Cinque italiani all’Havana

Raffaele Gavarro, curatore del Padiglione Italiano alla Biennale dell’Havana, ci racconta la sua mostra in un’intervista a tutto campo, raccolta sul luogo. Un progetto che è cambiato tante volte, metamorfico e in progress. Per dimostrare che l’arte sta andando “oltre la forma”.

Italiani a Cuba

Da dove nasce il progetto della mostra che hai curato all’Havana?
L’etica prima della forma è un tema su cui lavoro da quasi due anni. Sto scrivendo un libro che ha lo stesso titolo, accompagnato dal sottotitolo “l’arte può cambiare il mondo”. Ho iniziato a lavorare su questo progetto dopo l’uscita del mio libro precedente, Oltre l’estetica, perché scriverlo mi aveva portato a pormi una serie di problemi sulla possibile sostituzione dell’idea di estetica. Mi domandavo: se non c’è più l’estetica, cosa eventualmente la sostituisce? L’etica mi è sembrata una risposta. Volevo cercare di capire in che modo effettivamente si potesse distinguere l’arte con una vocazione etica dall’arte politica, dall’arte sociale, dall’arte pubblica, che pure la comprendono.

Poi Jorge Fernández ti ha chiamato per il padiglione italiano…
Sì,  quando Jorge mi ha chiesto di partecipare alla Biennale con un progetto – lui aveva letto Oltre l’estetica e aveva visto la mia mostra Il Caos a Venezia – abbiamo fatto lunghe discussioni, sia di persona che via e-mail su questo tema. Lui ha sostenuto da subito la mia idea. Inizialmente il progetto era più grande, ma per ragioni economiche, pratiche e organizzative ho dovuto ridurla, anche perché non avevamo a disposizione degli spazi in grado di ospitare una mostra più grande. Però mi piacerebbe riprendere questa mostra in Italia, portarla in un museo e ampliarla con un numero di artisti maggiore. Ho scelto degli artisti che avessero caratteristiche e modalità, sia linguistiche che operative, molto differenti tra loro perché non volevo che questa idea di “arte etica” fosse letta come una modalità univoca di approccio all’arte.

Raffaele Gavarro

In che modo l’arte è cambiata, in questo suo passaggio dall’estetica all’etica?
Se negli Anni Ottanta si comprava arte – non solo come bene fisico ma anche intellettuale (il “consumo” dell’arte) – perché questa in qualche modo rendeva la vita più piacevole, perché decorava l’ambiente, e negli Anni Novanta invece si utilizzava l’arte per relazionarsi, oggi l’arte viene usata per capire meglio, in modo più consapevole, il mondo. L’arte, in questo senso, non può che essere etica, lo è per necessità.

La mostra è molto cambiata rispetto al tuo progetto iniziale…
Sì, la genesi della mostra è stata molto complicata, ci sono stati cambi di direzione continui. Innanzitutto io ero partito dall’idea di fare una residenza, ma quando l’ho proposto mi hanno fatto notare che qui a Cuba avrebbero voluto sapere da prima tutto quello che gli artisti avrebbero fatto. Questa cosa era pressoché impossibile. Allora ho proposto una soluzione alternativa: portare dei lavori dall’Italia e poi in qualche modo espanderli, seguendo le suggestioni offerte dal luogo.

Quindi avete trascorso comunque un periodo di residenza all’Havana…
Sì, tranne Marinella Senatore, che non è potuta essere qui con noi per ragioni molto lontane dalla sua e dalla nostra volontà, gli altri artisti sono arrivati qui circa venti giorni prima dell’apertura della mostra. Per tutti noi era la prima volta qui a Cuba e abbiamo utilizzato questo tempo per conoscerla e iniziare a orientarci.

Giuseppe Stampone

C’è stato anche un cambio di spazio espositivo. Questo ha influito sul risultato finale?
Sì, è così. Lo spazio che ci era stato assegnato inizialmente era la Casa Guayasamin, all’Havana vecchia, ma poi c’è stato un cambio di location. Ci siamo trovati in una situazione molto degradata in Centro Havana, di fronte al Teatro America, in una strada molto trafficata – nel “cuore nero” dell’Havana come dice Fernández – e quindi la mostra ha subito un’accelerazione verso situazioni che se fossimo stati alla Casa Guayasamin non avremmo vissuto.

Parlaci un po’ delle opere. Come si sono “evolute” un volta arrivate a Cuba?
Ognuno degli artisti si è relazionato in modo diverso con il luogo e con la situazione. Giuseppe Stampone, ad esempio, ha realizzato un intervento che ha radicalmente modificato la sua idea iniziale. Lui aveva progettato di affiggere dei manifesti in giro per la città – il progetto Saluti dall’Aquila – per poi fotografarli e lasciare che in qualche modo diventassero un virus in grado di propagarsi nel tessuto urbano. Purtroppo l’affissione per le strade c’è stata vietata e come alternativa ci è stato proposto di mettere i manifesti nelle sedi delle istituzioni culturali, che sono 84 in tutta la città. Ci sembrava però che questa soluzione non rendesse giustizia al progetto e quindi Giuseppe ha cambiato direzione, realizzando un progetto incentrato su un oggetto tipico dell’Havana: il ciclotaxi. Un mezzo di trasporto molto usato dai turisti – e anche da noi – per spostarsi e visitare la città.

Sul ciclotaxi

Non deve essere stato facile trovarne uno…
Trovarlo e comprarlo è stata un’impresa, perché qui comprare e vendere un oggetto più grande di una giacca è molto complicato. Ma anche grazie all’aiuto dello staff del Centro Wifredo Lam, ci siamo riusciti. Abbiamo trovato il ciclotaxi, l’abbiamo portato in galleria e Giuseppe l’ha messo vicino al muro, come se fosse parcheggiato. Da lì è iniziato il suo lavoro. Ha affittato un altro ciclotaxi, con un guidatore, e si è fatto portare in giro per la città scattando fotografie. Quindi ha disegnato una mappa sulla parete della galleria, individuando i luoghi in cui era stato. Attraverso tutta una serie di immagini, tratte del suo repertorio e scattate qui, ha ricreato una sorta di apparato iconografico della città.

La sfida di Flavio Favelli invece è stata trovare una cancellata…
Anche Flavio ha girato molto per la città, cercando oggetti. In particolare, voleva trovare una cancellata, ma nessuno voleva vendergliela perché qui il ferro è molto prezioso. All’Havana non viene buttato quasi nulla, non esistono sfasciacarrozze e robivecchi, tutto viene riutilizzato. Siamo comunque riusciti a comprare un pezzo di cancello, e a partire da quello Flavio ha elaborato un lavoro per lui del tutto nuovo, utilizzando i simboli della bandiera cubana e altri elementi iconografici dell’isola, grattandoli su delle lattine e su una sedia.
Anche Piero Mottola ha lavorato intensamente sul luogo, girando tutta la città, fino al mare, e persino infilandosi nelle case. Ha registrato centocinquanta campioni di suoni e rumori relativi a situazioni urbane e di interni, poi li ha processati con un software che ha elaborato. Questo programma rigenera i suoni e crea delle sequenze che sono ricombinazioni sempre differenti. Nelle cinque scatole nere, dei piccoli monoliti enigmatici, c’è tutta Cuba.

Le lattine di Favelli

Il progetto di Valerio Rocco Orlando è una continuazione di un lavoro iniziato a Roma. Come si è sviluppato qui?
Valerio Rocco Orlando ha portato avanti il suo lavoro sull’educazione iniziato a Roma (Quale educazione per Marte), un progetto realizzato nelle scuole romane e composto da interviste agli studenti. Qui Valerio è riuscito, dopo un lungo e faticoso procedimento di richiesta di permessi, a intervistare dei ragazzi dell’ISA, l’Istituto Superiore delle Arti, che è un campus dove c’è tutta l’elite artistica cubana. In più, ha fatto un lavoro fotografico sul Primo Maggio, seguendo un gruppo di studenti che hanno un ruolo importante nella manifestazione.

Sei soddisfatto del risultato finale?
Sì, il progetto si è rivelato significativo più di quanto mi aspettassi. Non è tanto importante il fatto di aver fatto una mostra italiana alla Biennale dell’Havana, quanto aver dimostrato che l’idea di partenza, quella di mettere la questione etica davanti alla forma – una questione non tanto di contenuti ma di rapporto con il mondo – qui sia diventata una possibilità applicativa molto reale, nonostante le tante difficoltà. Il diario che abbiamo fatto su Facebook e che abbiamo aggiornato per tutto il periodo del nostro soggiorno contiene la prova, continua e tangibile, del fatto che stavamo lavorando su quello che era a tutti gli effetti il cuore della mostra.

Valentina Tanni

www.bienalhabana.cult.cu

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.