e sessualità è una legge di natura, è nel regno dello spirito l’incorporazione dissacratoria del mito. Accade nel regno animale con la mantide che assorbe completamente il maschio, l’altro da sé, nutrendosi, e accade nell’arte, dove le prove d’amore si consumano uccidendo l’oggetto amato, profanando la storia rivestita della forma monumentale.
L’animale vive in modo non storico, “non è in grado di fingere”, notava Nietzsche. L’uomo mitizza. Paradossale corrispondenza fra arte e natura, dove questa specie di cannibalismo non smette di mimetizzarsi, travalicando i confini della natura per ritrovarsi dalla parte della cultura. D’altra parte, come notava Barthes, il mito – sotto forma di icona sacra, oggetto di reverenza o di storia leggendaria ecc. – trasforma un senso qualsiasi in forma separata dal suo oggetto. I baffi alla Gioconda demitizzano la sua fruizione ostaggio del mito. Le banali scarpe di Warhol desacralizzano quelle immerse nel pathos di van Gogh. Le cancellazioni di Rauschenberg restituiscono alla mano la sua dimensione artigiana coniugata con un gesto di libertà estremo. L’omicidio simbolico è il passaggio all’atto che esprime l’impossibilità per il mito di rimanere tale. L’illusione poetica e patetica dell’immagine trapassa nella disillusione materiale dell’oggetto banale, restituendo, per mano degli artisti, un’idea di libertà che sottrae le forme alla seduzione antiquaria.

Mike Bidlo cita Marcel Duchamp che cita Leonardo da Vinci

Ma per far ciò occorre una certa forza d’urto. Ecco lo humour che immerge nel nulla l’opera, favorendo una presa di possesso di essa dal basso. Come dei Nosferatu, gli artisti si nutrono delle opere che fanno grandi i musei. Senza volerlo, mettono in atto quel basso materialismo di cui parlava Bataille, che liquida l’idealismo che accompagna le opere (a loro insaputa) una volta che entrano in pompa magna nei musei. Duchamp amava troppo la Gioconda per non metterle i baffi.

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #8

CONDIVIDI
Marcello Faletra
Critico d'arte, artista, saggista. Fin dagli Anni Settanta è stato attivo con iniziative culturali e di controinformazione col collettivo Radio Aut, creata da Peppino Impastato e Salvo Vitale e con la Comune di Terrasini fondata da Carlo Silvestro. Nel 1977 si trasferisce a Roma, dove partecipa attivamente ai movimenti di protesta. Negli Anni Ottanta e Novanta vive tra Napoli, Roma e Milano, dove svolge un’intensa attività artistica, partecipando a numerose mostre di pittura e fotografia. In seguito abbandona la pittura per dedicarsi con continuità alla filosofia e alle teorie dell’arte contemporanea. Numerosi saggi e articoli sono apparsi in riviste specializzate e in cataloghi di mostre e pubblicazioni collettanee. È stato animatore e redattore di Cyberzone, rivista di arte, filosofia e nuove tecnologie. Tra le sue ultime pubblicazioni: "Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell'arte contemporanea" (Solfanelli) e "Graffiti. Poetiche della rivolta" (Postmedia Books). Attualmente insegna Estetica dei New Media e Fenomenologia dell'Immagine all'Accademia di Belle Arti di Palermo.