Il postmoderno spiegato ai vampiri

Icone della modernità, riflessi di paure e desideri di ogni epoca, è praticamente impossibile – per chiunque abbia acceso un televisore o sia andato al cinema negli ultimi cento anni – non aver incontro la figura del vampiro. L’ultimo avvistamento sulla HBO. È “True Blood”.

True Blood - season 5

Superfluo ricordare la fortuna della quale il vampiro ha goduto negli anni, legando indissolubilmente la sua storia a quella dell’immagine in movimento. Un amore fecondo che ha alimentato e continua ad alimentarne il mito e il fascino, dai primordi del cinema: basti pensare al Nosferatu di Murnau (1922) o al Vampyr di Dreyer (1932), fino al presente di saghe campioni d’incassi come Twilight o prodotti televisivi e veri propri casi della visual culture quali Buffy the Vampire Slayer.
Sì concluderà così il prossimo 26 agosto la quinta stagione di True Blood (HBO) ideata dallo sceneggiatore e regista Alan Ball. Ball è una delle figure centrali se si vuole analizzare lo sviluppo e la grandissima condivisione pop di serie televisive quali Six Feet Under, e film come American Beauty (2000) con il quale vinse l’Oscar alla sceneggiatura.
Alan Ball realizza nel 2008 la prima stagione di True Blood partendo da una serie di romanzi dal successo circoscritto nei confini americani (The Sookie Stackhouse Novels di Charlaine Harris), non solo rinvigorendo le fortune del canale HBO ma creando un vero e proprio cult che, al netto di situazioni decisamente splatter e sessualmente roboanti, si appresta a diventare il telefilm più visto dell’intera rete, superando serial come The Sopranos e rivaleggiando con Sex and the City. È sufficiente notare i dieci milioni di like soltanto sulla pagina Facebook ufficiale di True Blood per farsi un’idea dell’ampiezza del fenomeno.
Ambientato nella città immaginaria di Bon Temps, in una Louisiana quasi selvaggia, la serie racconta della coesistenza non del tutto risolta tra vampiri ed essere umani, finalmente dispensati dall’essere temuti predatori grazie all’invenzione di una bevanda sintetica che imita il sangue umano (True Blood, appunto) in vendita in qualsiasi supermercato e bar.

True Blood – season 5

Su questo sfondo sono articolate in cinque stagioni un’infinità di trame, relazioni, colpi di scena con intuizioni più o meno felici, ma sempre strutturate sul rapporto fra Eros e Thanatos. A questo proposito è lo stesso Ball a raccontare in una recente un’intervista che, per ridurre a una singola frase la trama di True Blood, si potrebbe descrivere come “un serial sulla fobia dell’intimità”.
Ball ha infatti insistito anche in questa serie (l’ultima che seguirà personalmente) sul piano relazionale costantemente fonte di conflitti. Conflitti che sembrano scaturire come riflesso di un quadro sociale e politico perennemente frustrato, dove la destra americana e l’estremismo religioso sono sempre collegati all’ipocrisia di una morale insostenibile.
Ma c’è molto di più in questa ennesima declinazione del mito del vampiro. Se, come sostiene il filosofo Mario Barzaghi, autore del recente Il mito del vampiro. Da demone della morte nera a spettro della modernità (Rubbettino, 2010), tale personaggio fantastico rappresenta un archetipo collettivo consolidato dell’esperienza moderna (in particolare dopo la definizione della figura nel romanzo di Bram Stocker), vi è però nella recente prospettiva seriale e postmediale, una deriva consumistica del tutto nuova: “La nascita di una ‘vampiricità per adolescenti’ secondo cui il vampiro è il nuovo ideale antropologico in quanto è uno sportivo dell’ammirevole forma fisica ottenuta praticando particolari esercizi ginnici […] il vampiro si mantiene sempre giovane osservando una particolare dieta fortemente proteica che non consente l’accumulo di grassi  […] il suo approccio affettivo è il flirting: egli rappresenta così un’assoluta norma comportamentale giovanile in quanto ha del tutto messo da parte ogni noiosa questione morale in favore della sola dimensione estetica”. Conclude l’autore: “È  l’utente ideale di Facebook”.
Anche Mario Perniola si era soffermato ad analizzarne le specificità, dedicando al vampiro un intero capitolo dell’ormai celebre Sex Appeal dell’Inorganico (1994), descrivendo come la figura del vampiro sia di una “porosità assoluta” e interrogandosi sul suo orizzonte sensitivo: “Questo stato che non è vita né morte, è appunto il sex appeal dell’inorganico, l’esperienza neutra e impersonale della cosa che sente: ora l’immaginario collettivo, dal Romanticismo nero fino all’horror, è stato letteralmente ossessionato da un sentire non soggettivo, non riconducibile a un’identità personale, catalettico e letargico, anonimo e opaco, inorganico, posvitale, postumano, premortuario, prefunerario”.

True Blood – season 3

È sempre Perniola a ribadire l’altra peculiarità vampiresca che fa da leitmotiv a tutte le sue apparizioni: “Per quanto rimossa e occultata, la chiave del vampirismo è di natura sessuale, come sapevano i trattatisti religiosi del Seicento, secondo i quali gli uomini e le donne che avevano avuto commercio sessuale con i vampiri, dopo trovavano ogni altro amante mediocre e incapace. Quali prestazioni offre mai il vampiro da non poter essere eguagliate da nessun altro mortale?”.
Non sorprende quindi che sia l’elemento sessuale il vero e proprio motore di True Blood, grazie al quale la serie tv ha incontrato i favori di un pubblico fedele. Va però notato come anche in questo serial il sesso continui a rappresentare un capitolo ambiguo, incagliandosi nel modulo di contraddizioni tipiche del mondo americano, dove la sostituzione del piacere avviene sul teleschermo (e spesso nella realtà) attraverso le ferite di arma da fuoco, del maciullarsi barocco dei corpi e al sangue come surrogato del seme.
Il sangue stesso dei vampiri rappresenta qui non una linfa infetta, come in precedenti versioni del mito, ma una vera e propria droga per esseri umani che utilizzano la “V” sostanzialmente come viagra.
Tutto nell’economia della serie ribadisce perciò il principio capitalistico dell’homo americanus, dello yankee conquistatore, che azzera ogni categoria maschile-femmile e riduce ogni cosa a merce, appianando peraltro qualsiasi prospettiva storica.

True Blood

In questo scorcio d’America profonda (non a caso l’ambientazione è legata alla tratta degli schiavi neri e alla cultura meticcia) si affastellano in un immaginario postmoderno e post-tutto: drag queen, sceriffi, reduci della seconda guerra del Golfo, menadi, predicatori televisivi, principi vichinghi gestori di nightclub, redneck che indossano maschere di Barack Obama e casalinghe che sembrano citazioni letterali delle sculture di Duane Hanson.
Convive, in questo scenario, il precipitato americano di una società raccattata che tra il fantastico e il reale esorcizza la guerra in Iraq, l’era Bush, l’uragano Katrina e l’alienamento della banalità dei suoi stessi miti. Non è certo un caso se, tra i tantissimi segni deliberatamente inseriti dagli autori, una delle prime sequenze dell’episodio pilota di True Blood mostrava una commessa intenta a leggere il saggio di Naomi Klein, Shock Doctrine.

Riccardo Conti

www.hbo.com/true-blood/

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Riccardo Conti
Riccardo Conti (Como, 1979) è critico d’arte e free lance editor per numerose pubblicazioni nazionali ed internazionali occupandosi principalmente di cultura visiva e sperimentazione audio e video. Ha curato diverse mostre per gallerie e spazi privati ed è autore di alcuni format televisivi riguardanti arti visive e cultura contemporanea. Ha insegnato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, e tenuto seminari presso altre università ed istituzioni quali NABA, IULM, e KHIO di Oslo, attualmente insegna presso la facoltà di Architettura del Politecnico di Milano ed è docente di Visual Culture e Video Culture presso IED moda Lab. Dal 2011 fa parte dello staff editoriale di Artribune.
  • Angelov

    Certo, se piuttosto che in una Louisiana selvaggia, fosse ambientata a Wall Street, tra gli edifici della Borsa ed il Rockefeller centre, ed i personaggi, al posto di appartenere ad una America profonda, fossero newyorchesi, e tra di loro magari numerosi agenti di Borsa, chissà che il successo della serie televisiva potrebbe anche essere globale, avendo un motivo in più per uscire dalla sfera del puro immaginario, ma entrare in quella del pur sempre verosimile.