L’idea del realismo (III)

Il “neorealismo” non fu una scuola. (Cerchiamo di dire le cose con esattezza.) Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche – o specialmente – delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. (…) La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo. (Italo Calvino)

Matteo Rubbi - Viaggio in Italia - 2011

Realismo oggi non significa, naturalmente, riproporre l’arte didascalica, noiosa, falsamente politica realizzata e proposta in uno stile che abbiamo imparato a conoscere e a riconoscere – nostro malgrado – come “Manifesta-Anni-Novanta”. Niente di tutto questo.
E neanche la figurazione come discrimine o criterio distintivo, ci mancherebbe: sarebbe come definire realista un romanzo solo perché ha una trama solida, ben costruita, e personaggi credibili. Le ragioni, le motivazioni e i criteri del realismo risiedono, e vanno ricercate, un po’ più in profondità.
Gian Arturo Ferrari ha giustamente e lucidamente definito “libroidi” i finti romanzi e i finti memoir che infestano gli scaffali di librerie e biblioteche: “Quegli oggetti cioè che dei libri hanno tutte le fattezze, sia fisiche, sia commerciali, sia propriamente libriche (dispongono di un autore – anche se a volte solo nominale -, di un editore, di un copyright, spesso di un indice), ma dei libri non hanno l’anima. O, più umilmente, non hanno il capo e la coda, l’invenzione di una storia, il bene di un concetto, un autore vero” (Nel mondo degli pseudolibri, “la Repubblica”, 1° aprile 2012). In che senso “finti”? Non come “finzionali”, ma come “inautentici”. È una forma molto popolare di antiletteratura – non c’è forse altro modo di definirla – che ha occupato nell’ultimo trentennio integralmente lo spazio della cultura mainstream, erodendo quello della letteratura e confondendo le acque. Non è che prima essa non esistesse: ma era prudentemente confinata nel recinto della “letteratura per signorine” (Liala & co.).

Libroidi, dunque: ma se ci pensiamo bene, anche nelle gallerie e negli spazi istituzionali dell’arte abbondano oggetti che assomigliano alle opere d’arte, ma non lo sono realmente. Mimano l’opera d’arte, ne possiedono tutte le caratteristiche superficiali (e infatti ingannano con estrema facilità gli occhi e i cervelli meno esperti): ma non funzionano come un’opera d’arte. È una cultura di “ultracorpi”, fatta per ultracorpi; di simulacri che servono altri scopi rispetto a quelli della cultura umana (che consiste in: definire la nostra posizione nel mondo; definire il senso dell’umano). Simulazioni di senso, che non producono senso perché quello non è il loro obiettivo; non sono neanche informazioni (almeno non nel senso che attribuiamo al termine, e al concetto): Visitors, piuttosto. Sono strumenti, rivolti sempre altrove e ad altri territori, ad altri risultati: questa produzione culturale e artistica, in questo senso, è veicolata strumentalmente ed esorbita continuamente dai suoi territori – assolutamente non in direzione creativa e conoscitiva (attingere ed elaborare fatti, dati, immaginazioni). Essa cioè nasce, vive e muore sempre al di fuori di sé, distaccata da sé – e permane quasi con fastidio nelle vesti tradizionali, transitorie (il “libro”, l’“opera”, il “film”, il “disco” ecc.).

Rossella Biscotti - Title one the tasks of the community - 2012

Questa cultura – letteraria, artistica – è anche, lo si capisce bene, eminentemente antirealista. E questo a discapito di tutte le dichiarazioni esplicite e strombazzate, che vanno regolarmente in maniera opposta: “Ma come, antirealista io, che mi interesso degli Anni Settanta, degli emigranti, dell’interdisciplinarietà, della fisica quantistica, di geopolitica, della guerra, della crisi e delle sue conseguenze sul degrado urbano ecc.?”. Certo. Perché l’antirealismo è un’operazione che consente di sganciare con cura ogni singolo tema – quelli sopra elencati, e molti molti altri – dal mondo circostante, dal contesto a cui appartiene (un contesto di relazioni, di rapporti causa-effetto, di storia e di storie, di racconti e di autorappresentazioni: di critica) e di trattarlo autonomamente, di svolgerlo accademicamente come un compitino.
E, badate bene, “accademicamente” va qui inteso nel senso più letterale possibile: secondo le regole, le convenzioni e le restrizioni imposte dall’accademia del postconcettualismo-postminimalismo-postognicosa. Un’accademia che impone, ancora una volta – un’imposizione implicita, e proprio per questo potentissima – l’esibizione di un linguaggio iperdefinito al di fuori del contenuto, e del messaggio (le “cose che uno ha da dire”), secondo una rimasticatura frettolosissima di Marshall McLuhan (“il medium è il messaggio”). Questa arte, semplicemente, non è curiosa: prende sempre la via più breve, anche e soprattutto quando si esprime nei modi più involuti e labirintici. Siamo da tempo oltre lo svuotamento di senso, giunti e attestati su: “Sono davvero convinto di stare dicendo qualcosa, e qualcosa di importante con il mio lavoro, anche se non ho la minima idea di che cosa significhi esattamente ‘dire qualcosa’, e se è per questo anche ‘importante’. So solo che va fatto, è una sensazione che va trasmessa, altrimenti sono fuori gioco, e non verrò mai accettato: non mi interessa, e non è compito mio, capire perché accade questo. Sono le condizioni che ho trovato, per quanto mi riguarda è stato e sarà sempre così, sapere se e come potrebbe essere diverso non mi riguarda affatto (ed è anche un po’ da sfigati, se vogliamo dirla tutta)”.

Maurizio Ferraris

Il che vuol dire, in altri termini ancora più chiari, la dissociazione ultima e totale dell’arte rispetto alla realtà, il grado massimo (forse) di schizofrenia raggiungibile: il punto in cui l’arte ha abdicato completamente non solo alla sua funzione (: spiegare, oltre alla realtà, ciò che si nasconde sotto e dietro di essa, il suo lato inconoscibile e innominabile), ma ad ogni funzione – che non sia la mera autoperpetuazione. Autoconservazione, che si traduce inevitabilmente nella conservazione tout court.
Allora, il discrimine tra una posizione “antirealista” e una schiettamente, nuovamente “realista” consiste nella fiducia che la realtà – esistente, e non costruita socialmente – sia conoscibile, e perciò stesso trasformabile. Non esiste realismo senza critica della realtà, e ferma volontà di cambiarla: “Il realismo è la premessa della critica, mentre all’irrealismo è connaturata l’acquiescenza, la favola che si racconta ai bambini perché prendano sonno” (Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Sempre interessantissimo Caliandro. Non spingerei troppo sull’acceleratore, però, altrimenti finiamo per passare da un eccesso all’altro. La sfida è coniugare la sete di realtà con la sana aspirazione verso l’ignoto, verso il sogno inteso come idea di libertà. Il realismo è la premessa della critica, è vero, ma la capacità immaginativa, la fantasia e l’astrazione possono essere presupposti per la costruzione di un mondo nuovo, non solo semplici ingredienti per favolette acquiescenti. Est modus in rebus…

  • Mario Colombo

    Mi pare un discorso altamente scivoloso e applicabile a qualunque ambito, dal readymade primo novecento a oggi e domani.
    Se non si vuole finire a braccia conserte, giacchetta di velluto e sguardo verso l’ultimo banco dell’accademia di turno, occorrerebbe specificare meglio, fare nomi, chiarire gli ambiti e le forme in causa. Se no, rimane fuffa.

  • Gino

    Noia al quadrato elevato alla potenza di no so cosa

  • pietro c.

    Vedo che Coliandro e risposto alle osservazioni fatte nel mio commento nel precedente articolo “idea del realismo ii”, concordo con la prima parte dell’articolo quando muove delle critiche giuste a questi (pseudo)realisti o definiti dalla critica come tali.
    La questione e che egli sbaglia grossolanamente quando rincorre questa inesistente idea di realismo, e soprattutto ad insistere con Ferraris di cui ci propone anche un triste ritratto.
    Caro Coliandro io apprezzo il tuo entusiasmo e credo che le tue istanze abbiano delle genuine motivazioni…ma vai un pò più in profondità! E poi questa cosa del neo realismo non ha proprio senso. Cmq ci puoi dare esempi di artisti da te considerati realmente realisti? Credo che possa essere utile a noi tutti dato che fino ad ora hai fornito solamente esempi in negativo.

    • christian caliandro

      (giusto per amore di precisione: gli articoli di Inpratica vengono inviati più di una settimana prima della pubblicazione. e quindi…)

      • pietro.c

        Guarda che non c’è nulla di male ad essere ispirati…credo che questa piattaforma serva proprio a questo. Senza polemiche ma mi sembra strano che non hai citato Ferraris fin da subito. Cmq credo che la tua analisi sia cmq interessante e merita di essere dicussa. Perchè non proponi qualche nome di artista da te considerato “realista”?

        • Ferraris (e come lui molti altri filosofi e intellettuali coinvolti nel dibattito sul New Realism) è stato citato plurime volte su Artribune da Caliandro, da altri collaboratori, da me e da tanti commentatori prima e dopo di me. La pubblicazione su “La Repubblica” del primo manifesto di Ferraris risale a quasi un anno fa: credo che non solo l’autore dell’articolo, ma tutti quelli che hanno commentato questo e i precedenti suoi interventi ne abbiamo contezza. Evitiamo le gare per arrivare primi. Invece trovo interessante l’invito a pronunciarsi sui nomi degli artisti. Non penso tuttavia che Caliandro si sbottonerà. In ogni caso il suo contributo di carattere teorico non perde il suo valore, anche se non è accompagnato da esemplificazione.

          • pietro c.

            Be un esemplificazione sarebbe necessaria secondo me visto che anche altri hanno trovato il termine realismo non del tutto soddisfacente.

  • Caro Christian, sempre molto interessanti i tuoi articoli e sempre occasione di buona riflessione, benissimo per la necessità di volontá di trasformare la realtá ma non altrettanto sulla fede nella possibilitá di arrivare a conoscerla e questo non perchè la realtá sia soggettiva ma perchè la conoscenza lo è. Quindi occorre fare ogni sforzo per cercare di minimizzare il filtro di soggettività che si frappone alla nostra possibilitá di conoscere la realtá oggettiva ma non bisogna mai dimenticare che, non ostante ogni nostro sforzo, quel che della realtá oggettiva saremo in grado di conoscere sará sempre e solo una realtá soggettiva.
    Questo è molto importante, a mio modo di vedere, anche per evitare nel dannato errore di arrivare a pensare di essere o poter essere, portatori della “veritá” anziché della “nostra veritá”.
    In ultimo io non demonizzerei la fiaba perchè essa è spesso, quasi sempre, un tentativo di immaginare o di suggerire una realtá diversa, trasformata. La fiaba è un racconto dell’immaginario e l’immaginazione è la facoltà che ci consente di creare modelli di trasformazione della realtá.

  • …mi scuso “cadere nel dannato errore” e non “evitare nel dannato errore”