Parla Chipperfield: “L’architettura ha bisogno di un terreno comune”

Mentre la laguna pullula di appassionati e addetti ai lavori arrivati in occasione della 13esima Biennale di Architettura, Artribune vi regala una lunga intervista a David Chipperfield, direttore della mostra. Una chiacchierata a tutto campo in cui l’architetto inglese ci spiega la sua biennale. E l’architettura che verrà.

Common Ground

Dopo la gavetta negli studi di Richard Rogers e Norman Foster, David Chipperfield (Londra 1953) fonda nel 1984 il suo studio, che oggi ha sedi a Tokyo, Milano, Berlino e Shangai. Chissà se dopo la sua nomina alla direzione della 13esima Biennale di Architettura di Venezia arriverà anche il Pritzker Prize, il Nobel dell’architettura, così com’è accaduto alla sua predecessora Kazujo Sejima.
All’apice della celebrità, l’archistar scende in campo con un’idea controcorrente. Il suo Common Ground seleziona una rosa di colleghi d’alto rango e una messe di giovani studi d’architetti, che si confrontano sulle idee e i processi di pensiero che stanno alla base della madre delle discipline artistiche. Non mancano alcuni autentici guru, che tracciano un’architettura ideale: quella capace di far coesistere il singolo edificio con la città che lo accoglie, il linguaggio del singolo architetto con le esigenze dell’intera società, il desiderio di fama con i suoi costi economici e civili.

Il soggetto di questa Biennale è certamente l’architettura, che mette da parte le sue seduzioni…
Bisogna far capire che alla fine la domanda dell’architetto è: quali sono i miei limiti e quali le mie ambizioni?

Spesso, i direttori della Biennale Architettura hanno optato per titoli di ampio respiro, capaci di accogliere la molteplicità. Come sei arrivato al tuo?
Nasce da un concetto che è anche fisico: esiste un terreno privato, una proprietà privata, e un terreno comune che appartiene a tutti. In politica si usa per indicare quella via d’intesa tra due partiti politici di posizioni opposte. Per me significa uno spazio dove persone con pensieri diversi sull’architettura possono incontrarsi, ma non come in un dialogo intellettuale. Non è neppure un discorso politico sui planning e la coordinazione delle risorse. Mi interessa come i nostri progetti indirizzano le nostre “performance”, nelle differenze che ci contraddistinguono. Altrimenti un terreno comune non servirebbe.

Common Ground

Come deve comportarsi l’architettura in questo momento di crisi?
Deve riflettere le trasformazioni della società. Negli ultimi venti anni l’architettura è stata individualista e forse ora occorre chiedersi cos’è sia la comunità. Credo che sia un’opportunità per i professionisti di discutere, dentro le mura della sua “chiesa” (la Biennale, n.d.r.) per ridefinire l’architettura. Per questo non volevo esporre gli ultimi progetti né la perfezione delle presentazioni ufficiali. Non volevo sentire quel che ciascuno di loro fa, ma come pensa di contribuire alla cultura architettonica. Non è questione di essere bravi architetti, qui lo sono tutti, ma quale contributo danno con il loro lavoro. Se parliamo di questo forse possiamo condividere una discussione migliore sull’architettura e spiegare meglio cosa facciamo, lasciando da parte per un attimo i nostri bellissimi oggetti.

Ha trovato delle resistenze nei grandi nomi?
Ho voluto spingerli fuori dalla loro poltrona total comfort e farli slittare in una dimensione che li vedesse in piedi, impegnati in un confronto con i temi che sono alla base del loro operare. Le archistar hanno trovato il modo di collaborare con gli architetti. Questa mostra espone diversi sistemi di lavoro messi in atto.

Lei è un’archistar che sembra voler fare ammenda. Vuole tornare ai fondamentali dell’architettura. Spesso un’accusa fatta agli dei dell’olimpo vitruviano è che calano sulle città edifici alieni, senza preoccuparsi che esiste una società che deve poi usarli. Common Ground è interessata a sondare il terreno comune tra architetti e società. Gli architetti parlano del proprio lavoro, non espongano l’ultimo progetto per dimostrare quanto sono intelligenti. Aprono il loro progetti per mostrare da dove arrivano le loro idee e quali intenzioni e timori condividono con i diversi ambiti della società. Volevo che i protagonisti scoprissero le carte per mostrare ciò sta in mezzo. Uno dei grandi potenziali della Biennale è quello di aprire l’architettura al pubblico di non addetti ai lavori.

Arsenale – Zaha Hadid

Quali effetti spera di ottenere con la sua Biennale?
Vorrei che i visitatori uscissero con un’idea di cosa dovrebbe essere l’architettura secondo loro e magari con la sorpresa di aver scoperto quel che gli architetti pensano.

Però le mostre giocano sull’impressione data dai progetti.
Ciò accade perché quando ti chiamano ad esporre, vuoi impressionare, ma non volevo un’esposizione di singoli progetti di architetti geniali messi in fila uno dietro l’altro.

Zaha Hadid insieme a Hans Kollhoff: cosa volevi ottenere?
Volevo dimostrare come non si possa evitare il confronto con posizioni tanto diverse, a volte estreme. Puoi decidere chi preferisci ma devi avere presente entrambe le visioni per poter scegliere. Come professionista mi sento frustrato quando incontro delle posizioni assunte per partito preso più che per una visione approfondita del progetto.

Cosa che vuoi fare con l’esperienza di Luigi Snozzi…
Quando l’ho invitato mi ha risposto: sono troppo vecchio per essere in Biennale. Ma la Biennale non è X-Factor, non deve eliminare nessuno e non deve esaltare il nuovo talento a tutti i costi. È importante capire le idee di fondo che condividiamo. In questi ultimi quindici anni ci siamo troppo preoccupati di discutere come gli edifici appaiono, senza considerare cosa sta dietro. Luigi Snozzi presenta quanto ha fatto a Monte Carasso, in Ticino, esempio di un progetto partecipato dalla comunità ma non come un’operazione sociologica quanto piuttosto la realizzazione di peculiari capacità progettuali insite nel lavoro dell’architetto.

Arsenale – Gateway di Norman Foster, Carlos Carcas, Charles Sandison

Come hai operato in concreto per preparare la tua mostra?
Sono partito incontrando un gruppo ristretto di colleghi, i quali mi hanno subito detto “è un’idea magnifica” e due settimane dopo “non so cosa esporre”. Così ho avuto conversazioni più approfondite con ciascuno di loro, il che ha chiarito le idee. La cosa delicata è che non puoi dettare alla lettera cosa portare, perché devi lasciare chi partecipa libero di assimilare la tua visione della mostra.

Puoi farci un esempio?
Quando ho incontrato Rafael Moneo gli ho chiesto un suo progetto esemplare. Avevo un’idea precisa e lui mi ha proposto i suoi due nuovi progetti, di cui è molto fiero. Non capiva perché volessi esporre un suo pezzo d’archivio e ci è voluto del tempo per introdurlo nell’idea della mostra. Ma alla fine ho ottenuto un suo disegno che spiega l’idea che sta alla base del suo fare architettura.

Cosa rappresenta per te una figura come Moneo?
L’architetto che si relaziona con la storia e con il contesto. Il suo progetto dei primi Ottanta è seminale: un nuovo edificio costruito su rovine romane, è il simbolo di come l’architettura costruisca non nel vuoto ma sempre su un passato. Lui, quando disegna un edificio disegna anche la città che gli sta intorno. Se penso che nel mio ufficio trovo difficile convincere i miei studenti a disegnare anche soltanto un marciapiede… Tendiamo a dimenticare troppo facilmente il contesto. Alcuni forse non l’hanno ancora metabolizzato, ma è qualcosa a cui bisogna reagire.

La sala iniziale della tua Biennale accoglie una rivista fatta con le opinioni dei veneziani, foto di Tschumi, il disegno di Moneo, un pozzo veneziano e le fotografie di Thomas Struth. Come va letta?
È l’incipit, il luogo che detta le direzioni. Negli anni recenti la cultura architettonica si è basata sugli effetti di alcuni edifici. Se guardiamo le riviste specializzate la discussione verte intorno agli effetti dell’ultimo museo di Zaha Hadid o della stazione dei treni di qualcun altro. Il che non è di per sé un male, ma cosa ne è di quello che sta dietro, delle battaglie professionali tra società e architettura? Noi dipendiamo fondamentalmente dalla nostra relazione con la società. Thomas Struth appare quattro volte in mostra. Osserva le città, racconta come l’architettura evolve, da Dusseldorf alla Corea del Nord. Non voleva comparire come un artista in esposizione ma in dialogo con l‘architettura.

Arsenale – Torre David, allestimento

Segue la sala di Norman Foster…
È davvero interessante perché ha voluto essere molto concettuale. Invece di mostrare cosa fa il suo ufficio, ha invitato artisti e architetti, un centinaio, a mandare immagini di luoghi o edifici che per loro riflettono l’architettura, poi ne ha fatto un film e una videoinstallazione. È una specie di cervello che proietta immagini suoni e nomi dell’architettura.

Hai invitato Olafur Eliasson, che come Struth è spesso ospite gradito di tante biennali d’arte.
Gli artisti sono spesso diversi dagli architetti, mi piacciono perché ci guardano da fuori pur avendo dei punti in comune e comprendendo il nostro mondo. Eliasson è uno di questi. Purtroppo non siamo come gli artisti, loro hanno se stessi come “materia prima”.

Tra gli artisti anche un Giacometti e diverse sculture di Hans Josephsohn (courtesy Hauser&Wirth, n.d.r.)…
Lo svizzero Märkli Architekt ha deciso di esporre sculture come metafore di un tema architettonico che identifica la figura umana e una figura costruttiva primaria come la colonna. Le sculture dialogano con le colonne presenti.

Biennale Architettura 2012 – Padiglione Italia

Il progetto sull’Apartheid è molto forte…
La separazione tra città e slums appare evidente sulla pianta di 9 metri in scala 1:100. Accanto c’è un arazzo fatto da donne malate di Aids che riprendono il Guernica di Picasso.

Fuori dall’Occidente arrivano stimoli validi per discorso architettonico?
Dall’India e dal Venezuela ho portato due esempi di come l’architettura proceda oltre le pratiche classiche. Vedremo cosa produrranno.

Il gruppo FAT propone una visione scettica dell’architettura.
Sottolineano quanto sia diventato difficile par passare dei significati in architettura e come essa sia sempre più un’esperienza emotiva, meno contaminata dai temi del linguaggio. Credo sia interessante mostrare i poli opposti di una polemica, ma credo che entrambi i punti abbiano una loro validità ed è importante mantenerli in un ambito di dialogo. Oggi l’architettura è diventata molto più libera.

Una risposta pesante sulla diatriba architettura e società arriva da Herzog & de Meuron.
Il loro progetto della opera house di Amburgo l’ho usato come metafora generale delle battaglie che l’architetto deve affrontare con la società. Mostra come i progetti pubblici siano soggetti ad aspettative enormi. Per vent’anni nessuno ha parlato di costi e ora su questa parete ho messo le pagine dei giornali tedeschi che vogliono parlare dei costi dell’architettura. È un caso estremo, se vuoi, ma ogni architetto affronta queste questioni nel quotidiano. Penso che tutto dipenda dal progetto: un auditorium può anche diventare il simbolo di una nazione, come quello di Sidney.

Il che apre la delicata questione del rapporto con i media.
Sono una parte importante di quel terreno comune tra architetti e società. Spesso però sono colpevoli di rendere sanguinoso il confronto, dandone una visione in bianco e nero che ripete lo schema della primadonna, dell’architetto che promuove solo se stesso, versus i bisogni della società. Credo che noi diamo sempre contributi alla società, è parte fondamentale del nostro lavoro. Il fatto che ciò non venga capito o recepito credo sia una tragedia. L’architetto lavora duramente per fare il bene e subito i media accusano di stupidità e arroganza l’architetto. Di chi è la colpa?

Arsenale – Places, Heights and Dephts

L’aeroporto di Templehof a Berlino è un altro progetto metafora?
Il vuoto creatosi a Berlino attorno all’aeroporto mi affascina per il fatto che mentre tutti sono intenti a pensare cosa fare di questo edificio, che appartiene a tutti per via della sua storia e del suo significato, la gente se ne riappropria utilizzandone le strade per fare sport e i prati come luoghi ameni. Illustra bene uno dei grandi temi del Common Ground, come attorno all’architettura gravitino una galassia di pensieri diversi.

Londra è stata recentemente sede di polemiche per l’erezione del grattacielo di Renzo Piano.
È stato uno shock per la città. Tutti erano preparati a odiare questa torre ma lentamente di fronte alla realtà della sua presenza, la gente ha iniziato a dire “non è poi così male”. É interessante come una città possa usare il suo cambiamento di fisionomia. Nel video che abbiamo commissionato lo vedi nello skyline da diverse prospettive. È sempre lì e chiaramente è il simbolo di un altro tipo di sviluppo, che puoi vedere se vai nel Medio Oriente, dove trovi città apparse molto in fretta, come in Qatar, dove hanno uno skyline avveniristico. Ma cosa accade se ciò avviene in una città europea? Fiona Scott, una giovane architetta di talento ha disegnato le strade e gli edifici londinesi per comprenderne la morfologia delle strade attorno al grattacielo di Piano. Non è un giudizio ma è un modo per vedere come la torre dialoga con ciò che le sta intorno e dove è in gioco anche lo skyline come terreno comune, condiviso da un’intera città.

C’è anche un ristorante nella tua Biennale…
È la ricostruzione di quello esistente nella Torre David a Caracas, che da cinque anni è occupata da gente povera che ci vive. Mi interessa come esempio di come la società può impostare una relazione informale con l’architettura. È una metafora per comprendere meglio la nostra condizione, credo.

 

Nicola Davide Angerame e Massimiliano Tonelli