A Kassel, non mi fido di Fido

Una dOCUMENTA (13) da cani! È la verità, ma non è quello che può sembrare. In fondo al parco Karlsaue c’è una mostra proprio per loro. Che però, a guardarli guardare, paiono un tantino perplessi. Tutto qui? Che diamine, arte all’arte, i più dotati ricambiano lasciando un ricordino. Ma non in scatola.

dOCUMENTA (13) – Brian Jungen – Dog Run – Katlsaue

Un cane. Se ce l’avete, potreste prendere in considerazione l’idea di portarlo a Kassel, in Germania, ma non per farvi semplicemente compagnia. Nella grande manifestazione d’arte in corso c’è infatti una documenta anche per lui. In fondo al parco barocco Karlsaue, cercare Dog Run per credere: è un circuito di installazioni di 2.500 mq realizzato di proposito per loro dall’artista canadese Brian Jungen, con tanto di divieto d’accesso per esemplari della specie umana se non accompagnati. Chi l’avrebbe mai detto che si sarebbe arrivati a tanto? Beh, in certo qual modo, l’argomento l’ha sondato il ben noto sovversivo Jacques Derrida (1930-2004), il filosofo che ogni cosa che tocca, quella si complica, traballa, si rovescia. Figurarsi cosa accadde quella volta che il suo caro animale domestico – non un cane, una gatta, ma poco importa – gli passa davanti mentre lui, nudo, sta uscendo dalla doccia. Si guardano reciprocamente. Per lui, un’esperienza tremenda, senso del pudore e giù a rifletterci. Gli comincia a balenare qualcosa a partire dal portato cartesiano dell’ergo sum. Dunque, “chi” sono? Un confronto esasperato con se stesso, l’animalità, l’alterità e via dicendo. E, come risultato, non poteva che intitolarlo L’animal que donc je suis (1).

dOCUMENTA (13) – In vista di Dog Run di Brian Jungen – Karlsaue

Però, questa per i cani dev’essere una fissazione tutta tedesca se già nel 1919 dell’altro secolo aprirono una scuola delle arti che si chiamava Bau-haus. D’accordo sul senso letterale di costruzione-casa, ma, diciamolo, quel Bau alludeva esplicitamente. Sarà nato mica per un equivoco il famigerato anatema nazista dell’arte degenerata? D’altronde, si direbbe che sta cosa dell’arte e dei cani era proprio nell’aria da almeno un secolo. Per quale altra ragione il bassotto a ruota libera di FuturBalla sarebbe finito in un museo? Certo, la svolta decisiva, trasversale, subliminale e surrettizia, c’è stata con i dadaisti, i soliti provocatori, e poi giù, reazioni a catena. E così, quante volte davanti a certe opere, quelle che lì per lì non ci si capisce niente (e dopo ancora meno), abbiamo detto che son fatte “a c… di cane”? E sì, quante volte. E magari Fido s’era pure offeso. E però, a forza d’insistere… Via, ora si va a Kassel, ognuno con il proprio Fido.
Ma siamo proprio sicuri? Cosa potrà cambiare nella loro esistenza l’imbattersi in un truismo del tipo “Tutto il sapere, l’insieme di tutte le domande”? Non parliamo poi di quelli a doppio senso. Così, se appena rientrati a casa, i nostri cari fedelissimi amici volessero intraprendere una nuova carriera, sai che dramma? Poniamo che per vie clandestine vengano a scoprire che “l’arte è la manifestazione sensibile dell’Idea”: come la mettiamo? Perché questa affermazione, tanto impegnativa per noi e per l’arte, l’ha pronunciata uno che poi ha visto bene di proclamare la morte dell’arte. La nostra arte, e non certo per il venir meno delle opere.

Di questo passo, se poco poco loro, i cani, ci sgamano, ci siamo giocati la reputazione. “Ah, adesso ho capito”: pare proprio di sentirli sti neoartisti-cani, sti neocritici, o magari cani-artisti, -critici, -storici, -galleristi… E poi chi ci combatte più con un Fido ribelle, divenuto d’un colpo il miglior amico di Hegel… e il miglior interprete di Derrida? Rischio secessione, arte cinica e ti saluto antropocentrismo. Tutti infidi i cani, altro che storie. Ma quelli che hanno ideato questa documenta per cani l’avranno calcolati i rischi? Che sono troppi e troppo grossi, troppa libertà, troppa anarchia; restino a casa, meglio che non vedano, che non sappiano, non pensino oltre il dovuto. Che poi, sarebbe davvero il colmo se, usciti dalla loro prima documenta, finissero pure in un vecchio capannino di legno nello stagno, lì nei pressi, a godersi The Worldly Hause, un intervento multimediale di Tue Greenfort. Tra video e documenti vari (su Kounellis, per esempio), lupus in fabula, voilà il loro nuovo maître à penser: un Jacques Derrida – signori! – che, in una foto posta ad altezza muso canino, tiene in braccio la sua gatta. Proprio quella. Come non bastasse, qui l’hanno messo a far coppia con la filosofa/scienziata Donna Haraway che ha teorizzato una co-evoluzione delle specie. Come dire: interazione tra specie viventi in ambienti comuni, risposte evolutive reciproche. Poniamo l’essere uomo e l’essere cane: “due facce della stessa medaglia evolutiva”? Un Fido che riflette ambizioni e privilegi della specie umana? Proprio così, dice lei in The Companion Species Manifesto (2).
No, Fido, tu resti a casa! Anzi, in attesa del mio rientro da Kassel, ti metto in una bella casa per cani, e chiamala pure Bau-haus se vuoi. Ma via, in isolamento, buono e a cuccia, caro Fido… te la do io la documenta!

Franco Veremondi

N.B. Scherzosamente e affettuosamente dedicato a tutti i cani del mondo, soprattutto a quelli in cerca di un buon amico a cui essere fedeli.

(1) Jacques Derrida, L’animale che dunque sono, Jaca Book, Milano, 2006
(2) Donna J. Haraway, Compagni di specie, Sansoni, Milano, 2003

www.documenta.de

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Franco Veremondi
Nato a Perugia, residente a Roma; da alcuni anni vive prevalentemente a Vienna. Ha studiato giurisprudenza, quindi filosofia con indirizzo estetico e ha poi conseguito un perfezionamento in Teoretica (filosofia del tempo) presso l’Università Roma Tre. È giornalista pubblicista dal 1994 occupandosi di arti visive, di architettura e di estetica dei nuovi media. Nell’ambito delle arti ha svolto periodicamente attività curatoriale e didattica. Collabora con quotidiani e riviste di area europea.
  • mah

    CCB non poteva che fare una mostra da cani, vedi il flop clamoroso a Sidney. L’ultima Biennale di Istanbul s’è mangiata Documenta con tutte le scarpe

  • Francesco

    Bah! Era più interessante il raccontino di qualche mese fa pubblicato sul blog di Scorsone.

    • Franco Veremondi

      Come autore di questo articolo, non posso non essere curioso di leggere il “raccontino” di Scorsone a cui fai riferimento. Puoi indicare il link? A beneficio mio, ma anche dei lettori di Artribune, naturalmente. Piccola nota a margine: “A Kassel, non mi fido di Fido”/Artribune, è entrato nella selezione della stampa internazionale fatta dalla Documenta 13. Piccola nota ancora più a margine: tra le centinaia di articoli italiani usciti dall’apertura della mostra, solamente questo e un altro pubblicato da Domus fanno parte di tale selezione.

    • biro

      devo riconoscere che i resoconti delle riviste specializzate italiane sono abbastanza carenti, ahimé come sempre troppo concentrate sugli artisti italiani. eccellenti sono stati Frieze (ed tedesca), Monopol (un numero ad hoc), Taxi, Art Forum, Ace, e e-flux. ma ognuno si informa dove crede. la cosa migliore per me è stata andarci 5 giorni. un`edizione splendida, di gran lunga avanti rispetto alla Biennale.ma anche questo è un giudizio personale.

  • Anna

    Avete letto l’ “elzeviro” di Danilo Eccher sul Corriere della sera di giovedì scorso (9 agosto) ? Si può anche scaricare da internet.