L’Aquila e nuvole

Poco più di tre anni fa, L’Aquila veniva disastrata da un terremoto che – come sostiene il geologo Mario Tozzi – “in altri Paesi avrebbe fatto spazzolare la polvere dalle spalle”. A tre anni di distanza, un altro sisma – anch’esso assai poco devastante se si adottassero le dovute cautele – ha squassato l’Emilia Romagna. Ne abbiamo parlato con Tomaso Montanari.

L'Aquila, una chiesa distrutta dopo il terremoto del 2009

Cos’è successo a L’Aquila in quel non lontano 6 aprile 2009, è inutile che ve lo raccontiamo. Ci preme di più di parlare di quello che sta succedendo, a livello di immaginario locale e collettivo. Riprendiamo perciò un’intervista pubblicata dal giornale MU6 a Tomaso Montanari, professore associato di Storia dell’arte moderna all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, e cogliamo l’occasione per fargli ancora alcune domande sul terremoto che sta affliggendo l’Emilia Romagna, chiedendogli di raccontarci qual è la posta in gioco. Dal punto di vista dello storico dell’arte.

Sei stato di recente in visita a L’Aquila: c’è una immagine che porti particolarmente nel cuore?
Sì, le nuvole del bellissimo cielo d’Abruzzo, che passano veloci e mutevolissime. Ma viste dalla crociera del Duomo, ancora scoperchiato dopo tre anni. Il bianco candidissimo si stagliava su un azzurro assoluto: meraviglioso. Ma tragicissimo vederlo incorniciato da marmi, stucchi, angeli e altari devastati

Nei tuoi recenti articoli su Il Fatto Quotidiano hai spesso definito L’Aquila “il futuro dell’Italia“. Perché?
Perché è come se all’Aquila fosse successo in un colpo solo (e dunque in modo visibile, svelandosi) ciò che lentamente succede a Venezia, a Urbino, a Siena o alla mia Firenze. In queste città, i cittadini si spostano progressivamente in sobborghi degradati e degradanti, prigionieri del cemento, mentre i centri monumentali divengono, giorno dopo giorno, set cinematografici a beneficio del desertificante turismo di massa. Ebbene: all’Aquila tutto ciò è successo di colpo. E l’attuale rapporto fra new town e centro storico è la metafora più concreta dello smarrimento dell’identità. Una specie di alzheimer collettivo: ma assai redditizio per qualcuno.

I danni del terremoto in Emilia Romagna

Perché salvare un centro storico è fondamentale, quando la posta in gioco sono la memoria e la vita collettiva?
Perché la forma della città è la forma della cittadinanza, della comunità, del progetto di nazione. Lasciar morire il centro dell’Aquila non significa distruggere il passato, ma distruggere il futuro. Cosa saremo quando ignoreremo radicalmente da dove veniamo?

Quale dev’essere il ruolo dello storico dell’arte, confrontandosi con L’Aquila?
Per uno storico dell’arte, l’Aquila è un brusco richiamo alla realtà. Come si fa a pensare agli eventi, alla storia dell’arte come intrattenimento per i ricchi, alle mostre e alla mondanità di una disciplina in vendita, quando si vede L’Aquila? La storia dell’arte è, in un certo senso, un organo costituzionale, perché senza di essa l’articolo 9 non si attua. Ma ce lo ricordiamo? All’Aquila diventa evidente che la vera vocazione dello storico dell’arte non è estetizzante, privata, rinunciataria: ma civile, pubblica, costruttiva. La storia dell’arte deve servire a costruire moralmente e culturalmente la nazione italiana: o non serve a nulla.

Tomaso Montanari

Alla luce della cronaca delle ultime settimane, L’Aquila e l’Emilia hanno qualcosa in comune? O come possono dialogare?
Hanno in comune che non si tratta “solo” di fatalità. È l’assenza di manutenzione, o la manutenzione sbagliata (per esempio quella che ha inserito il cemento armato in strutture storiche), che ha condannato gli edifici storici in entrambe le situazioni. E hanno anche in comune che la stragrande maggioranza degli italiani scopre dell’esistenza di questo patrimonio “minore” (minore rispetto alla top ten del patrimonio: Firenze, Venezia, Roma, Pompei ecc.) solo quando si distrugge. Bisogna invertire la tendenza con una campagna di educazione nazionale al patrimonio diffuso.

Se parliamo dei beni culturali, gli abbattimenti ipotizzati sono a tuo parere proprio inevitabili?
L’eutanasia è l’estrema ratio. Ma condivido la preoccupazione di Pier Luigi Cervellati: bisogna valutare caso per caso, per quanto possibile con pareri terzi e a mente fredda.

Duomo - Finale Emilia

Sempre parlando di beni culturali, se guardi a questa nuova tragedia ripensando a L’Aquila, cosa speri che non succederà?
Spero che non succeda che in Emilia non finisca come all’Aquila: con la fortuna di pochi costruttori in cemento e con la doppia rapina di chi prima si vede portar via la casa nel centro storico dal sisma, e poi si vede piazzato in orride non-città di cemento che fanno guadagnare qualcuno. Bisogna ricostruire subito, dov’era e com’era. Magari secondo criteri antisismici…

Santa Nastro

www.rivistamu6.it

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.