Il mistero delle Figlie di Dio

Lei si chiama Federica Valabrega ed è una fotografa romana trapiantata negli States. L’abbiamo conosciuta qualche mese fa e ha firmato per Artribune Magazine un eccezionale reportage da Bushwick, il quartiere più artistico della Grande Mela. Sempre in giro per il mondo con un taccuino e una macchina fotografica, sta ora portando avanti un progetto sulle donne ebree ortodosse. Da Brooklyn a Gerusalemme.

Federica Valabrega - Bat Melech - 2010-12 - courtesy l'artista

Com’è nata l’idea della serie fotografica Bat Melech (Figlie di Dio)? Ho letto che ci stai lavorando già da due anni…
Quando ero bambina ho imparato a leggere con il libro Danny l’eletto di Chaim Potok, un autore ebreo americano che descriveva la vita di questi due amici ebrei, uno ortodosso e uno non religioso per le strade della Williamsburg ortodossa degli Anni Novanta. Questo libro, che tuttora mi porto dietro ovunque vado, ha segnato la mia adolescenza e la mia crescita interiore come donna ebrea nata e cresciuta in un Paese a maggioranza cristiana.
Nelle pagine di Potok si parlava di “ebrei ortodossi che si incamminavano verso le loro yeshivot vestiti con i loro cappotti neri” e questa frase mi ha sempre incuriosita. Così due anni fa, quando sono venuta a vivere a Brooklyn per lanciarmi nella carriera di foto-reporter, non ho potuto resistere e sono finita a scattare per le vie di una Brooklyn ortodossa simile a quella descritta da Chaim Potok.

Federica Valabrega

Il tuo progetto, però, è al femminile.
Nell’estate del 2010 ho deciso di concentrarmi soprattutto sulle donne ortodosse perché ho sempre pensato che le donne ebree custodissero un mistero che a me sarebbe piaciuto svelare. In principio ho sofferto la sindrome “dell’estranea tra noi”, vagando a zonzo per la Kingston Avenue di Crown Hights senza meta e senza un’idea chiara in testa di cosa fotografare. Dopo poche settimane ho definito un vero e proprio obiettivo: avrei studiato, conosciuto e fotografato la bellezza spirituale che è racchiusa nelle Bat Melech, le figlie di Dio, donne che nell’ortodossia ebraica sono considerate preziose come i rotoli della Torah e per questo si coprono il corpo di abiti scuri. Sono donne che si pensa non lavorino e si occupino solo di fare figli; invece dirigono il focolare, studiano la Torah, insegnano Filosofia alla Columbia University o lavorano alla Goldman Sacks come consulenti finanziarie. Esistono donne ortodosse emancipate e indipendenti, che non sono affatto sottomesse dai mariti e che non vivono in una religione patriarcale.
Una cosa tira l’altra, le foto sono aumentante e sono state pubblicate su BurnMagazine, su D di Repubblica e sul New York Times Magazine.

Federica Valabrega – Bat Melech – 2010-12 – courtesy l’artista

Ora ti sei spostata in Israele. Per quanto resterai?
Sarò qui per tre mesi con l’obiettivo di immortalare l’altra parte di queste donne, quelle ritornate in Terra Santa. Voglio che questo progetto diventi un libro e questa esperienza è diventata non solo un’impresa giornalistica notevole, ma anche una ricerca spirituale profonda.

Qual è stata la risposta della comunità ebraica ortodossa finora?
Quella della comunità ortodossa Lubavitch di Crown Heights a Brooklyn è stata ottima. Non ho mai avuto alcun problema, anzi, ora quando cammino per Kingston Avenue mi riconoscono anche e, a volte, mi chiedono se posso scattare delle fotografie ai matrimoni o ai bar/bat mitzvas. Spesso, se ho tempo, lo faccio.
Anche le comunità ebraiche israeliane mi stanno accogliendo bene, ma qui è molto più difficile fare una generalizzazione perché ne esistono moltissime e ancora faccio fatica a individuarle all’interno dei mille quartieri sparsi per Gerusalemme. Finora ho scattato dentro la comunità di haredim Breslov, un paio di Litvish e ultimamente mi sto concentrando molto sulle donne Dati Lumi, le ortodosse sioniste. Nonostante siano tutti meno aperti dei Lubavitch, ho potuto intervistare alcune donne e fotografarle. Qui in Israele l’asticella è molto più alta. Le donne sono più riservate e più religiose di quelle di Brooklyn e spesso le foto non sono gradite. Il kotel, o muro del pianto, per adesso è il mio posto preferito per fare conoscenza con queste donne che poi magari mi danno appuntamento a casa loro o i posti più privati dove poter parlare senza essere disturbate.

Federica Valabrega – Bat Melech – 2010-12 – courtesy l’artista

In Israele hai trovato una situazione molto più complessa, quindi?
Sì, ho trovato una situazione molto più complessa. Qui non ci sono solo ortodossi, ci sono anche gli ultra-ortodossi e, per complicare le cose ancora di più, sono tutti suddivisi in gruppi, quindi magari anche se si va in un quartiere – come il famoso Meah Shearim – non si sa mai chi si sta fotografando fino a che non si riconosce che tipo di copricapo e di gonna hanno le donne. Sto imparando le varie caratteristiche e ogni giorni ne vedo di diverse. Per esempio, mi è capitato di vedere delle donne interamente vestite di nero, con tanto di cappuccio e viso coperto. Sembravano musulmane, ma ci ho parlato e mi hanno detto che sono ebree yemenite.

La fotografia sia per te uno strumento di ricerca, una pratica attraverso la quale capire meglio il mondo?
Assolutamente sì. Più passano i giorni, più capisco che ormai non sono io che decido e vado in cerca di qualcosa che non so, ma questo qualcosa mi si manifesta davanti nella forma umana di queste donne, che, in qualche modo hanno qualcosa da condividere. Le nostre conversazioni sono lunghi discorsi sulla vita, sulla spiritualità, sull’amore, sul sesso, e su come la religione le aiuta o le ostacola.  È una specie di catarsi reciproca da cui si esce più forti.

Federica Valabrega – Bat Melech – 2010-12 – courtesy l’artista

Parte di questo progetto fotografico è stato auto-finanziato tramite il crowdfunding, con il sito Kickstarter. Puoi raccontarci com’è andata? Sei soddisfatta di questa esperienza? Consiglieresti questo strumento di finanziamento ai giovani fotografi come te?
Sono contenta di com’è andata con Kickstarter, ma se non ci fossero stati amici e familiari a promuovermi forse non sarei arrivata ai 3.700 dollari finali. Non sono ancora una fotografa famosa e quindi mi sono dovuta auto-promuovere molto. Ho scritto sul mio blog Federicaville, ho mandato tantissime email, ho scomodato amici in ogni parte del mondo. Kickstarter è un buon mezzo, ma non funziona da solo, bisogna spingere molto nella propria direzione.
Inoltre, sono riuscita a raccogliere fondi anche grazie alla Matanel Foundation e alla Comunità Ebraica di Roma (il prossimo inverno farò una mostra fotografica al Museo Ebraico).

Progetti per quando tornerai da Israele?
Mi organizzerò per capire come pubblicare questo libro e per fare qualche mostra, sia a Roma che a New York. Voglio che “le storie delle mie donne” siano viste e condivise in tanti luoghi. Poi, magari chissà, potrei finire in Germania a fare un libro di foto per viaggi con una nuova casa editrice. La mia vita è sempre un’incognita; non so mai dove sarò il mese successivo e a cosa lavorerò. È questo che dieci anni fa mi ha spinto a non fare la dottoressa e a scegliere la vita di fotografa nomade: scarpe, taccuino, macchina fotografica, passaporto e biglietto aereo sempre in mano. The sky is the limit.

Valentina Tanni

www.federicavalabrega.com
www.federicaville.com

CONDIVIDI
Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • Splendida intervista, splendie foto! Gli auguri piu’ sinceri a Federica per il suo progetto!

  • Angelov

    Queste foto sono straordinarie. L’illuminazione del B/N fa di ognuna di esse un piccolo racconto. Espressive ed equilibrate. Complimenti.

  • emanuele

    a parte fondi,collette,famiglia,come vive la Signora,visto che leis stessa dice che non è un afotografa famosa? sarebbe bellissimo per tutti vivere cosi’,biglietto aereo,,fare quello che ti s alta in mente da un giorno all’altro,senza banalittà…… eh,ma gli artisti si sa sono da nobile lignaggio….

    • Angelov

      Ma la nobiltà la puoi ereditare ma anche conquistare.

    • …caro emanuele, che brutto e miserevole commento!!! A parte che, nell’intervista, Federica dice chiaramente e molto umilmente, di “contare sull’appoggio” anche finanziario di famiglia amici e persone che credono nel suo lavoro, detto questo, gli artisti, quelli veri, sono si’ di “nobile lignaggio” ma sopratutto nel senso che sanno anche campare con quattro spiccioli, dormire dove capita in un sacco a pelo, saltare il pranzo per stampare le proprie foto, esercitare l’umiltà di chiedere aiuto e “credito” quando non ci sono abbastanza mezzi, trovarsi qualche lavoro o lavoretto occasionale anche modesto ecc. ecc. pur di portare avanti la propria ricerca. chi pensa “io sono un artista e quindi ho diritto a campare del lavoro di artista” non e’ ne’ un “artista” ne, un “uomo/donna” ma solo uno sciocco bamboccio!

    • Vivo di questo e dello yoga che insegno. Lavoro per la Repubblica spesso e per i suoi inserti. Faccio servizi per giornali o siti Internet Americani e si riesco a vivere di questo. La mia vita e` invidiabile e la auguro a tutti.
      Grazie per avermi letta.
      Cordiali saluti,
      Federica~

  • …un`altra cosa, io non mi reputo un`artista, ma una giornalista. Ho un masters in giornalismo e quello che scatto non e` inventato, ma vita reale e narro con le miei foto sempre una storia, qundi non faccio Fine Arts Photography, ma Photojournalism.
    A lato ho anche dei clienti privati per cui scatto matrimoni e barmitzva. Quando dicevo di non essere fotografa famosa mi riferivo di non essere la Cartier Bresson del momento, non ancora…ma la vita e` lunga e piena di sorprese. Questo progetto senza questi aiuti di cui parlo lo avrei magari realizzato tra qualche anno, ma invece ho potuto farlo adesso perche` ho avuto degli aiuti tramite questo sito Kickstarter che sponsorizza gli artisti/fotografi emergenti. Ho vinto anche una grant da http://www.burnmagazine.org e si, vivo di poco. La vita dei creativi e` definita da un conto in banca traballante, ma da un cuore felice e dal piede traballante del viaggiatore. che cos`altro posso chiedere di bello ? Speriamo di poter fare comunque quando saro` sposata e con figli :)

  • Ma non dica i fatti suoi a sconosciuti, la prego!

    Se non si firmano, se non mettono nessun riferimento, lasci perdere.

    PS però dica che Kickstarter non funziona in Italia…o perlomeno con residenti in Italia!

  • Alessandra

    I miei più sinceri complimenti per le foto, fatte molto bene, e soprattutto per il tuo progetto e non mi riferisco solo a quello fotografico, ma al tuo progetto di vita. Hai fatto bene a partire per gli Stati Uniti, è un paese che sa valorizzare chi si mette in gioco ed ha un sogno da realizzare con dedizione e sacrificio…Ti auguro davvero tanta fortuna per la tua vita. ;-)
    PS: e non lasciarti scalfire da chi per invidia non ha il coraggio di imitarti ma trova più comodo criticarti per giustificare a se stesso la propria inedia. Anche io ti “invidio” (tra virgolette) ma ciò non mi impedisce di ammirarti, perchè non ho problemi ad ammettere di non aver avuto il tuo stesso coraggio per mettermi in gioco.
    ciao

  • luciano valabrega

    Mi hanno fatto vedere alcune tue foto (io sono solo un appassionato dilettante) giocando sulla casualità dello stesso cognome (per altro non così diffuso).Il tuo modo di vivere,il progetto realizzato,le foto in B e N che ho potuto guardare con emozione mi hanno trasmesso un senso di speranza e positività nella comunicazione per immagini .Sensazioni quasi completamente assenti in questo periodo di banale inondazione di materiale visivo.Ti auguro ogni bene per i tuoi progetti fotografici e per la vita. Ciao luciano