Reel to real cacophony

“Non siamo in guerra, difendiamo la democrazia”. “Non siamo in guerra, c’è la crisi”. Repubblicani e democratici uniti nella mistificazione della realtà. Mentre al cinema la guerra c’era e c’è eccome. Da “Il cacciatore” a “Restrepo”, 35 anni di inferno sul grande schermo.

Sam Mendes - Jarhead

The most noble fate a man can endure is to place
his own mortal body between
his loved home and the war’s desolation.
Robert A. Heinlein, Starship Troopers(1959)

La guerra è sui nostri schermi. Da parecchi anni. E senza che quasi ce ne accorgessimo.
In questa infiltrazione c’è infatti molto poco della valanga esplosivamente creativa post-Vietnam (nell’ordine: Il cacciatore, Michael Cimino 1978; Apocalypse Now, Francis Ford Coppola 1979; Rambo: First Blood, Ted Kotcheff 1982; Platoon, Oliver Stone 1986; Hamburger Hill, John Irvin 1987; Full Metal Jacket, Stanley Kubrick 1987).
Si tratta, piuttosto, di un’invasione sotterranea: spettrale. C’entra forse il fatto che i conflitti in Afghanistan e in Iraq sono stati pervicacemente rimossi, nella loro evoluzione e nelle loro conseguenze: prima, dalla retorica repubblicana, ossessivamente concentrata sul controllo totale delle informazioni e della realtà mediata (un anonimo funzionario della Casa Bianca, primo mandato dell’amministrazione Bush: “Adesso siamo un impero e, quando passiamo all’azione, siamo noi a creare la realtà. E mentre voi studiate quella realtà […] noi passiamo di nuovo all’azione e creiamo altre realtà, che voi potrete studiare, e così i conti tornano”); poi, dalla realpolitik democratica, ossessivamente concentrata sulla crisi economico-finanziaria. Fatto sta che l’argomento della guerra è scivolato via molto rapidamente dalle prime pagine dei quotidiani e dai programmi di approfondimento, ed è stato sempre più tollerato come un parente scomodo e sgradito.

C’è però una pattuglia di film interessanti, realizzati forse non a caso da autori grandi e grandissimi, che hanno rimesso al centro il tema attraverso una rappresentazione filmica della guerra, per così dire, 2.0 (anche se questa sigla è venuta anch’essa presto a noia: colpa dell’abuso e dell’uso quasi sempre inappropriato, come al solito).
Jarhead (2005) di Sam Mendes, basato sul libro autobiografico di Anthony Swofford, è un Deserto dei Tartari aggiornato e postmoderno, con il soldato “Swoff” costretto a confrontarsi nel Kuwait del 1991 con un nemico-fantasma e con una guerra invisibile, nella quale comunque rimarrà intrappolato a vita, anche dopo il ritorno a casa (“Noi siamo ancora nel deserto”).
Brian De Palma, invece, in Redacted (2007) ha tentato un esperimento ai limiti della rappresentabilità e della raccontabilità: il trauma bellico (lo stupro e l’omicidio da parte dei militari di una quattordicenne e della sua intera famiglia a Mahmoudiyah in Iraq) è percepito, analizzato e restituito attraverso il filtro prismatico dei frammenti informativi (video di guerra, siti, post) rielaborati e rimontati (‘redacted’ designa, letteralmente, un documento ‘preparato per la pubblicazione’, in cui gli elementi più disturbanti vengono espunti dalla versione finale). Secondo lo stesso De Palma, “la vera storia della guerra in Iraq è stata redatta dai media commerciali di massa: se siamo disposti a provocare questi disordini, allora dobbiamo anche affrontare le orrende immagini che conseguono da questi atti”.

Tim Hetherington & Sebastian Junger – Restrepo

In the Valley of Elah (2007) di Paul Haggis adotta un approccio più “intimista” all’abisso della devastazione psichica e morale, mostrando il lato più banale e sconcertante dell’atrocità (vera) e stressando sottilmente ma inesorabilmente il confine tra fiction e realtà.
Il capolavoro di realismo crudo e di precisione interpretativa è però del compianto foto-giornalista Tim Hetherington (ucciso il 20 aprile 2011 a Misurata), che insieme al reporter Sebastian Junger ha realizzato nel 2010 un documentario di impressionante e rara potenza: Restrepo. È la storia del secondo plotone della Compagnia Bravo, distaccato per 15 mesi nella valle di Korengal, “il posto più pericoloso della Terra”. Nell’avamposto che prende il nome dal soldato-medico Juan Sebastián Restrepo, ucciso in battaglia, si svolge una vita collettiva che, per la sua prossimità alla morte, assume contorni agghiaccianti e terribili proprio a causa della sua quotidianità. Qui l’inferno è una routine.

Christian Caliandro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #6

 

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).