L’Italia è destinata a scomparire?

Una frase recitata senza enfasi, durante una cena al Rice Paper, il ristorante vietnamita che sta all’interno dell’Harbour Center in Canton Road, a Hong Kong. Per alcuni businessmen cinesi con cui sono seduto, questa è la realtà. All’inizio non registro. Ma il mattino seguente, è la prima cosa che mi torna in mente appena sveglio.

Hong Kong by night

Sono in Cina da sette notti per accompagnare una missione di 61 aziende calzaturiere italiane in cerca degli ordini necessari per poter mandare avanti le loro piccole manifatture. Abbiamo viaggiato tutti in economica in un tour che ci ha portato da Roma a Pechino e poi a Hong Kong. Abbiamo sopportato sei dogane con valigie piene di belle calzature italiane di fascia medio-alta. Non sono quelle dei marchi stellari che tutti conoscono, ma quelle tipiche degli 800 e più calzaturifici italiani no brand (o molto poco brand) che – anche loro – hanno fatto grande il Made in Italy.
Le 61 aziende a cui mi accompagno sono in gran numero marchigiane, ma ce ne sono anche di venete, emiliane, toscane, pugliesi, napoletane e lombarde. Seguo queste missioni da anni e ora mi trovo di fronte a una nuova generazione di “scarpari”: l’età media è sotto i quarant’anni, hanno ereditato le loro aziende dalla famiglia e vanno avanti con umiltà e determinazione in un contesto sempre più difficile. L’umiltà un po’ rincuora (erano molto più arroganti i padri) e un po’ spaventa: lo spazio per queste aziende si sta ridefinendo a una velocità incredibile.

Scarpe italiane

Da una parte, infatti, c’è la produzione high-tech, quella delle sneaker per intendersi, che è soprattutto americana o meglio disegnata negli Usa e prodotta per lo più in Vietnam. Dall’altra, quella low cost che è tutta cinese, o meglio disegnata in Cina e prodotta in Vietnam, Malesia, Tailandia, Birmania… All’Italia resta una produzione di calzature di qualità solo in parte automatizzata, dove il valore intrinseco dell’oggetto (materiali, studio della calzata, equilibrio delle forme, finizioni) giustifica il prezzo ma non salta necessariamente all’occhio di un consumatore poco avveduto.
Sono venuto sino a qui per spiegarlo a buyer e giornalisti cinesi. So che è vero e lo faccio con convinzione. Ma il dubbio mi tormenta. L’Italia è veramente destinata a scomparire?

Aldo Premoli
trend forecaster

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #7

CONDIVIDI
Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Milano, Catania, New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1980 e il 1982 collabora con le riviste Belfagor di Luigi Russo e Alfabeta di Nanni Balestrini. Nel 1984 cura l’edizione di “Moda e Musica nei costumi di Sylvano Bussotti”. Giornalista professionista, tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come L’Uomo Vogue, Vogue Pelle e Vogue Tessuti. Nel 2001 fonda Apstudio che fornisce consulenze di comunicazione e trend forecasting ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Per questa attività, oltre ai Paesi europei, sono gli Stati Uniti e la Cina le mete più frequenti dei suoi spostamenti. Nel 2013 e 2014 dirige Tar magazine, rivista di arte scienza ed etica. Blogger di Huffington Post Italia, nel 2016 ha pubblicato insieme all’economista Maurizio Caserta “Mediterraneo Sicilia Europa. Un modello per l’unità europea” e ha fondato l’Associazione che porta lo stesso nome.
  • Guido Cabib

    Ottima riflessione! Bravo ! è stato un piacere leggerti!

  • Magari l’italia che brontola e gia a vuoto su se stessa è destinata a scomparire… ma se dio (e il governo) vuole – e se gli italiani saranno “smart enough” – il nostro paese rimane comunue una grossa potenza culturale che un futuro davanti lo ha eccome1

  • Angelov

    you’re so fine
    lose my mind
    and the world seems to disappear
    all the problems
    all the fears
    all the world seem to disappear
    disappear
    disappear
    disappear
    disappear
    disappear
    disappear
    disappear

    INXS

  • Gentile Premoli,

    io le faccio sinceramente i miei complimenti. Purtroppo, così pensano molti dall’estero, e lo posso confermare poichè quasi quotidianamente sono a contatto vis a vis con persone straniere. Anzi, lo pensano anche quei vigliacchi di ex-compatrioti che sono andati a lavorare all’estero (non chi è emigrato per vera necessità, sia chiaro) , e come se non bastasse, da lontano sputano ancora sull’Italia.

    E’ ovvio che l’Italia è al capolinea, ogni cosa nata male, nelle stessa maniera finirà; però, ripeto, un paese, una nazione la fa chi la vive, ed i governanti, ne sono l’espressione diretta. L’Italia, diciamolo, non ha niente oltre al “cibo” (argomento ormai anacronostico), per esempio, mi riferiscono che la cucina thailandese sia eccezionale. L’Italia avrà al massimo dei pezzi d’Arte, che forse giustamente, dopo un po’non fregano niente a nessuno.

    Le “opere d’Arte” non interessano neanche all’industria più florida del paese (la criminalità organizzata, l’unica che ha capito che bisogna investire sui giovani, pensi lei!). D’altronde, con l’arte, NON si mangia. Al massimo si beve qualcosa ai vernissage… comunque come pubblicità occulta alle scarpe italiane, non c’è male, dai.

    • rodolfo cubeta
      • rodolfo cubeta

        con questo penso di essere stato abbastanza chiaro…c’è un’Italia sana che rinascerà di sicuro…dopo aver estirpato i mali interni questo sarà uno dei paesi più belli e vivibili al mondo…ciao Premoli, continua a vendere i tuoi prodotti..prima o poi capiranno che sono i migliori in circolazione e che copiare non ripaga mai!

        • Emidio De Albentiis

          Purtroppo sono più verosimili (e me ne dolgo) le interessanti riflessioni di Premoli – confortate anche dalla non alta considerazione dell’Italia che si respira all’estero (nonostante quello che i TG vogliono farci intendere, quando spacciano il ruolo di Monti come perno essenziale della nuova politica economica mondiale) – che la tiritera di Benigni, lodevole nelle intenzioni ma infarcita di luoghi comuni. Ma mi auguro di avere torto: nonostante il peso politico-economico e, ahimè, culturale ormai molto ridotto dell’Italia, spero davvero possano esistere margini per risalire

  • anna

    gli italiani devono smettere di fustigarsi e acquistare invece sana strafottenza e consapevolezza della propria genialità…come popolo che ha qualcosa di diverso da dire. Certo tutti gli altri hanno interesse a minimizzare, ma per il momento sono caccole….. E l’unione fa la forza!!!

  • Complimenti Aldo! Lei sì è di quelli che dovrebbero scrivere sui giornali — d’arte e non! Sobrio, conciso, sinceramente interessato a comunicare. Emozioni oltre che concetti.

    PS. Spariremo? Kissenger disse: gli italiani sono bravissimi nelle cose futili. Intendeva scarpe? Arte? Sono e siamo confusi. Io sento il bisogno di un leader vero. Qualcuno che ci spezzi le gambe per farci sputare quel talento che abbiamo e non vogliamo — piccoli stronzi individualisti — regalare al nostro Paese!

  • Francesco

    I cinesi pensassero alle loro bolle immobiliare e creditizia delle banche provinciali; pensassero soprattutto alla grande tensione sociale e politica che si va accumulando a motivo dell’urbanizzazione di massa, della grande diseguaglianza sociale, della mancanza di diritti civili e sindacali; pensassero al rallentamento della loro economia a causa del calo della domanda e degli investimenti occidentali. La Cina è una grande pentola a pressione prossima ad esplodere…

  • DSK

    Ma nein! Tra 20 anni i cinesi parleranno napoletano.

    • Già lo fanno, così come parlano i dialetti kenioti e un ottimo islandese. Per questo si stanno pappando la Terra