L’idea del realismo (II)

La rubrica Inpratica prosegue il discorso sul realismo. E se nel primo articolo si esponevano alcune linee generali, questa volta ci si concentra sull’arte contemporanea. Su dove non sta andando e su dove dovrebbe andare.

Alberto Tadiello - Taraxacum - 2012

“La mia mente non può inventare più di tanto.
Quindi camminerò, finché non potrò più inventarmi
altre strade, o facce, o discussioni… o dettagli.
È solo che ci sono così tanti dettagli!”
Sam Tyler in Life On Mars
(Usa 2008, prima puntata)

Questo libro enuncia verità – le nostre, di noi qui e ora.
Benvenuti nel Tempo dell’Astio.
Giuseppe Genna, Assalto a un tempo
Devastato e vile (2001; 2002; 2010)

Riscoprire il realismo significa, per esempio, adottare finalmente un punto di vista diametralmente opposto a quello che siamo abituati da anni a definire come ‘autoreferenzialità’, e che vuol dire sostanzialmente negare l’esistenza della realtà esterna (la società, la storia, l’immaginario, l’economia, insomma la vita individuale e collettiva), per paura o disinteresse (o entrambi), rinchiudendosi in un recinto fatto di convenzioni. Un recinto in cui gli oggetti culturali sono sempre perfettamente prevedibili, non modificando di una virgola la percezione e l’interpretazione della realtà. Proprio perché con essa quest’arte nata morta non intrattiene alcun legame.
Ciò che cambia radicalmente dunque, in un’ipotesi realista, è l’approccio, la ‘disposizione’ nei confronti del mondo: la fiducia nel fatto di comprenderlo attraverso la cultura, e che attraverso questa comprensione si possa produrre un cambiamento. Niente di nuovo, da noi in Italia – così come altrove – è già successo: basta pensare ad alcuni romanzi e film dei secondi Anni Quaranta. Il che, naturalmente, non vuol dire che bisogna mettersi a rifare opere neorealiste: ma certamente, opere che abbiano nel contesto attuale quella stessa potenza.

Luca Trevisani - Interval Training - 2011

La differenza tra i due atteggiamenti può essere per il momento sintetizzata così: è quella che intercorre tra negare il disagio individuale e collettivo attraverso la fuga dalla realtà (per quanto uno si dichiari, a parole, ‘realista’), e fare invece del disagio e della frustrazione il tema centrale della propria opera. Realismo è dunque trasformare l’elemento paralizzante nella spinta propulsiva, interrogandolo ossessivamente invece di rimuoverlo.
Guardate queste tre opere. Astraetele dai nomi e dai premi, ignorate per un attimo il cicaleccio (immancabile), il rumore bianco delle piccole beghe, la parodia di una lotta tra bande tipica del recinto-sistema dell’arte all’epoca del suo declino. Qual è il concetto che vi viene in mente? Decorazione? Deliquio. Queste opere sembrano abbandonarsi a una sorta di deliquio di fronte al mondo, a tutto ciò che le circonda. Sembrano costruite in una specie di camera iperbarica mentale.
Queste opere tendono a escludere completamente dallo sguardo i conflitti presenti nella realtà (mentre le opere realiste i conflitti li espongono: il loro compito è quello di esacerbare, esasperare e far esplodere le contraddizioni: la cultura non è e non può essere un orpello, perché serve a mostrare chiaramente, crudelmente anche, i guasti di un’identità comune). Nel caso di questi oggetti, è come se provenissero invece da un altro mondo: più pulito, monocromatico, in cui non accade nulla di sporco e in cui tutti i pezzi sono al loro posto.

Matteo Rubbi - Domenica - 2011

La riprova (una riprova) è che quei pochi scontri di cui si fanno, talvolta, ‘portavoce’ sono immancabilmente scontri preconfezionati, precostituiti. Scontri comodi, per così dire – e come tali, chiaramente impossibili, del tutto finzionali, allestiti appositamente per presentare la versione consolatoria di uno scontro (culturale, sociale, economico). Scontri in cui si sa già chi vince (chi ha vinto), e da che parte stare. D’altra parte, il non prendere mai posizione – nascondendosi di volta in volta dietro la Storia reificata, il design, una versione ipersemplificata della scienza, e in generale dietro regole linguistiche concepite e disegnate come minimo quarant’anni fa (quando non erano forse regole, ma mezzi studiati per fuoriuscire da altre regole) – è consustanziale a questi oggetti, e al loro funzionamento.
E quindi? Ammesso e non concesso che uno spettatore volenteroso tiri fuori da un oggetto muto tutta la mole di informazioni necessaria a interpretarlo (che sta sempre fuori rispetto all’oggetto, da qualche altra parte, e non è mai da esso contenuta interamente), siamo proprio sicuri che: 1. queste informazioni servano davvero a interpretare l’oggetto muto (e non siano invece semplicemente appiccicate addosso a questo), e soprattutto che 2. queste informazioni ci dicano qualcosa su noi stessi, sul tempo che stiamo vivendo, su quello che ci apprestiamo a vivere?

La sensazione è che il contemporaneo dell’arte contemporanea – italiana e non solo – sia sempre più mummificato, cristallizzato in un ‘non-tempo’ (come gli oggetti e le persone in Crystal World, 1966, di J. G. Ballard), sottratto agli scossoni e ai sommovimenti del mondo là fuori. Ma anche, inevitabilmente, alle sue gigantesche trasformazioni. Sganciato da ciò che conta davvero: lo spirito del tempo. E per un “contemporaneo” che si rispetti, questo rappresenta
un problema bello grosso.
Esiste, allora, un modo diverso? Esiste la possibilità di stabilire un contatto vero, diretto con la realtà?

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Angelov

    Delacroix affermava che se la realtà è così satura di volgarità, di violenza e di male, perché dover lasciare entrare tutto questo in un’Opera?
    Perché permettere che invada anche la dimensione dell’Arte?
    Si può giudicare il “modo” in cui un artista tratti o renda un soggetto, nella sua opera, ma non contestare quell’artista per aver scelto proprio quel particolare soggetto, indipendentemente dalla resa formale.
    Facendo ciò, è un modo di censurarlo.
    Si vive in un mondo dove la violenza e la delegittimazione è presente ovunque, ed ormai non ci si fa più caso.
    Anche nell’arte contemporanea.

  • La risposta alla domanda finale è certamente “si un tale “modo”esiste. Le considerazioni svolte sono largamente condivisibili a condizione di non ridurle “solo” al “fare invece del disagio e della frustrazione il tema centrale della propria opera. ” perchè la “realtá” non si esaurisce affatto nel “disagio” e nella “frustrazione”

    • Angelov

      OK. Penso che la critica si debba occupare del modo in cui un pittore dipinga, o uno scultore scolpisca o costruisca i propri lavori.
      Non dei soggetti che l’artista ha scelto: i disastri della guerra piuttosto che un pescatore sulla sponda di un fiume.
      Nel secondo caso, (la scelta del soggetto), non si tratterebbe di una critica, ma di una censura più o meno velata.
      Tutto qui.
      Anche il concetto di realtà deve soggiacere a delle regole, mentre si è disposti a pensare che debba inglobare tutto.
      Come per il concetto di libertà, dove anche qui si è portati a pensare che non debbano esistere limiti.
      Ho espresso a grandi linee una mia percezione, forse troppo esemplificativa, ma tantè…

  • Gino

    Per fortuna che c’è Christian-Luca Caliandro-Rossi che sa cosa gli artisti devono fare.

  • Autoreferenzialità e deliquio di fronte al mondo sarebbero per Caliandro i principali difetti dell’atteggiamento, dell’approccio comunemente adottato da molti artisti contemporanei, che per paura o disinteresse avrebbero rimosso la realtà per rifugiarsi nelle convenzioni. Non mi pare si stia tentando di dire agli artisti “cosa fare”: l’accusa di Gino sembra infondata, perché semmai si suggerisce “cosa non si dovrebbe fare” nella conclamata crisi della rappresentazione. Anche le osservazioni di Angelov, che avvicinano la critica di Caliandro alla censura, si basano su un concetto di libertà che, se portato all’estremo, priverebbe di senso ogni sforzo critico, perché tutti i giudizi di valore implicano una restrizione dell’autonomia dell’artista. La connessione e la sintonia tra l’artista e il suo tempo, il mondo in cui vive, la società in cui opera, mi sembrano criteri significativi per valutare il suo lavoro. Ovviamente non sono gli unici che andrebbero presi in considerazione. Non ritengo però che l’intervento critico debba limitarsi al livello formale, credo anzi che l’aspetto semantico e la discussione sui contenuti rivesta pari, se non maggiore, importanza quando si parla di arte contemporanea. Credo che le riflessioni di Caliandro siano perfettamente in linea con il dibattito filosofico in atto e trovo significativo l’aver voluto precisare che l’idea del realismo non deve coincidere necessariamente con temi o soggetti realisti, ma più che altro con un approccio inclusivo nei confronti del mondo esterno. Il manierismo allontana dal reale. Persino il soggetto più realistico, se proposto secondo maniera, risulta inevitabilmente sganciato dallo spirito del tempo. Per questo motivo mi sembra opportuno fare nuovamente cenno in questa sede all’ottimo articolo di Roberto Ago pubblicato sabato su Artribune, in cui si riscontrano tracce di manierismo duchampiano in un panorama artistico caratterizzato da un certo abuso della modalità operativa del ready made. Non è sufficiente portare oggetti reali in un museo o in una galleria per essere realisti. Allo stesso modo un dipinto iperrealista non è necessariamente più connesso al presente di un’opera astratta. Semplificando al massimo, l’aderenza alla realtà in arte non è questione di forma ma di contenuto.

    • Angelov

      Ancora una piccola precisazione.
      Ci sono stati dei Critici che in passato sono diventati Artisti, un esempio fra tutti quello di Luc Godard.
      Ma a quel tempo, il Medium non era ancora diventato il Messaggio.
      Oggi semmai un critico può involversi e diventare un giornalista, portando a compimento quella rivoluzione preconizzata da McLuhan, diventando lui stesso il protagonista incontrastato, un Caligola Contemporaneo.
      Poi tutti i mezzi di mistificazione per dire cose incomprensibili e farle passare per sacrosante, saranno a sua disposizione.
      Ma un bambino si alzò tra la folla e disse: “Ma l’Imperatore è nudo…”

      • Forse sono io che non ho capito niente, ma mi sembra che l’articolo di Caliandro, così come il mio commento, vadano collocati in un orizzonte teorico nel quale le teorie di McLuhan risultino almeno in parte sorpassate e inadeguate al nostro presente. Ho l’impressione di vivere in un’epoca stanca di forme malate di comunicazione, in cui mezzo e messaggio coincidano. Abbiamo fame di contenuti. Speriamo si torni presto ad una sana logica in base alla quale il contenuto (e non il mezzo) sia il messaggio. E dal tono del tuo commento, credo che tu possa, nella sostanza, condividere quanto sopra affermato.

        • Angelov

          Infatti lo condivido.
          Trovo che in generale esistano forme di “accanimento” che si manifestano in settori abbastanza inaspettati.
          Una critica sana dovrebbe aprire nuovi orizzonti, dando voce a quegli spunti che l’artista è senz’altro riuscito a stimolare negli altri con il suo lavoro, ma anche e nel contempo, non è stato in grado di redarre la propria opera in termini abbordabili, da quello che è, di volta in volta, ritenuto essere il livello medio ipotetico di comprensione.
          Il critico potrebbe definirsi metaforicamente come il preparatore atletico, oppure il traduttore, o ancora il nemico più fidato dell’artista; e molto altro ancora.
          E siccome credo nella legge della reversibilità dei ruoli, se condivisa ovviamente, ritengo la critica un’occupazione creativa al pari di quella dell’artista.

  • Alcune considerazioni in margine all’articolo di Cristian ed ai commenti che lo hanno accolto:
    Ritengo che non si dovrebbe mai dimenticare che la critica e’ un’attività umana e come tale ha due caratteristiche inevitabili : la contingenza e la relatività. Intendo per contingenza l’essere frutto ed espressione di un certo momento storico e con relatività l’essere frutto ed espressione di una certa rete di “relazioni”: tra il soggetto, il suo ambiente, la sua formazione, le sue idee socio-politico-filosofiche ecc.
    Raramente un “critico” riesce a svincolarsene, almeno un poco, e quando vi riesce, se a questo unisce altre caratteristiche quali, profondità e solidità di studio e ricerca, capacita comunicativa ecc. , diventa un “maestro” il cui pensiero durerà al di la’ del momento in cui venne espresso.
    D’altro canto l’opera d’arte, essa pure attività umana e quindi caratterizzata da contingenza e relatività, ha una sua caratteristica peculiare : quella di costituire una comunicazione aperta ed in costante divenire. Pur generata in un particolare momento storico e da un soggetto che gli ha “affidato” un messaggio certamente frutto delle sue “relazioni” , l’opera si offre al pubblico permettendo ad esso di “interpretarla” e quindi anche di “arricchirla” di significati, spesso non voluti o neppur immaginati dall’autore. Significati che, almeno in parte, si modificheranno con l’andar del tempo (sempre che l’pera sopravviva, naturalmente).
    Da questo mi pare consegua che si dovrebbe accogliere la critica con lo stesso “spirito” con il quale si accoglie lo scritto del filosofo o del “pensatore” (o dell’ “esperto” di politica, di finanza, di moda, di calcio ecc. ecc.) e cioè quale “materiale” utile per la riflessione e per l’accrescimento delle nostre capacita’ di comprensione e di interpretazione del mondo e non come un’immutabile e definitiva “professio fidei”.
    E questo, a mio parere, deve valere a maggior ragione per l’artista che deve portare avanti la sua propria ricerca, quella nella quale crede, quella che intende comunicare al suo prossimo, anche se e quando, essa possa apparire anacronistica o “controtendenza” ed essere ferocemente criticata.
    Al pubblico (e i critici sono una parte di esso) bisognerebbe costantemente ricordare che l’arte fu sempre “contemporanea” e quasi sempre impiego’ tempo ad essere compresa ed apprezzata: ciò che oggi appare incomprensibile, stucchevole, banale, eccessivo, ecc. ecc. non e’ detto che domani non ci appaia in maniera diversa o perché meglio inquadrato nel suo tempo o per quanto di nuovo gli sara’ stato da noi stessi attribuito.

  • gino

    per fortuna che c’è Caliandro speriamo non se ne accorgano all’estero altrimenti un altro cervello in fuga…..

  • andrea bruciati

    mi sembra che molti interventi siano estremamente interessanti e anche di questo ringrazio artribune per la piattaforma che offre

    • …si, pero’, anche un tuo contributo, sarebbe interessante ed arricchirebbe la piattaforma!

  • Gino

    Bruciati il ringraziante….

  • Roberto Ago

    Caro Vincenzo, alle tesi per molti versi condivisibili di Christian Caliando, che in un certo senso si riallacciano alle mie sul ready made così come a quelle del “pioniere” Luca Rossi (onore al merito per aver anticipato di anni il dibattito), vorrei aggiungere una tesi “politica” ovvero programmatica: proprio come gli artisti hanno il dovere e il piacere di criticare anche ferocemente gli artisti che non li convincono nella speranza di un rinnovamento tanto di quelli quanto di loro stessi, così i critici e i curatori mossi da un analogo intento riformista dovrebbero criticare con altrettanta intensità non tanto gli artisti che reputano superati, ma i critici e i curatori che li sostengono e continuano a proporli. A ciascuno la sua guerriglia. Se la sente Caliandro e in generale chiunque faccia il critico di mestiere di chiamare in causa i sostenitori di Tadiello, Trevisani e Rubbi? Perché la vera partita è quella. I loro nomi li conosciamo tutti. Il grande Bonito Oliva sostiene a ragione che un vero critico deve essere un “demolitore”, non un servile “filippino della critica” (e ci scusiamo con il filippino ma la metafora, pur di pessimo gusto, rende benissimo l’idea). Ciò significa che la critica italiana, come in ogni altro ambito specialistico, dovrebbe prendersi la responsabilità delle sue scelte e criticare se stessa (leggi essere criticata da una parte di essa) qualora queste si rivelassero infruttuose. Cosa che non succede mai e i risultati si vedono. Se un Bonami arriva a dire, scaricando completamente la responsabilità della critica, che la colpa dell’insuccesso italiano è unicamente degli artisti, viene legittimo domandarsi: <> Ricordo ancora quando il bravo e internazionale Pietro Roccasalva era guardato con sospetto da moltissimi osservatori, al punto da non essere nemmeno ammesso al PS1 (!), e la tenacia di un Di Pietrantonio nonostante tutto. Ebbene lui ha avuto ragione e gli altri critici e curatori no, ma dei loro nomi non si ricorda più nessuno. RA

    • Lorenzo Marras

      insomma Ago stringi stringi stai dicendo : è ora di fare volare veramente gli stracci. E cosi’ o non è cosi?
      oh è quello che io , a grandi linee , ho compreso o ..fra-inteso , decidi tu.
      Non vedo poi perche’ invocare coraggio verso chi ha fatto del proprio ruolo niente di piu’ che un comune orticello in cui pragmaticamente seminare e raccogliere la propria ortaglia. Uno se il coraggio non lo ha non è che se lo puo’ fabbricare a gettone o peggio ancora indorare attraverso l’esibizione di una mera esteriorita’.
      La questione vera è che il gruzzolo diviene sempre piu’ piccolo e tutti si agitano non gia’ per darsi una mossa ma peggio, per conservarsi.
      Tra il mondo che si crede fuori c è una straordinaria assonanza.

      • Roberto Ago

        Sì Lorenzo hai ragione, anch’io tendo a un moderato pessimismo. Il coraggio non ce lo si da e la capacità critica nemmeno. Personalmente ritengo la questione Italia difficilmente risolvibile, a meno di non intervenire in fase di formazione e degli artisti, e della critica. Perché non è vero che arte e critica non si possono insegnare. Comunque sia scambiare quattro idee ogni tanto non può che essere utile. Devo dire che molti commentatori di Artribune sanno ragionare assai meglio di tanti critici e curatori di professione. Peccato questo format così dispersivo… Ma ora mi avvio al grande match, ciao a tutti RA

  • Roberto Ago

    scusate mi si è mozzata la frase. Era così: …viene lecito domandarsi: <>

  • Roberto Ago

    Capito!: E CHI LI HA SELEZIONATI E TIRATI SU’? sti commenti…

  • pietro c.

    Il dibattito filosofico mensionato da Coliandro si riferisce a quello tra New realism e Post-moderno,
    il termine viene mantenuto in inglese dagli stessi italiani (Ferraris) dimostrando quanto quest’operazione sia provinciale (si usa l’inglese per dimostrare una cerata vicinanza alla scuola analitica anglosassone), in più l’uso della parola “new” dimostra come questo apparato teorico più che essere un superamento del post-moderno ne è semmai un proseguo, lo stesso Ferraris era un accanito post-modernista con tanta voglia di emrgegere e di avere il suo spazio sotto i riflettori. In sostanza si cerca di limitare il campo di azione interpretativa del soggetto, o meglio si cerca di andare contro l’interpretazione riagganciandosi a certi autori analitici. Ora l’operazione dimostra più he altro l’incapacita di certi autori di elaborare un pensiero realmente superante il post-moderno, anzi come dicevo prima il new-realism è un proseguo del post-moderno con un interesse maggiore verso certi filosofi analitici molto in voga degli anni 70. Credo che ci
    siano delle grosse analogie con quello che sta succedendo oggi nell’arte contemporanea in Italia.
    l’accettare la realtà così come ci appare e l’adeguamento ad essa erano i presupposti del pensiero cartesiano che a sua volta sta alla base del pensiero capitalista.

  • @ Roberto Ago: Tutto giusto. Mi sento di aggiungere che un po’ più di consapevolezza da parte degli artisti non guasterebbe. Dovremmo impegnarci tutti a fondo per innalzare il livello del confronto. Il valore dello studio e dell’applicazione intellettuale è sempre ampiamente sottovalutato. Il bagaglio culturale di molti artisti è spesso essenziale, quando non addirittura ridotto. Ciò favorisce una troppo rigida divisione di ruoli (artista-critico-gallerista…) che è funzionale alla sopravvivenza delle diverse professionalità, ma a volte tende a impoverire il versante creativo. Artisti malleabili e percorsi improvvisati hanno spesso la meglio sul rigore metodologico e sulla ricerca seria e meditata. Da parte della critica sarebbe auspicabile una maggiore disposizione all’ascolto e al dialogo. Da parte degli artisti un moto d’orgoglio che possa emanciparli dalla condizione di pura maestranza.

    @Pietro: Anche se l’orizzonte filosofico prospettato non ci fa impazzire, dobbiamo tener conto delle osservazioni di Ferraris, che nella maggior parte dei casi sono banali constatazioni, ma non per questo sono meno efficaci nel descrivere lo spirito dei nostri tempi. La sfida è coniugare le istanze di verità e di realismo con le inalienabili esigenze di libertà, di immaginazione e di desiderio, che hanno sempre prediletto forme espressive non oggettive.

    • pietro c.

      Credo che Ferraris sia il risultato del pupulismo generato dal post-moderno, lo stesso che ha generato Berlusconi e il Trota… si credo che purtroppo bisogna intendere la filosofia di Ferraris come populista.
      Facile da comprendere e banale, hai mai ascoltato una sua lecture?…imbarazzante, come lo è la Biscotti quando spiega il suo lavoretto di Manifesta.
      Ora non mi voglio dilungare in diatribe filosofiche perchè non ne è questa la sede ma chi è Ferraris fuori dall’Italia?

      • Credo che Ferraris troverebbe singolare questa accusa! A sentir lui il nuovo realismo nascerebbe proprio per contrapporsi al populismo mediatico generato dal primato tipicamente postmoderno delle interpretazioni sopra i fatti e dal superamento del mito dell’oggettività, che a suo parere non avrebbe avuto gli esiti emancipativi profetizzati dai sostenitori del pensiero debole. Cerchiamo di non ridurre sempre tutto, secondo il perfetto stereotipo dell’italiano ossessionato dal calcio, al tifo per l’una o l’altra squadra. Non è importante tenere per Vattimo o per Ferraris ma seguire con interesse il dibattito per capire dove può condurre. Come ho già avuto modo di sostenere in questo commentario, il realismo negativo di Eco mi sembra un equilibrato compromesso.

        • pietro c.

          Ferraris infatti può credere quello che vuole.. anche di avere ragione ragione. Il punto è capire che significa realismo oggi, come si fa a pensare che Biscotti, Arena ecc… producano opere realiste. A me sembra che al contrario loro interpretino la realtà attraverso la storia(cioè attraverso l’interpretazione). Siamo ben lontani dal realismo e forse anche da quello di Ferraris.
          Semmai si può riscontrare un certo naturalismo specialmente nell’uso dei materiali. In effetti il realismo viene spesso confuso con il naturalismo.
          Specifico questo perchè credo che parlare di realismo sia fuorviante.

          • pietro c.

            e aggiungo che invece bisogna prendere una posizione, non basta seguire il dibattito!

  • franco

    E’ la prima volta che leggo un’articolo interessante.Grazie.

  • la risposta alla domanda finale è in una sorta di pop art più intima. rimando alla presentazione di opening sul whitehouse.