Scusi, dov’è?

L’effetto merda, estetiche coprofile, spettacolo del culo, defecazioni pubbliche… Come dargli un nome? Incertezza radicale di queste pratiche escrementizie che, esposte nelle gallerie pubbliche e private, si fanno segni di comunicazione sociale, segni fuoriusciti dai cessi privati per approdare prima alla piazza, infine nei musei.

Paul McCarthy - Grand Pop - 1977

Intorno alle pratiche escrementizie c’è un alone di sacralità e di rispetto (è arte! è una performance!), ma anche di estrema derisione da parte del pubblico, che li osserva alla stregua di un effetto pubblicitario, ossia secondo una retorica di credibilità: l’artista che espone la sua merda non può credere che il pubblico gli creda. L’artista sa che il pubblico sa che quella non è veramente arte e se lo fa è perché è un “artista” a cui si concede questa prescritta libertà, una libertà convenzionalmente accettata.
Ma ciò che colpisce in questo teatro della crudeltà è che le gallerie e i musei che ospitano queste performance si trasformano in zoo-latrine, in defecatoi a cielo aperto che mostrano la regressione che opera il capitalismo dall’ominità all’animalità. Ma a favore di questi artisti va comunque detto che, contro la trasmutazione di ogni cosa in valore mercantile, non hanno altra risorsa che esporre le proprie feci, mostrare l’assurda equivalenza tra merda e denaro. Viene così dimostrato l’assurdo del capitalismo: dare valore a tutto, anche alla merda, se si vende.
Tutto ciò fa venire in mente un’osservazione di Zizek a proposito di una scena del film di Buñuel Il fantasma della libertà, nel quale la relazione tra mangiare ed evacuare è invertita: “I convitati siedono sul proprio water intorno a una tavola, chiacchierando amabilmente, e, quando vogliono mangiare, sussurrano al padrone di casa: ‘Scusi, dov’è…’ e si introducono furtivamente in una piccola stanza sul retro”.

Questa inversione tra cultura ed escremento suggerisce un assioma: le pratiche coprofile sono una forma di dissuasione culturale; esponendo ciò che si ritiene sia un effetto shock, si ottiene la sua neutralizzazione culturale, la sua trasmutazione in puro escremento. Dietro uno scenario culturale – la galleria, il museo – vi si compie una vera messa a morte della trasgressione. E il pubblico vi si riversa così abbondantemente non perché è attratto dalla merda – oggetto tabù, oggetto rimosso, pulsione scopica ecc. – ma perché così ha l’opportunità di partecipare a un lavoro di messa a morte collettiva, quello della “cultura” degradata a merda. Correndo in massa, in fondo, si vendicano.

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #6

  • Angelov

    Gli escrementi, la Merda in generale, sono il materiale-sostanza a più alta concentrazione di Realismo.
    Ci ricorda ogni santo giorno di che materia siamo fatti (polvere che ritorna alla polvere etc.) e ci accomuna e affratella a tutti gli altri esseri viventi muniti di dello stesso orifizio et sistema all’uopo della di lei produzione et propagazione.
    “Santa Merda” dovremmo invocare ogni giorno, altro che dileggiarne l’Immanenza.
    Et il di lei sgradevole odore, ci insegna et anticipa et preparaci ad affrontare et sopportare le dure prove che ci attendono, nel tristo teatro della Realtà.

  • Le osservazioni di Angelov si adattano bene alla gran parte delle pratiche scatologiche diffuse nelle società precapitalistiche: dai più antichi rituali (l’etnologia fornisce numerose testimonianze di pratiche coprofile) alle buffonesche invenzioni letterarie di Rabelais (in particolare “Gargantua e Pantagruele”, I, 13 ripreso anche da Paolo Rossi in un suo esilarante spettacolo). Al giorno d’oggi, esporre deiezioni nobilitandole a opere d’arte e mercificare escrementi d’autore ha invece poco a che vedere con la corporeità e con la riappropriazione di primordiali istinti. Semmai può essere interpretato come gesto critico nei confronti di quel capitalismo che assegna un valore economico a ogni cosa, come giustamente suggerisce Faletra. Le sue osservazioni mi sembrano dunque pertinenti, in particolare quando si solleva il dubbio che la fruizione di simili spettacoli, indipendentemente dalle intenzioni comunicative dell’artista, possa produrre nel grosso del pubblico effetti di neutralizzazione culturale. La massa in genere prova rancore e frustrazione di fronte alle espressioni dell’intelletto umano che non riesce a comprendere: raramente accetta la sfida e aguzza l’ingegno, spesso si trova a suo agio nelle comode banalizzazioni. La trasformazione della cultura in escremento annulla ogni rimorso: il pubblico pigro ottiene la conferma dell’inutilità di ogni sforzo di nobilitazione attraverso lo studio e l’esercizio intellettuale. Immagino che questo sia il senso del riferimento alla vendetta di Faletra. Più che altro il problema è analizzare il grado di consapevolezza, da parte dell’artista o dell’intellettuale, delle possibili modalità di fruizione del proprio lavoro: quando la provocazione lascia spazio alla deliberata connivenza con il latente disprezzo per la cultura? Il pericolo è che l’artista si incammini sulla pericolosa strada che ha condotto alla degradazione della politica e al trionfo della demagogia e del populismo, assecondando le più abiette pulsioni della folla invece di contribuire alla costruzione di una società migliore.

    • ” Il pericolo è che l’artista si incammini sulla pericolosa strada che ha condotto alla degradazione della politica e al trionfo della demagogia e del populismo, assecondando le più abiette pulsioni della folla invece di contribuire alla costruzione di una società migliore.” … assolutamente d’accordo e aggiungo, il pericolo (che troppo spesso si rivela subito essere certezza) e’ che l’unica “intenzione de “l’artista” sia quella di far scattare la becera equazione “provocazione = valida opera d’arte”

  • Fabrizio Spinella

    Regressione allo stato anale, senza nemmeno l’attenuante dell’infanzia. Roba per le mosche, non per una rivista (un sito) d’arte.

  • marcello faletra

    Mi accorgo solo adesso che è stato messo in rete un mio articolo di qualche mese fa. Alcune osservazioni in merito sulla scia di quelle che già che sono state fatte.
    Le osservazioni che ho letto mettono in gioco almeno tre cose: l’allusione del soggetto alla società, la merda, (Merola). La sublimazione delle sostanze materiali corporee (Angelov), e la funzione di una rivista che secondo l’intervento di Spinella dovrebbe ignorare queste cose. Per quanto riguarda quest’ultima osservazione, ahimé, sono proprio artisti di indubbia fama a perseguire questa trasmutazione o involuzione della sostanza dell’arte e le riviste credo che non debbanno avere preclusioni o sottostare a rigide norme morali. Una rivista d’arte come “Artribune” non è un catechismo.

    Per quanto riguarda l’osservazione di Angelov sulla sublimazione delle sostanze materiali, è utile fare riferimento a Bachelard, secondo il quale il quale il fascino avvolgente che le “materie delle mollezze” scatenano in questi artisti , è che forza l’immaginazione verso uno stadio discendente fino all’analità infantile. Secondo Bachelard l’interesse del bambino verso le proprie feci è lo stesso di quello mostrato per altre materie molli come la sabbia o il fango. Regressione verso un’istintualità plastica a seguito di un’ingordigia di sciocchezze, di un’abuso di materia melmosa come il fango sociale promosso dall’occidente. L’istinto plastico allo stesso modo dell’escrezione in fondo è un processo attraverso cui l’animale oggettiva se stesso nel mondo, diviene esterno a se stesso.
    Ma questo problema della materia fecale sotto un’altra angolazione trova commentatori inattesi.
    Nel capitolo finale che chiude la Dialettica negativa (Meditazioni sulla metafisica), Adorno parla espressamente di “spazzatura” culturale, mettendola in stretta relazione alla violenza, e dice: “Un proprietario d’albergo, di nome Adamo, uccideva con un bastone i topi che uscivano da fori nel cortile davanti agli occhi del figlio, che gli voleva bene; a sua immagine il bambino si è fatta quella degli altri uomini.
    Il fatto che ciò venga dimenticato, che non si capisce più quel che si è provato un tempo davanti alla macchina dell’accalappiacani, è il trionfo e il fallimento della cultura. Essa non può tollerare il ricordo di quella zona, perché essa fa continuamente come il vecchio Adamo, e proprio questo è inconciliabile con il suo concetto di se stessa. Essa aborrisce il lezzo, perché essa puzza, perché il suo palazzo è costruito di merda di cane, come dice un grandioso passo di Brecht” .
    Tutto ciò non è che la farsa grottesca di un capitalismo che è andato molto più avanti rispetto alle ritardatarie provocazioni degli artisti.

    Questo realismo e, allo stesso tempo, iperrealismo dello shock, non è un fenomeno recente. Alfred Jarry fece scalpore a Parigi quando nel 1896 presentò la sua celebre commedia Ubu Re che si apriva con la parola “Merda”; era la fine dell’Ottocento e il pubblico parigino, quello che oggi noi chiameremmo il pubblico degli “abbonati”, cercava il bon ton; la commedia era incentrata su un personaggio rivoltante, burlesco, che vomita oscenità d’ogni specie. Era la nascita della Patafisica. Nel 1922 viene pubblicato l’Ulisse di Joyce che si apre con il monologo interiore di Leopold Bloom al cesso; il libro termina con con la figura di Molly Bloom che sogna di farsi una scopata.
    L’Ulisse è stato proibito negli Stati Uniti e la libraia che lo pubblicò, Sylvia Beach, pur di diffonderlo assoldò un mafioso di Chicago che lo fece circolare negli Stati Uniti clandestinamente. Queste brevi osservazioni storiche per dire che lo scandalo nelle sue prime fasi storiche della modernità era un pugno allo stomaco per quella visione del mondo dominata dalle estetiche normative e moraliste del bello e del “buon gusto”. La contrapposizione fra ordine sociale – che trovava nel bello il sua fortezza metafisica – e scandalo era caratterizzata da una lotta serrata, rispetto alla quale saranno chiamati a prendere posizione molti artisti, scrittori, filosofi delle prime avanguardie.

    Ma, in età “postmoderna”, le cose sono profondamente cambiate, lo scandalo è stato promosso proprio dalle istituzioni culturali che nel passato lo hanno combattuto, perdendo così il tratto oppositivo e il carattere distruttivo e rigenerativo che lo animava.
    Di fatto l’ossessivo autoreferenzialismo che ha segnato la maggior parte delle opere prodotte negli ultimi trent’anni, sono il sintomo implacabile di un universo capitalista autoritario e pornografico ad un tempo, che sotto i segni di una propaganda licenziosa nell’economia e nella violenza delle immagini, promuove la confusione fra narcisismo, cinismo e l’infantilismo generalizzato. In un certo senso tutto ciò mostra perfettamente il modello verso cui la nostra società avanza, e cioè il passaggio da un modello anale ad un modello orale che affonda le loro radici ad uno stadio antecedente dello sviluppo emotivo; il primo era fondato sull’ accumulo di denaro e beni, sul controllo delle funzioni corporee, sul controllo dell’affettività, ecc., era, per dirla con Foucault, un modello disciplinare; il secondo è invece sorto con la società dei consumi. E come il consumatore l’artista ha difficoltà a concepire il mondo se non in rapporto alle sue fantasie.
    E così dopo che non c’è più nulla da rendere visibile si ricorre a questa realistica espressione di sè che spettacolarizza gli sfinteri attraverso l’illusione di una realtà integrale della provocazione, di una sua oggettiva esistenza. In queste pubbliche defecazioni (gli esempi abbandano) si esprime una visione del corpo (biopolitica) che è quella dell’intero sistema pubblicitario, o una sua variante che riduce il corpo al silenzio, all’umiliazione forzata dello spettacolo, una visione che fa del corpo il luogo dove il banale celebra i suoi fasti come una marcia funebre.
    Questa equivalenza delle funzioni del corpo e della provocazione introduce ad una concezione puramente oggettuale di esso, allo stesso modo di come è accaduto per il corpo della forza-lavoro: è stato necessario che il corpo venisse “liberato” dalla ritualità e dalla cultura contadina per poterlo sfruttare a fini produttivi e infine scambiarlo in salario. Allo stesso modo è necessario che il corpo dell’artista sia “liberato” da qualsiasi ancoraggio all’alterità per trasformarlo in puro segno al servizio dell’industria dello shock. Gli artisti ipostatizzando la provocazione finiscono col farne un genere e dunque una formula: definiscono l’arte (e la provocazione) in termini positivi, pongono, in ogni caso, un’identità dell’arte con lo spettacolo, anche se questo vuole essere ironico, dissacratorio o catartico.
    D’altra parte come sosteneva Lacan, una delle caratteristiche che differenziano l’uomo dall’animale è proprio il fatto che per il primo la merda è un problema, per il secondo no. Problema estetico, psicologico, sociale…Per certi artisti dire oggi arte “contemporanea” – l’arte dei paesi ricchi, per intenderci – è lo stesso che dire idiozia, con la merda come colore di fondo. E’ il “trasgressivo” Hirst a rassicurarci di questa constatazione quando afferma: “Il punto è che un artista muore sul cesso. Stai cagando e muori. fantastico. Mi auguro che la nostra generazione pensi talmente a voce alta, che sia così persa e confusa, che alla fine moriremo tutti sul cesso. Perchè è il solo modo per farcela, e tutti gli altri stronzi avrebbero dovuto spostarsi dal cesso e lasciarci cagare.” .
    Ecco, per alcuni, l’atelier ideale di questo stato dell’arte contemporanea. Il cesso!
    Come chiamarli, dunque, questi artisti? Un tempo c’erano i “paesaggisti”, i “ritrattisti” e altre categorie specializzate, oggi abbiamo i merdisti.

    • …articolo interessante, sopratutto col complemento del “commento aggiunto” anche se un po” generalizzane”… comunque, interessante.
      Solo una minuscola correzione non influente ai fini del testo: l’ Ulisse di Joyce non si apre affatto con ” il monologo interiore di Leopold Bloom al cesso” ma con la cerimonia della rasatura di Buck Mulligan ( I – 1 Telemaco – La torre). Leopold Bloom non compare sino a (II Odissea – Calipso – La colazione) e la “riflessione sul cesso” (per altro brevissima) e’ appunto la fine di tale “capitolo”

  • Fabrizio Spinella

    Mi dispiace: ci ho pensato tutta l’estate, durante gli esercizi scatologici mattutini (defecatio mattutina salute sopraffina, secondo la scuola salernitana), ma rimango del parere che certi artisti s’amusent où les autres s’emmerdent.