L’unica verità possibile

Una riflessione che parte dalla letteratura per parlare d’arte, nata da un invito indiretto di Cristian Caliandro, autore qui su Arrtibune, di una serie di saggi sul realismo. Gian Maria Tosatti raccoglie gli spunti e ci dice la sua.

Franco Francese, 16 VII 1980, 1980

Tempo fa Christian Caliandro mi aveva invitato a un confronto. Non avevo buoni argomenti per la testa che esulassero dalle quattro mostre che stavo preparando allora e rimandai il proposito a tempi migliori. Oggi che mi trovo in vacanza forzata a Roma ho il tempo di spaziare nelle letture e di farmi provocare da certe intuizioni, ne raccolgo una proprio di Caliandro, che nell’ultima (per ora) tappa del suo saggio a puntate sul realismo, cita una definizione di Gian Arturo Ferrari (per la spiegazione rimando direttamente al saggio relativo pubblicato su questa rivista). La definizione è “libroidi” o finti libri. E, riferito all’orizzonte letterario, essa definisce perfettamente quei prodotti che in maggioranza si assommano sugli scaffali e che di solito si acquistano per la buona intuizione di grafici da copertina o per la buona sintesi dei compilatori di quarta. Caliandro afferma ciò che è lapalissiano, cioè che quei libri non hanno niente a che fare con il realismo. Per quanto siano focalizzati, a volte, anche su precise questioni politiche di un certo momento storico o su documentate circostanze biografiche e di costume, essi sono, di fatto, fuochi (inteso in senso ottico) al di fuori del contesto, e dunque fuochi fatui. La storia inizia e finisce lì. Sì dà come prodotto da consumare all’interno del suo perimetro. Inscatolato, come le orchidee. Quel che manca è appunto il contesto, ossia ciò che sovrasta, motiva e dà dimensione al dettaglio di cui si parla, ciò che lo rende “rilevante” perché “incidente”.  Ecco, mi pare d’aver capito che per Caliandro sia proprio questo che fa di un libro un’opera realista, la sua capacità di incidere sulla realtà.

Franco Francese, Elegia Kronstadt, 1966

È chiaro che qui si parla di letteratura per dire di arte, e a dir la verità mi riproponevo di uscire dalla metafora per affrontare il tema del realismo artistico sul suo campo più crudo, quello delle mostre, delle fiere… Avevo pensato di scrivere di come ultimamente mi capiti di vedere opere intercambiabili: la stessa opera, a Basilea firmata da X, a Miami firmata da Y, a Torino firmata da Z, una clonazione formale che poi però, quando vai a chiedere, propone giustificazioni concettuali differentissime. Eh… potere del logos, premesse diverse e risultati uguali… poteri dell’inautenticità. Volevo proprio parlare del fatto che l’opposto del realismo fosse proprio questa continua filiazione estetica che procede per via ottica, questa clonazione del gusto che procede indipendentemente dall’identità.
Ma poi un imprevisto mi ha fatto cambiare piano facendomi decidere di non uscire dalla metafora e di restare nel campo che Caliandro, indirettamente, mi propone, quello dei libri, perché in questi giorni un amico, Corrado Beldì, collezionista e amante d’arte, mi ha fatto dono di un volumetto preziosissimo, in modo inatteso, arrivato per posta, senza preavviso. È un libello quadrato edito e curato da Vanni Scheiwiller. Il titolo è Elide. L’autore, Franco Francese, pittore milanese attivo nella seconda metà del secolo scorso. Resto, dunque in campo letterario, per forzare ulteriormente un ragionamento che ho già fatto qualche mese fa su un’altra rivista, parlando del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. Dicevo allora di come i pittori siano narratori eccezionali, perché sfuggono all’andare a vuoto della lingua e portano nella parola la materia e il suo peso corporeo. Il libro di Francese è un ricordo della sua compagna e raccoglie tutte le opere che lui le ha dedicato. Non una grande produzione, qualche disegno e qualche quadro, un percorso un po’ avulso dal resto della produzione pittorica dell’artista. Francese quasi se ne duole di questa esiguità nel testo che chiude il volume, un breve testo che ripercorre la storia della relazione fra lui ed Elide appunto. È forse una delle cose più belle che abbia mai letto.
Un racconto disarmante che chiude un libro crudelissimo, di un’umanità definitiva. Il ritratto letterario procede in parallelo con l’evoluzione dei disegni, dai primi profili accennati a grafite e sognati della ragazza che un giorno il pittore non aveva potuto seguire sull’autobus per Novara perché gli “mancava qualche lira per il biglietto”, ai ritratti a olio che man mano arrivano a penetrare quella figura oltre l’apparenza, a rivelare il lampo degli occhi anche quando li dipinge chiusi, fino a far apparire, negli ultimi anni, la linea rossa di una coperta tirata, nella parte bassa della tela, ad alludere a una malattia che si fa strada fino a conclamarsi nell’ultima opera, L’addio del 1981, ritratto di una potenza quasi indicibile, raggelante.

Franco Francese, 16 VII 1980, 1980

Percorro questo libricino avanti e indietro, lo leggo e lo rileggo. Ha una scrittura semplice eppure nella mia testa non riesco a non collocarlo fra le pagine grandi della letteratura. E il motivo è proprio quello che Caliandro mi suggerisce all’orecchio: questo libro ha i crismi del realismo. In effetti, i due paragoni immediati che mi viene da fare mentre leggo sono con la letteratura di Louis-Ferdinand Céline e con le canzoni di Piero Ciampi, due campioni del realismo. Ad accomunare Francese e Céline c’è addirittura una tensione particolare fra il caos armato attorno a cui gira l’opera dei due autori, i loro ritratti a tinte cupe, cupissime, impietosi di rosso-sangue, nero-polvere, e i cambi di tono, spiazzanti, quando in mezzo a quell’inferno in terra di cui si parla nelle loro opere, compare, per un momento, la figura della propria compagna. Nella lotta di stracci e sputi che compone la cosiddetta Trilogia del Nord di Céline, dove ogni uomo non è più nobile di un pidocchio (autore compreso), i soli momenti di altezza, di commozione, di vera umanità, sono i pensieri dedicati a Lili, compagna di fuga del vecchio Bardamù tra le rovine della Germania del ’44, tra bombe, freddo delazioni e infamie. È di questo che parla un volumone di quasi mille pagine, della fuga di un uomo nell’Europa in fiamme, un racconto quasi privato, che non alza mai la testa dai propri passi e dai propri inciampi e che però raccoglie, forse come nessun altro libro, la verità di quegli anni terribili, anni di rimosso collettivo, che invece Céline inchioda sulla pagina in questo suo racconto privato, con la stessa forza con cui aveva reso anni addietro quella che resta forse la più chiara e lancinante fotografia del Novecento, nel Viaggio al termine della notte. Anche lì, storia di uno, vicenda privata – “cazzi suoi” avrebbe detto lo stesso Céline – e che però resta la Guernica della letteratura mondiale, l’immagine più emblematica della caduta degli dei nel baratro del Secolo Breve.
E poi dicevo Piero Ciampi, che ancora mi ricorda Francese, la sua voce di cantautore semisconosciuto degli anni Sessanta, che parla sempre e ancora sempre di sé, di sua moglie, dei loro sguardi incrociati in un palazzo di giustizia dove si consumavano gli ultimi atti ufficiali di un amore non finito. E l’unica certezza è che in nessuna di quelle canzoni la voce dell’autore tremi per un’omissione di verità. Ciampi non mente mai.

Piero Ciampi

E mentre penso a tutto questo, mi ricordo di una conversazione di qualche settimana fa con Alessandro Facente, di un suo proposito per un articolo da scrivere che non so se poi scriverà. Ma, tra il serio e il faceto delle nostre conversazioni abituali, mi diceva che gli artisti hanno smesso di parlare di sé. Eravamo alla presentazione della mostra finale del Whitney Studio Program, uno dei più prestigiosi programmi di residenza al mondo, dove tutti si erano improvvisati attivisti politici, movimentisti in stile Occupy Wall Street, con in mano il kit completo dell’indignado, estetica compresa. Una rassegna di luoghi comuni copia-incollati che non poteva non risolversi in un auto-annullamento per inefficacia della forma e del messaggio, in una parola, per inautenticità. E camminando per la Bowery, Facente mi dice: “Gli artisti non parlano più di sé e così non parlano più di niente in verità”. Il virgolettato è mio, ma, più o meno, sintetizza il senso del discorso. Ed effettivamente è proprio così. Restiamo spesso perplessi di fronte ad opere che si propongono di affrontare la realtà in un orizzonte cronachistico, quasi impersonale, quasi che la “ricerca” sia scindibile dall’ “essenza”.

Louis-Ferdinand Céline

I lavori, invece, di cui abbiamo parlato in questo articolo, il libro di Francese, il Cristo si è fermato a Eboli di Levi, i romanzi di Céline, le canzoni di Piero Ciampi, sono tutte esperienze intime, più ancora che autobiografiche. “Cazzi loro”, come direbbe Bardamù, ma proprio per questo sono le loro verità. E siccome la verità è sempre una sola, tutti quei libri sono la verità, la loro che non può essere diversa dalla nostra. E così ecco che quelle opere che sembrano autoreferenziali, escono dal perimetro di concentramento del “libroide” ed infettano ogni contesto, di ogni contesto sono specchio. Così nella vicenda privata di Céline si rivela la ventura del Novecento meglio che in qualunque saggio di storia contemporanea, così nelle poche pagine di Francese, nel suo prezioso raccontino, c’è tutto lo spirito di un trentennio, quello dell’Italia del dopoguerra, attraversato da due artisti compagni, che sembrano infilarsi un una galleria sempre più buia, in cui fanno a tempo a proiettarsi le ombre della “disperata solitudine” di Sironi, della vitalità di Kokoschka ad una Biennale di Venezia di cui non si ricorda nemmeno l’anno e poi più niente, solo quell’interno aguzzo di quell’ultimo quadro, quel letto grande in cui Francese si stenderà da solo ancora per qualche anno a dirci la verità sulla morte, l’unica verità possibile, quintessenza del realismo.

 

Gian Maria Tosatti

 

  • Marco^

    Mi sembra un articolo di una banalità infantile. Qualunque persona che riconduce la propria vita ad un senso autentico e che non si fa offuscare dal “logos”, i trend modaioli ed inconsistenti etc…sa benissimo che l’unico modo di fare arte e l’unico presupposto dell’arte è parlare di sè.
    Tutte quante le categorie, il realismo, il concettualismo, l’impegno politico o sociale sono solo equivoci interpretativi. L’arte sincera è sempre emanazione dell’individuo.

    Pertanto tolti un po’ di voli pindarici (anche convincenti) rimane ben poco che merita di essere letto

    • fin de siecle

      caro marco non mi sembra che tu sia meno banale…

  • christian caliandro

    Caro Gian Maria,
    bellissimo pezzo, complimenti.

    • fab.ballerini

      ma daiiiiiiiii

  • Trovo che l’interessante contributo di Tosatti focalizzi l’attenzione su una sola faccia della medaglia. La questione autenticità-inautenticità, che giustamente diventa propaggine del discorso sul realismo, non si risolve con l’assioma “l’unica verità possiblie è l’esperienza intima”. Di sicuro il vissuto individuale può essere base solida su cui costruire un discorso realistico, come accade in Céline, Ciampi, Levi (aspettiamo ancora qualcuno che si cimenti in una coraggiosa esemplificazione, citando artisti contemporanei). Ma un artista che non abbia la capacità di rendere universali i temi personali non riuscirà mai a comunicare in maniera efficace la sua verità: il suo sarà un realismo spuntato. Dice bene Tosatti, siamo circondati da luoghi comuni e da improvvisati attivisti, movimentisti e indignati. Ma siamo anche circondati da folle di artisti che non vedono oltre il loro naso, strabordanti individualismo e egocentrismo, intimi in maniera stucchevole, propugnatori di un autobiografismo sterile. A loro manca la capacità di connettersi con l'”altro da sé”. Ogni verità intima, diventa reale se condivisa. Anche in questo caso, la realtà corre in equilibrio su un filo sottile.

    • Mariano

      E’ vero, ma infatti, se ci fai caso quel che ha fatto grande l’arte di fine anni ’60 e degli anni ’70 è stato il fatto che gli artisti erano tutti estremamente consapevoli del proprio contesto socio-politico. Ne erano partecipi spesso in prima persona. Erano vicini ai movimenti. Ma poi nell’arte esprimevano un punto di vista personale e originale (però non avulso dal conteto, pensa all’Arte Povera). Non mischiavano le carte, ma le possedevano tutte.
      Quel che dici tu è molto vero e penso sia anche quel che intende Tosatti quando parla di “clonazione ottica” cioè che a molti artisti di oggi manca un legame profondo (e di contenuto) col proprio contesto (questo a prescindere dal lavoro). Ovviamente, nel lavoro, anche in un lavoro intimo, questo finisce per rivelarsi.

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

      LA RISPOSTA DI VINCENT VAN GOGH !

      “Dalle lettere di Van Gogh: “Sempre più mi convinco che i quadri che bisognere fare perché la pittura attuale diventasse veramente se stessa e salisse a un’altezza equvalente alle cime serene raggiunte dagli scultori greci… dovrebbero sorpassare la potenza di un individuo isolato.

      Essi saranno dunque probabilmente creati da gruppi di uomini che si mettono insieme per dare esecuzione a una idea comune” (Arles, 1888).
      Sorpassare l’individuo isolato: il grande problema dell’arte contemporanea…”

      • Mariano

        Vero, verissimo… pensa solo all’invito di Van Gogh a Gauguin….
        e anche alla riflessione formale di Van Gogh… estremamente connessa con la ricerca del suo tempo… ma poi…. i risultati finali sono opere come la “Camera di Arles”…. ed è per quello che Van Gogh fa tremare.

  • paola ugolini

    Gianmaria complimenti, bellissimo pezzo, molto interessante e colto.

    • max

      pure tu

  • Damiano Reali

    Ora però sono curioso di leggere il testo di Francese.
    Ma si trova il libro di cui parla Tosatti?
    Celine e Levi li ho letti, ma Francese mi manca.
    Comunque è vero, è sempre bello leggere i ragionamenti degli artisti, che diventino opere letterarie, come quelle citate, che siano semplici diari, come quelli di Giacometti, ad esempio, o anche che siano articoli, come questo bello di Tosatti.
    Brava Artribune che li ospita…

  • Beatrice (Bg)

    Complimenti Gian Maria. Ancora una volta sorprende la tua capacità di fare centro e di farti strada schivando tutta l’ipocrisia e la falsità che troppo spesso invade il mondo dell’arte in genere. Concetti e verità, come il realismo, considerati ormai scontati e “da superare”, ma che -alla faccia delle “opere intercambiabili”, sacrosanta verità- continuano ad avere un battito. Ho trovato l’articolo interessante e sincero, e come tutte le cose belle è miele per le malelingue da quanto rivela l’esordio dei commenti. (Grazie per l’invito a leggerlo)

  • Angel

    Caro Gian Maria,
    come sai ho avuto la fortuna di leggere il breve testo di Franco Francese che ho trovato di una poesia sconvolgente e di un realismo viscerale (per dirla in qualche modo con Bolaño). Viscerale perché parla di sé senza retorica, attraverso una vita (la propria vita) che diventa parola per necessità e Realista perché si evolve come un’urgenza intima, in questo caso nei confronti della compagna perduta. Tuttavia, la mancanza di realismo in tanti libri, opere, film, ecc.. non credo dipenda tanto della mancanza di un racconto del sé (o non solo), quanto della mancanza di quella (o di una qualunque) necessità, di quella (o di una qualunque) urgenza. Mostre personali che sembrano collettive o collettive che possono essere facilmente intese come personali ci parlano di un’altra verità, quella della sopraffazione della forma sui contenuti nella cultura contemporanea o semplicemente di mode o stereotipi che fuoriescono con il marchio di fabbrica bello in vista. Certo, mostre senza identità, ma qua entriamo in un rapporto di causa-conseguenza che difficilmente possiamo risolvere con un commento.
    Credo che parlando dell’io, o dell’identità in generale, si rimanga nell’autoreferenzialità quando è circoscritto al hic et nunc del narratore, quando quello che racconta non è in grado di proiettare e proiettarsi verso l’altro, verso l’ambiente circostante o verso un’identità individuale o collettiva in divenire. Solo in questi casi potremo leggere la verità tra le righe, il realismo stratificato nei diversi registri di lettura, che si allontana dalla finzione per presentarsi in modo veemente davanti ai nostro occhi. Altrimenti dovremmo allontanare dal realismo, giusto per citare due esempi, i romanzi di Murakami o le narrazioni allegoriche di Saramago (Cecità in primis)?
    Un saluto
    Angel

  • pietro c.

    Il “parlare di se” come viene inteso nell’articolo dovrebbe determinare una peculiarità o una caratterizzazione. In realtà gli esempi forniti da Tosatti appartengono ad un clichè ed il clichè per sua narura è una forma di rappresentazione impersonale.
    Perchè quindi parlare di se se il parlare di se genera clichè cioè cose non reali?
    Clichè come Francese e Ciampi nella storia della cultura ce ne sono a decine. Poeti maledetti o tristi trovatori post-bellici.
    Più che di realismo nell’articolo si è parlato di un certo tipo di esistenzialismo, che certamente appartiene alla sfera del reale ma che non riesce a produrre un senso di verità.
    Si dice nell finale che l’unica verità possibile è la morte, ma può la morte del singolo essere considerata ancora oggi come l’unica verità possibile?
    Credo di no.

  • max

    il presupposto di tirare fuori un pittore dimenticato e’ onorevole e fa molto sgarbi.
    ma se questo pittore e’ stato dimenticato ci sara’ un motivo?
    ma come fate a dire bello, inoltre e’ la brutta copia di quello che facevano negli anni 50 milioni di pittori.
    inoltre per finire alla grande poteva tirar fuori Italo Calvino per completare una ingenuita’ letteraria non male

    • Nichi58

      Gentile Max, Gian Maria Tosatti non ha certo bisogno di avvocati difensori, ma il suo commento critico, ovviamente del tutto legittimo, suona francamente ingeneroso nei confronti dell’articolo. A me sembra che paragonarlo a Sgarbi per la “riesumazione” di un artista dimenticato c’entri poco o nulla: se Sgarbi lo fa – spesso – per puri motivi di rendiconto economico, Tosatti cita Francese all’interno di un discorso ermeneutico che di sgarbiano ha ben poco. E poi, in seconda battuta: la storia dell’arte vive continuamente di ripescaggi critici, non è affatto detto che se un artista è stato dimenticato “ci sarà un motivo”. Altrimenti, con questa categoria, il Van Gogh (tanto citato nei commenti precedenti) intorno al 1900 sarebbe stato destinato ad un perenne oblio, ma poi, com’è ben noto, le cose andarono ben diversamente soprattutto grazie agli espressionisti tedeschi. Oppure, al contrario: non è per nulla scontato che artisti oggi sulla cresta dell’onda e del mercato saranno ritenuti egualmente importanti un domani; le faccio un esempio ancora ottocentesco: nel 1863 Alexandre Cabanel vinse il Salon ufficiale di Parigi, mentre Manet era più o meno dileggiato per la “Colazione sull’erba” al Salon des refusés. Cabanel ebbe allora tutti gli onori, ricche commissioni, l’interesse di grandi collezionisti, ecc., Manet era il simbolo di come non si doveva fare pittura. Sappiamo tutti come è andata: oggi il nome di Cabanel è noto solo a una ristretta cerchia di intenditori, mentre Manet è considerrato uno dei grandi dell’800. Anche se naturalmente la ruota della fama e del giudizio critico potrà ancora cambiare.
      Ingenerosa, mi permetta, la nota finale su Italo Calvino per sottolineare l’ingenuità letteraria di Tosatti che, a mio parere, non c’è affatto: l’articolo è profondo e ben scritto e pone problemi reali rispetto al tema dell’autenticità/inautenticità dell’opera d’arte contemporanea. È chiaro che non si potrà porre tutto nella prospettiva del realismo come espressione diretta dell’esperienza singola, perché si dovrebbe – per quanto possibile – saper passare dal microcosmo del sé al macrocosmo dell’universale (come ci insegnano, tra l’altro, tanta grande arte, musica e letteratura del Romanticismo), ma il problema posto da Tosatti e indirettamente da Caliandro è sostanziale.
      Un cordiale saluto da un docente dell’Accademia di Belle Arti di Perugia

      • pietro c.

        questo commento è retorico quanto l’articolo…non è che sei lo stesso autore?

        • Nichi58

          Ma neanche per idea!!! Non ho nulla contro il tuo giudizio, preferirei però la, motivazione! Un saluto nonostante l’evidente disaccordo

          • pietro c.

            Credo che il tuo commento è retorico perchè citi artisti come Manet ponendoli come esempi di incomprensione critica.
            Io credo che di Manet ce ne sono pochi nella storia dell’arte occidentale ragion per cui il tuo paragone non calza assolutamente, in sostanza credo che sia il tuo commento che l’articolo hanno un livello critico da bar dello sport.
            Ora io amo i bar e soprattutto la mattina con tanta gente che fa colazione, ma credo che artisti come Francese non sono interessanti (Ciampi almeno a scritto una canzone in cui manda af….ulo prima ancora di Masini).
            Qual’è il punto di Tosatti in questo articolo? Forse quello per cui gli artisti dovrebbero tutti farsi di eroina o essere alcolizzati per essere realisti?
            Non ho parole per definire la povertà concettuale di questo articolo.

  • Nichi58

    Però a me non sembra che Tosatti concluda l’articolo con il mito dell’artista da apprezzare perché reietto, disperato o fatto di eroina e alcol (fra l’altro, l’inclusione di Carlo Levi mi pare possa dimostrarlo): com’è ovvio, l’arte non ha diktat da seguire, nel senso che si può benissimo scegliere di abbracciare poetiche per così dire impersonali oppure altre filtrate dall’autobiografismo. Ma, attribuendo al realismo (la vera difficoltà è definire tale termine, naturalmente), una portata ancora attuale e rilevante, la dialettica autenticità/inautenticità può dire ancora molto. E compito della critica è cercare di avvicinarsi a questo nodo: in questo senso l’articolo di Tosatti e le suggestioni di Caliandro possono avere una loro interessante valenza e non sono così povere concettualmente.
    Su Franco Francese Tosatti poneva principalmente l’accento più che sul valore artistico dei suoi dipinti, sull’immediatezza testimoniale del piccolo libro autobiografico che segnalava alla nostra attenzione di lettori: certo Francese non ascenderà per questo all’Olimpo dei grandi artisti, ma forse proprio grazie alla segnalazione di Tosatti potremmo guardare i suoi quadri e i suoi disegni con occhio meno distratto (ma senza alcun obbligo, tu probabilmente continuerai a non apprezzarlo! Nulla di male in questo, sia chiaro!).
    Manet e Cabanel: forse il mio esempio non era cogente nello specifico, ma mi interessava sottolineare la presenza nella storia dell’arte di artisti/meteora (famosissimi in una certa fase come Cabanel) e altri destinati ad una parabola ben diversa (Manet fu largamente dileggiato almeno fino al 1868, solo Zola si accorse quasi da subito di essere di fronte a un grande; poi la grandezza dell’artista rifulse da sola): indipendentemente dai livelli, la storia dell’arte è fatta continuamente di ripensamenti critici, in questo articolo, Tosatti, senza essere sgarbiano, lo ha messo in pratica, secondo me con buone e utili osservazioni critiche.
    Bar Sport: anche a me piacciono, non mi dispiacerebbe parlare e discutere di queste cose con te (e magari con Tosatti e Caliandro) de visu, buon week end!

  • pietro c.

    Carlo Levi ha vissuto comunque una storia tragica.