L’architettura e la verità. Parla Pierluigi Nicolin

È uscito a fine maggio l’ultimo libro di Pierluigi Nicolin, architetto, docente al Politecnico di Milano e storico direttore di Lotus International. Il volume è il quinto della collana edita in partnership fra Quodlibet e Abitare. E mentre si attende la pubblicazione nella medesima serie degli scritti di Jeff Wall, abbiamo posto qualche domanda all’architetto.

Pierluigi Nicolin

Parliamo di metodo: il suo è dichiaratamente “analitico o intenzionale”, “metodo d’invenzione”. Cosa significa? È il medesimo che applica nel confezionamento di Lotus International, rivista che dirige sin da l 1978?
L’idea di metodo d’invenzione viene dalla logica di Port-Royal, la stessa che ha influenzato Cartesio e Pascal per intenderci, che si contrapponeva ai catechismi per difendere la libertà di ricerca. Mi piace pensare di esserne un erede nel campo della ricerca architettonica, anche perché non mi sono mai piaciuti i catechismi architettonici. Nella rivista l’invenzione consiste nell’arte di mettere insieme contributi di altri a partire da un “progetto”.

Nel saggio che apre il volume (La verità nascosta dell’architettura) e che riecheggia il titolo del libro (La verità in architettura), lei parla di un “pragmatismo estetico” che origina dalla tradizione artigianale italiana. Qual è la frizione che si crea con l’approccio “artistico” al lavoro architettonico che contraddistingue molti architetti nostrani?
Il pragmatismo estetico è un’idea ricorrente nella cultura italiana si trova anche nel Cortegiano di Baldassar Castiglione, il libro che ha insegnato all’Europa come comportarsi a corte. Intendo dire che gli italiani non sono dei metafisici, ma piuttosto sono legati alle cose, alla storia, alla manualità artigiana se vogliamo, e molti architetti – da Ignazio Gardella a Carlo Scarpa fino a Umberto Riva, o Renzo Piano – sono eredi di questa specifica tradizione.

Pierluigi Nicolin - La verità in architettura. Il pensiero di un’altra modernità

Invertiamo i termini della questione. Lei ha scritto pagine dense sull’architettura museale e il loro rapporto con il sublime e la sublimazione. Come interpreta l’opera di Zaha Hadid per il Maxxi? Fa segno verso una secolarizzazione à la Renzo Piano o piuttosto verso la ricostituzione dell’aura che lei intravede in Tadao Ando?
Né l’una né l’altra. Ritengo che la vicenda del museo MAXXI della Hadid sia stato un infortunio, un’operazione narcisistica portata avanti da una classe dirigente che allora era in cerca di un edificio iconico che oggi non si farebbe più così com’è.

Parliamo di urbanistica: come limitare il fenomeno dello sprawl senza sfigurare i centri storici? C’è una soluzione che possa mettere d’accordo chi vuole che l’Italia diventi un presepe e chi denuncia l’abuso del territorio che deriva dall’opposizione alla densità metropolitana?
Il pragmatismo estetico dovrebbe portarci a superare la contrapposizione fra i due estremi del centro storico come museo, da un lato, e del territorio come sprawl, dall’altro. In altre parole, dovremmo perseguire l’arte dell’insediamento urbano, ovvero continuare a fare la città, posto che ancora ci ricordiamo come si fa.

Zaha Hadid - MAXXI

Strettamente collegato a questo discorso c’è quello relativo al paesaggio. Lei ha coniato un neologismo, ‘verdolatria’…
Se pensiamo al paesaggio italiano, viene subito in mente il termine di ‘antropo-paesaggio’, che esprime l’intreccio indissolubile fra l’azione umana (come l’agricoltura) e la natura. La verdolatria attuale invece per me è il culto di un dio straniero, perché gli italiani per storia e tradizione sono abituati a mescolare minerale e vegetale, artificiale e naturale… Così come gli italiani sono incapaci di far le periferie, così non sanno vivere e apprezzare la wilderness, nozione che è sottesa al culto del verde ecc., perché credo che la verdolatria sia una promessa inadeguata per le nostre aspirazioni.

Si fa un gran parlare ultimamente di ‘beni comuni’, anche grazie al fortunato libretto di Ugo Mattei. Quale contributo può fornire l’architettura e l’urbanistica al dibattito?
Ancora una volta dovremmo considerare meglio la nostra storia: ad esempio, noi non abbiamo avuto la fase degli enclosures acts, mi riferisco alla recinzione dei terreni comuni (terre demaniali) a favore dei proprietari terrieri avvenuta in Inghilterra tra il XVII e il XIX secolo, che svantaggiava i piccoli proprietari. In Italia invece abbiamo la grande tradizione delle aree demaniali, che è una grande risorsa ben al di là delle militanze d’accatto. Se andiamo in Trentino, troveremo boschi gestiti in un certo modo da molto tempo… Credo sia frutto del francescanesimo, che rende possibile un’idea positiva di povertà: utilizzare senza possedere. Il recente saggio di Giorgio Agamben, Altissima povertà, parla appunto di questo.

David Chipperfield Architects - Hepworth Gallery

Biennale di Architettura 2012. Come s’immagina la direzione di Chipperfield? Come avrebbe impostato il Padiglione Italia, affidato con ritardo inaudito a Luca Zevi?
Immagino quella come una Biennale senza infamia e senza lode, ma sono pronto a cambiare opinione e spero anzi di rimanerne sorpreso. Quanto al Padiglione italiano, bisogna fare gli auguri a Luca Zevi che, come al solito, ha poco tempo. Cosa farei? Lo farei “da architetto”, cercando di rimediare a quella desolante insufficienza delle ultime edizioni, che purtroppo non hanno dato lustro all’architettura italiana neanche dal punto di vista dell’allestimento. Forse dipende dal modo i cui le nomine vengono decise a Roma, perché penso che se il curatore fosse scelto dalla Biennale stessa allora anche il Padiglione italiano sarebbe migliore, ma questoè un lungo discorso.

Un capitolo del suo libro s’intitola Ricostruzioni. A suo avviso, con quale approccio occorre intervenire nelle zone colpite dal sisma in Emilia-Romagna?
Mi ha divertito molto l’articolo di Luigi Prestinenza Puglisi su La Lettura del Corriere della Sera uscito domenica scorsa [17 giugno 2012, N.d.R.]: per una volta sono completamente d’accordo con lui! Dire che bisogna evitare l’effetto mummia, come scrive lui, ma invece perseguire una ricostruzione critica, chiamare per davvero gli architetti migliori e non i soliti mestieranti ecc. Insomma, sono parole di buon senso che non posso non condividere.

Marco Enrico Giacomelli

Pierluigi Nicolin – La verità in architettura. Il pensiero di un’altra modernità
Quodlibet-Abitare, Macerata-Milano 2012
Pagg. 216, € 18
ISBN 9788874623044
www.quodlibet.it

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • mario

    ma è il padre della Paola Nicolin?