Collezioni vive. Beatrice Merz e il nuovo Rivoli

Non conosce sosta la via crucis del Castello di Rivoli. Soprattutto perché i segnali sono contrastanti. Da un lato l’aumento dei visitatori e il bilancio in attivo, dall’altro un direttore (Andrea Bellini) che lascia per il CAC di Ginevra e Davide Scabin, chef del Combal.zero, in partenza anche lui in direzione Milano. Intanto Beatrice Merz ha rivoluzionato tutti e tre i piani del museo dedicati alla collezione. Che è tutt’altro che permanente. Ce la racconta in questa intervista, mentre stasera c’è l’inaugurazione ufficiale, insieme alla presentazione della Summer School e il relativo party.

Beatrice Merz

Da quanto tempo la collezione non veniva riallestita?
Quando siamo arrivati Bellini ed io, due anni e mezzo fa, era ferma da tempo. Da allora sono intervenuta tre volte e mezzo. La prima volta, con Tutto è connesso 1, sono stati riallestiti due piani; Tutto è connesso 2 ha riguardato solo alcune sale, dove sono state esposte le nuove acquisizioni.  Quindi è stato smontato tutto per ospitare la mostra sull’Arte Povera, che però si può considerare almeno in parte un lavoro sulla collezione; e adesso abbiamo ribaltato tutto un’altra volta.

Ora però sei intervenuta su tutti e tre i piani del museo.
Sì, si tratta dell’intervento più forte, più importante.

Qual è il progetto curatoriale sotteso a Oltre il muro?
Da un lato ci sono dei concetti allestitivi, dall’altro dei concetti più tematici.

Sedie chiesastiche per osservare i pretini di Mario Giacomelli, mentre di lato ci sono due scatti di Nan Goldin

Cominciamo dall’allestimento.
Ho limitato il numero di sale dedicate a un unico artista. Mettere più artisti in un’unica sala non avveniva in passato a Rivoli. In questo caso ho invece voluto giocare con le opere. L’accostamento di diversi artisti nello stesso spazio è un invito al visitatore, al quale si chiede di creare un proprio libero percorso mentale attraverso i confronti, che talora sono arditi, come nel caso di Mario Giacomelli e Nan Goldin.

Veniamo allora al tema.
Oltre il muro è un titolo che può abbracciare moltissime tematiche, dal sociale al politico, dalla dimensione interiore, a quella della pratica artistica. Andare oltre il muro può significare “andare oltre una tradizione”, quella pittorica ad esempio. Tutti questi approcci partono dal punto di vista dell’artista e della sua sensibilità. Io ho cercato di individuare nelle opere e negli artisti questa idea dell’andare oltre, del passare avanti, magari denunciando, ma con il loro pensiero, non con il mio.

Da sinistra Anna Pironti, Marzia Migliora, Beatrice Merz

Questo invito all’autonomia del visitatore mi pare perfettamente in linea col metodo di lavoro del vostro Dipartimento Educazione…
Un museo è costituito da tante anime.  Queste devono circolare: non sono, non devono essere altrettanti compartimenti chiusi, stagni. Per me la collezione del museo è il cardine intorno al quale ruotano i “dipartimenti”, e il Dipartimento Educazione – che è quello che vive a stretto contatto con il visitatore -, avendo un rapporto diretto con l’allestimento della collezione, ne trae materiale attivo su cui lavorare.

Come hai lavorato per scegliere gli artisti da esporre?
Il nostro patrimonio è enorme. Anche in questo caso ci sono due livelli: da una parte si tratta di cercare quella precisa opera dell’artista che più si avvicina alla tematica: sbaragliare o analizzare i confini. Dall’altra ho cercato opere che, coerenti con il tema dell’allestimento, fossero state finora poco viste.

Fra queste includi anche le acquisizioni recenti?
Sono praticamente tutte esposte.

Il G8 di Genova secondo Francesco Arena

Siamo passati dall’allestimento cronologico a quello tematico (la Tate Modern è stata pioniera in ciò). Qui mi pare che si faccia un passo ulteriore. Quali prospettive intravedi nell’esposizione al pubblico delle collezioni museali?
L’ordinamento monografico ha avuto vita breve. Perché il visitatore che arriva al museo si aspetta in molti casi quelle opere, quel “filone”. Rivoli, ad esempio, viene identificato come il museo dell’Arte Povera. Riallestendo la collezione mi sono posta la domanda: la tolgo tutta oppure no? Ma toglierla completamente avrebbe significato andare contro l’esigenza del visitatore, italiano o straniero, che viene a Rivoli per la prima volta e vuole vedere Penone, Pistoletto ecc., perché sa che qui li può trovare e in altri musei no. L’identità del museo va mantenuta, e mantenendola si deve riuscire ad andare oltre.

Una collezione dev’essere viva…
La ricerca è continua, la collezione non è qualcosa di statico, che serve a far vedere il passato. Paradossalmente, la collezione dovrebbe essere una finestra che permette di vedere la direzione in cui si sta andando. I musei devono mantenere un equilibrio fra l’identità del luogo e la prospettiva sulle tendenze artistiche.

Quindi un po’ di Arte Povera…
L’ho “spalmata” nelle varie sale, e ho cercato opere che entrassero in dialogo col tema.

Opere poco viste?
Purtroppo o per fortuna, ultimamente si è vista tanta Arte Povera!

Impareggiabile Kounellis

Una sala è interamente dedicata a Kounellis. A proposito di identità del museo: cosa ne pensi della dichiarazione proprio di Kounellis, quando disse che avrebbe ritirato le sue opere se fosse stato mandato via Cicelyn dal Madre? Cosa succede all’identità di un museo quando coincide con quella del suo direttore? Pregi e difetti di situazioni simili.
Sono più difetti che pregi. È giusto che un direttore al suo arrivo dia la propria impostazione, ma non può durare in eterno. Il contemporaneo è un fluire continuo, e per alcuni anni si può seguire questo cambiamento, e magari anche accompagnare il museo in questo flusso, mantenendo l’identità dalla quale si è partiti. Ma a un certo punto prevale inevitabilmente la componente identitaria su quella tendenziale. Finché hai obiettivi precisi, magari di costruzione (è il caso, ad esempio, di Gabriella Belli, che ha fatto il Mart), la continuità è positiva, poi la cosa migliore è portare altrove le proprie potenzialità.
Per tornare alla “polemica” da cui siamo partiti: secondo me Kounellis in quel caso intendeva difendere il museo e la sua stabilità, piuttosto che il Madre o il suo direttore. Poi è ovvio e anche giusto che si instauri un rapporto fra artista e direttore.

Torniamo a Rivoli: raccontaci il progetto di Marzia Migliora.
Il progetto si riallaccia al discorso che facevamo sulle funzioni museali e il rapporto con il visitatore. Che sono poi tematiche che Marzia ha sempre affrontato. Spesso al Castello di Rivoli è stata mossa la critica di avere uno scarso rapporto con il territorio. Riflettendo su questo, le ho chiesto di lavorare in modo che il museo non fosse percepito come qualcosa di asettico, ma la casa di tutti. È la questione del rapporto fra pubblico e privato. Torniamo così al tema del muro: quello fra pubblico e privato – come dicevo – ma anche quello del museo percepito come ostacolo. Ricordiamoci che il castello è arroccato. Guarda dall’alto e sprigiona un’aura aristocratica che va superata. Per questo le poltrone che Marzia ha raccolto e che provengono da abitazioni private fungono da tramite fra casa e museo.

Marzia Migliora nella sala che ospita il suo Pier Paolo Pasolini 2009

Quanto è costato il riallestimento della collezione?
La collezione ha un budget dedicato di 250mila euro l’anno. Budget che serve per la manutenzione, la conservazione, l’assicurazione, la schedatura, i depositi… Insomma, tutto quel che serve per mantenere l’insieme. Dallo stesso budget provengono le risorse utilizzate per i riallestimenti.

Quindi non è stato necessario trovare sponsor per questa operazione?
No, l’unico aiuto è quello dell’Ambasciata Israeliana per l’allestimento dell’opera di Michal Rovner.

E il progetto di Marzia Migliora?
A parte il fatto che ha avuto un costo veramente irrisorio, rientra anch’esso nel budget della collezione.

Parliamo ancora di soldi: cosa ne pensi della battuta di Gianluigi Ricuperati su Il Sole 24 Ore, ovvero vendere un Cattelan per finanziarsi?
Rispondo anche come presidente Amaci: in primo luogo, si tratta di beni inalienabili; in secondo luogo, stiamo parlando di un patrimonio culturale; in terzo luogo, è un patrimonio economico pubblico, cioè di tutti. Se vendi un’opera, incassi del denaro, che magari usi per mandare avanti il museo, e quando è finito non ti resta nemmeno l’opera, ovvero il patrimonio. Cos’hai concluso? Perdi un potere contrattuale non solo nei confronti degli altri musei e del mercato, ma anche e soprattutto nel rapporto con gli artisti. Se viene a mancare la fiducia dell’artista nei confronti del museo, che si impegna a conservarne ed esporne l’opera, si minano le fondamenta stesse del museo.
Una collezione privata si può permettere di fare un ragionamento del genere, ma non una collezione pubblica. Perché quelle opere non sono del museo, sono di tutti, della collettività. I musei devono trovare (e ci stanno riuscendo) nuove strade per sostenere economicamente i propri singoli progetti. Parlando del Castello di Rivoli, è noto che la mostra di Schütte è completamente autofinanziata, e così sarà per La storia che non ho vissuto, mostra curata da Marcella Beccaria che aprirà il 15 settembre. Sarà interamente sponsorizzata dagli Amici Sostenitori del Museo.

Il cavallo di Cattelan osserva la Porta di Brandeburgo immortalata da Helmut Newton

Una critica che si fa spesso al Castello di Rivoli e alla GAM è di non valorizzare a sufficienza i “giovani” del territorio. Cosa rispondi?
Sceglierli in base alla moda o al politically correct è assolutamente inutile. Sempre. L’appartenenza a un territorio non può essere il criterio in base al quale si sceglie un artista. Rischia di essere una discriminazione! Al contrario, occorre adoperarsi per facilitare la conoscenza dei “nostri” artisti fuori dalle mura di casa, così come le istituzioni dovrebbero non solo sostenere la conservazione del patrimonio, ma anche la sua diffusione internazionale.

Ornaghi ha dato segni di vita dopo la richiesta di un incontro da parte dell’Amaci?
Per ora nulla di ufficiale…

La domanda di chiusura è di stretta attualità: dal 1° luglio sarai l’unica direttrice del Castello di Rivoli, visto che Andrea Bellini passa al CAC di Ginevra. Osservazioni?
La miglior cosa è continuare a fare serenamente il proprio lavoro.

Marco Enrico Giacomelli

www.castellodirivoli.org

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.