Gore Vidal, Chris Marker: in memoriam

In questi giorni ci hanno lasciato due giganti della cultura occidentale: lo scrittore Gore Vidal e il regista Chris Marker. Che cosa avevano in comune questi due autori geniali? Nulla, eccetto l’essere entrambi tra gli (ultimi) esponenti di una tradizione, quella del Novecento, che si sta estinguendo lentamente senza praticamente lasciare tracce – eccetto pallidi epigoni, e tristi cultori.

Chris Marker - Sans soleil - 1983

E ora Hearst, il creatore, cercava di creare se stesso.
Era come se uno specchio, invece di riflettere un’immagine,
ne avesse proiettata una al di fuori di sé. Hearst era in grado di modificare,
in svariati modi, la realtà, ma questa doveva esistere prima che lui potesse
operare la sua strana magia. Poteva uno specchio deformante riflettere se stesso
se non aveva niente davanti? Hearst era reale? Questo era il problema.
GORE VIDAL, IMPERO (1987)

La tradizione del Novecento si sta estinguendo non tanto perché manchino talenti portentosi, ma proprio perché è l’intero quadro culturale ad essere mutato radicalmente, nel corso di una sessantina d’anni: è come se lo scenario fosse ‘ruotato’ su se stesso, interrompendo e recidendo legami, riconfigurando precondizioni e paradigmi del ‘fare arte’, modelli di fruizione. Ciò che il pubblico richiede all’opera d’arte – ciò che il pubblico stesso della cultura è – non è più ciò che era prima. Fin qui, nulla di strano: solo che questa trasformazione è così portentosa da influenzare la natura dei libri, dei film, e di come essi vengono costruiti.

Gore Vidal – AP Photo

Vidal stesso, nel secondo volume della sua autobiografia-memoir, Navigando a vista (Fazi 2006), aveva colto con il suo stile acuto e lucidissimo il senso profondo di questo processo: “Al contrario di quanto molti credono, la fama letteraria non ha nulla a che vedere con l’eccellenza o con la vera gloria. Per qualunque artista, la fama è la misura di quanto l’agorà trovi interessante la sua ultima opera. Se ciò che ha scritto è noto solamente a pochi altri professionisti, o ai fanatici (Faulkner paragonava gli amanti della letteratura agli allevatori di cani, pochi per numero ma follemente appassionati di pedigree), allora l’artista non solo non è famoso, ma è irrilevante per la sua epoca, l’unica che ha, e neppure può sognare, come faceva Stendhal, avidi lettori in un secolo futuro. Se romanzi e poesie non riescono a interessare l’agorà di oggi, entro l’anno 3091 questi manufatti non esisteranno più se non come oggetti di interesse cenobitico. Questa non è una cosa buona o cattiva. Semplicemente non è una cosa famosa.”

Chris Marker – Level Five – 1997

Gore Vidal nella sua golden age (tra Anni Cinquanta e Settanta) era infatti esponente di un mondo letterario, fatto di duelli (epici quelli con Norman Mailer, suo rivale ed alter ego), di stime reciproche, di sana competizione basata su chi realizzerà o ha realizzato il libro che meglio di tutti cattura lo spirito del tempo.  Dopo gli ‘scandali’ de La statua di sale (l’esordio del 1948) e della commedia satirica Myra Breckinridge (1968), e dopo il romanzo storico Giuliano (1964), si dedica all’elaborazione dell’imponente ciclo di romanzi Narratives of the Empire, in cui dipinge come in un affresco la storia degli Stati Uniti seguendo il passaggio da Repubblica a Impero: Washington D.C. (1967), Burr (1973), Il Candidato (1976), Lincoln (1984), Impero (1987), Hollywood (1990), L’età dell’oro (2000). Si tratta di un’opera gigantesca e in gran parte sconosciuta, che molto prima della famosa trilogia di James Ellroy Vidal si sforza di tracciare una sorta di ‘storia sotterranea’ del suo Paese, riconoscendone e indagandone i tratti caratteristici e le trasformazioni dell’immaginario.
E se c’è un regista che ha realizzato film in forma di incunaboli, che però già alla prima visione si rivelano opere universali e potentissime, questo è certamente Chris Marker. La Jetée (1962) ha rivoluzionato il linguaggio cinematografico, montando in maniera vertiginosa realismo e fantascienza, e facendo ‘parlare’ dei fermo-immagine. Che influenzeranno in profondità non solo L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam (sorta di remake ‘animato’ del 1995), ma anche e soprattutto, tra 1977 e 1980, la Cindy Sherman degli Untitled Film Stills: l’idea della sequenza di immagini come cinema in nuce e racconto in potenza, e del fuori-campo come elemento costitutivo della narrazione e dell’azione, proviene direttamente dall’esordio fulminante di Marker.

Gore Vidal – Myra Breckinridge. Myron

Egli ha saputo creare nel tempo un linguaggio e uno stile talmente personali e originali da risultare assolutamente indefinibili e inclassificabili, impossibili da incasellare soprattutto secondo i rigidi standard contemporanei: il documentario incorpora infatti regolarmente elementi di fiction, mentre la voice over imbastisce sulla sequenza di immagini il commento filosofico e poetico. Nella nutrita filmografia di Marker, altri esempi di questa ricerca assolutamente indipendente e in continua evoluzione sono Sans Soleil (1983), riflessione densissima sulla memoria e sull’artificialità dei ricordi a livello individuale e collettivo (una specie di versione iper-sperimentale di Blade Runner), e Level Five (1997), in cui un videogioco sulla battaglia di Okinawa diventa il telaio per un’articolata meditazione sulla Storia e sulla relazione tra reale e virtuale.
Questi film – così come il ciclo ‘imperiale’ di Gore Vidal – sono di fatto già oggi degli “oggetti di interesse cenobitico”, nonostante siano tuttora perfettamente in grado di rivelarci cose importantissime su noi stessi: forse, la previsione semi-catastrofica che Gore Vidal posizionava nel 3091 si sta rivelando fin troppo ottimistica.

Christian Caliandro

www.guardian.co.uk/books/2012/aug/01/the-a-z-gore-vidal

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).