Musei e social network

Coltivare la propria presenza sui social network è diventato indispensabile per chiunque abbia necessità di comunicare con un ampio pubblico. Non fanno eccezione i musei, che infatti sono massicciamente presenti sulle reti sociali. Ma usano bene il mezzo? Non sempre. Una riflessione corredata da tanti numeri, per farsi un’idea precisa della situazione. In Italia e all’estero.

Il 24h Museum di Francesco Vezzoli

Per i musei di tutto il mondo, Facebook e Twitter rappresentano un interessantissimo banco di prova per riuscire a comunicare in una maniera nuova il proprio patrimonio, oltre che per ingaggiare utili discussioni con il proprio pubblico sul ruolo del museo, sul concetto stesso di patrimonio, sulla ricerca.
Volendo fornire dei numeri, a oggi il museo più autorevole del mondo sui social network è il MoMA di New York con 897.345 like e 48.380 check-in su Facebook, 863.981 follower su Twitter (in cui appare su 19.445 liste). La domanda che tutti ci poniamo adesso è: i musei di casa nostra? Hanno saputo cogliere bene o male l’opportunità offerta dalle reti sociali? Ma soprattutto, quanti sono i musei italiani su Facebook e Twitter?
Ogni tipo di calcolo è velleitario e il numero appare sempre più evanescente.
Il primo che ha provato a tirare le fila del fenomeno a livello mondiale è Jim Richardson (@sumojim), della nota agenzia  di servizi in ReteSumo, che il 18 aprile 2011 ha postato su Twitter una tabella condiviso su GoogleDocs con oltre 1.500 musei presenti sul social dell’uccellino e tanti altri dati sul loro posizionamento generale sui social network. Questo lavoro ha attratto l’attenzione di moltissimi operatori in Rete, compreso Sean Redmond, sviluppatore web del Guggenheim, che con l’ausilio della programmazioneha ampliato i dati, aggiunto le coordinate Facebook di ogni museo e anche altri elementi come il Klout Score, un sistema per valutare il “potere” di un dato profilo sulle reti, inteso come capacità di influenzare altri profili. 
Riguardo ai dati italiani c’è il grosso problema dei motori di ricerca interni alle piattaforme di social networking, perché è impossibile, senza un accordo commerciale, poter visualizzare le statistiche.

Il Virtual Museum della Adobe

Possiamo però far riferimento a quanto scrive Elisa Bonacini nel saggio I musei e le nuove frontiere dei social networks: da Facebook a Foursquare e Gowalla (2010): “Facendo una semplice ricerca su Facebook, cercando fra i profili registrati le parole corrispondenti a ‘museo’ nelle varie lingue (ammettendo che molti musei stranieri utilizzano anche il doppio nome in una seconda lingua, che è normalmente l’inglese), ecco quanti sono i profili di musei a oggi: come ‘museo’ (italiano, spagnolo, ma anche finlandese) ne appaiono circa 2.800, come ‘museum’ (anglo-americano, tedesco, olandese, danese, norvegese, svedese, africaans, indonesiano) circa 33.000, come ‘musée’ circa 1.500 (francese e belga), come ‘museu’ (portoghese e catalano) circa 1.200 risultati, come ‘muzeum/mùzeum’ (polacco, ceco, slovacco e ungherese) 425 risultati, come ‘muzej’ (sloveno e croato) 149 risultati, come ‘博物馆’ (cinese) circa 120 risultati, come ‘博物館’(giapponese) 147 risultati, come ‘μουσείο’ (greco) 23 risultati, come ‘müze’ (turco) 19 risultati, come ‘музей’ (russo, bielorusso, bulgaro e ucraino) 7 risultati”.
Fornendo dati di prima mano, abbiamo ripreso il monitoraggio a campione effettuato lo scorso maggio in occasione della 34a Giornata Internazionale dei Musei con Matteo Bellini come Commissione Tematica Audio-Visivi e Nuove Tecnologie di ICOM-Italia. Partendo da Twitter, che è l’hype del momento, si può notare come l’anno scorso solo un 25-30% delle istituzioni museali italiane che hanno avviato un processo di posizionamento digitale lo utilizza. E spesso, peraltro, compiendo un grande errore ovvero servendosi di quei “trucchi” che permettono di poter replicare lo stesso contenuto su tante piattaforme diverse in maniera eccessivamente automatica e impersonale.

La Fail Whale di Twitter diventa un quadro da museo

Questo errore si paga, perché se un follower interessato inizia a seguirci su tutte le piattaforme, dopo un po’ si stancherà di leggere le stesse cose dappertutto, identificando la pigrizia comunicativa del museo a una carenza nella sua capacità relazionale. Certo, non tutti possono permettersi JiaJia Fei (@vajiajia), l’elegantissima curatrice del profilo del Guggenheim di New York, ma sono trappole in cui cadono anche i grandissimi. Esempi? Compie questo errore anche il Centre Pompidou-Metz (@PompidouMetz) e lo stesso Louvre (@MuseeLouvre), che però non manca di inserire anche qualche cinguettìo originale su Twitter. 
Per quanto riguarda Facebook, premettendo che rimane lo strumento mainstream che tutti hanno abbracciato con entusiasmo (anche chi non ha nemmeno un sito web), la situazione appare comunque assai frastagliata. Il frammento di mappatura offerto dai riferimenti non contiene (sia per motivi di estensione stessa, sia per la limitatezza degli strumenti utilizzati) tutti i “profili personali” di istituzioni museali che affollano il network.
Tali profili, in relazione alla loro mancata corrispondenza alle policy del network, spesso rappresentano un tessuto poco omogeneo e implicitamente poco efficace per stabilire relazioni e trasmettere contenuti e cultura museale. Questo perché la stragrande maggioranza dei musei italiani attualmente presenti su Facebook ha aperto un profilo come fosse una “persona fisica” (“Museo” di nome, “Archeologico” di cognome, per fare un esempio) e ha “amici” invece di “fan”. La cosa configura anche un piccolo illecito, stando alla policy che regola l’accesso a Facebook, e non sfrutta appieno le potenzialità che il network invece offrirebbe per le Fan Page istituzionali.

Screenshot del Museum of Me, progetto social della Intel a tema museale

Soprattutto bisogna tener ben presente il fatto che, immersi nel massiccio flusso comunicativo, è materialmente impossibile anche al visitatore più appassionato seguire gli update degli amici, rispondere agli “inviti” agli eventi del museo, visualizzare tutti i link che sono a volte dei puri e semplici comunicati stampa incollati sulla bacheca. Il fatto è che su un social network si deve comunicare in maniera sociale appunto, stringata e accattivante, tralasciando l’ufficialità che contraddistingue le sale stampa e i siti web istituzionali. E questo vale anche per coloro che hanno una Fan Page vera, con tanto di pubblico. Non dimentichiamo poi il “cimitero” di presidi abbandonati -ma non chiusi- dopo il passaggio alle più consone Fan Page, che non fanno altro che confondere l’utenza.
Tornando alla nostra lista mondiale di musei in Rete, il primo che appare fra gli italiani è il MART di Rovereto in 253esima posizione, con 4.407 follower su Twitter, 25.684 like su Facebook  (naturalmente i dati oggi sono cresciuti) e un buon punteggio di autorevolezza Klout. 
A prescindere dalle mode, è innegabile che Twitter si stia configurando come un potentissimo mezzo di comunicazione, soltanto all’apparenza low-fi, ma molto sofisticato e veramente rivoluzionario, soprattutto grazie alla varietà di usi adottati via via dalla comunità che lo utilizza e che non è ristretta alla categoria dei possessori di smartphone. Twitter e Foursquare hanno infatti dimostrato di saper incentivare un uso altamente creativo da parte dei visitatori.

Il MoMA di New York, museo con la maggiore presenza social al mondo

Come fa notare Mandi Magnuson-Hung nel suo blog Museum Meanderings, comparando le interazioni dei musei con quelle del mondo musica, è evidente che queste istituzioni abbiano bisogno di una trasformazione nel modo in cui comunicano. Il paragone, molto azzeccato, è quello tra la musica classica e il jazz, due generi che provocano inevitabilmente differenti reazioni in sala degli ascoltatori. Insomma, è necessario… cambiar musica.

Simona Caraceni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #6

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Simona Caraceni
Simona Caraceni, giornalista pubblicista, si occupa di nuove tecnologie e multimedialità dal 1994, fondando con Pier Luigi Capucci NetMagazine poi MagNet, la prima pubblicazione elettronica in Italia. Ha insegnato all'Università di Bolzano, Macerata, Firenze, lo IED e la NABA di Milano, il DAMS ed il Dipartimento di Informatica dell'Università di Bologna, ed in numerosi corsi di aggiornamento professionale. Come attività di ricerca fa parte del Planetarium Collegium, il network internazionale di studiosi, artisti e docenti che approfondiscono il rapporto fra arte e tecnologie. E' M. Phil. in Technology e Ph.D. Researcher in Aesthetics and Technology per il Planetary Collegium (University of Plymouth). Membro ICOM, fa parte dell'Executive Board di AVICOM ed è Coordinatore della Commissione Audio-Visivi e Nuove Tecnologie di ICOM Italia. Nell'ambito della ricerca applicata si occupa di "musei virtuali", augmented reality, didattica tramite le nuove tecnologie e interaction design.