Tweetology n. 10: the city & the City

Si chiude il ciclo tweetologico, dopo una decina di interventi. Qui vedrete dibattere a distanza Gadda e Ballard. Con qualche rumore di sottofondo tutt’altro che disturbante.

Dhalgren - adattamento teatrale

“The Hill Valley town square scenes were shot at Courthouse Square, located in the Universal Studios back lot (WikiMiniAtlas34°08′29″N 118°20′59″W / 34.141417°N 118.349771°W / 34.141417; -118.349771). Bob Gale explained it would have been impossible to shoot on location ‘because no city is going to let a film crew remodel their town to look like it’s in the 1950s.’ The filmmakers ‘decided to shoot all the ‘50s stuff first, and make the town look real beautiful and wonderful. Then we would just totally trash it down and make it all bleak and ugly for the 1980s scenes’.” (dalla voce Back to the Future di Wikipedia)

“Già in quer palazzo der ducentodicinnove nun ce staveno che signori grossi: quarche famija der generone: ma soprattutto signori novi de commercio, de quelli che un po’ d’anni avanti li chiamaveno ancora pescicani.
E il palazzo, poi, la gente der popolo lo chiamaveno er palazzo dell’oro. Perché tutto er casamento insino ar tetto era come imbottito de quer metallo. Drento poi, c’ereno du scale, A e B, co sei piani e co dodici inquilini cadauna, due per piano. Ma il trionfo più granne era su la scala A, piano terzo, dove che ce steveno de qua li Balducci ch’ereno signori co li fiocchi pure loro, e in faccia a li Balducci ce steva na signora, na contessa, che teneva nu sacco ‘e solde pure essa, na vedova: la signora Menecacci: che a cacciaje na mano in quarziasi posto ne veniva fori oro, perle, diamanti: tutta la robba più de valore che ce sia. E fogli da mille come farfalle: perché a tenelli a la banca nun se sa mai: quanno meno te l’aspetti po pijà foco. Sicché, ciaveva er commò cor doppio fonno.” (Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1957)


“Laing si appoggiò al parapetto, rabbrividendo piacevolmente nella tenuta sportiva. Si riparò gli occhi dalle forti correnti d’aria che sorgevano dalla facciata del grattacielo. Il grappolo formato dai tetti dell’auditorium, dalle curve delle banchine stradali e dai rettilinei dei muri divisori costituiva un’affascinante miscellanea di geometrie… Più che un’architettura abitativa, rifletteva, sembrava il diagramma inconscio di un misterioso accadimento psichico.” (J. G. Ballard, Condominio, 1975)

“Insurrezione, irruzione nell’urbano come luogo della riproduzione e del codice – a questo livello, non è più il rapporto di forze che conta, perché i segni non puntano sulla forza, ma sulla differenza, ed è quindi con la differenza che bisogna attaccare – smantellare la rete dei codici, delle differenze codificate mediante la differenza assoluta, non-codificabile, sulla quale il sistema viene a cozzare e a disfarsi. Per questo, non c’è bisogno di masse organizzate, né d’una chiara coscienza politica. Basta un migliaio di giovani armati di markers e di bombole di vernice per ingarbugliare la segnaletica urbana, per disfare l’ordine dei segni. I graffiti che ricoprono tutti i piani della metropolitana di New York come i cecoslovacchi cambiavano i nomi delle strade di Praga per sviare i russi: medesima guerriglia.” (Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, 1976)

Samuel R. Delany

“Il palazzo dell’Oro, o dei pescicani che fusse, era là: cinque piani, più il mezzanino. Intignazzato e grigio. A giudicare da quel tetro alloggio, e dalla coorte delle finestre, gli squali dovevano essere una miriade: pescecanucoli di stomaco ardente, quest’è certo, ma di facile contentatura estetica. Vivendo sott’acqua d’appetito e di sensazioni fagiche in genere, il grigiore o certa opalescenza superna del giorno era luce, per loro: quel po’ di luce di cui avevano necessità. Quanto all’oro, be’, sì, poteva darsi benissimo ciavesse l’oro e l’argento. Una di quelle grandi case dei primi del secolo che t’infondono, solo a vederle, senso d’uggia e di canarinizzata contrizione: be’, il contrapposto netto del color di Roma, del cielo e del fulgido sole di Roma. Ingravallo, si può dire, la conosceva col cuore: e difatti un lieve batticuore lo prese, ad avvicinare coi due agenti la ben nota architettura, investito di tanta e tanto risolutiva autorità.” (Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana)

“Naturalmente, come il ginecologo ben sapeva, quella messa in scena non aveva alcun significato. A un solo passo dal cerchio di luce dei candelieri, i sacchi di spazzatura erano accatastati alle pareti in sei file sovrapposte. Fuori di lì, i corridoi e le scale erano pieni di mobili rotti e barricate fatte di lavatrici e freezer. Le colonne degli ascensori erano diventate i nuovi scivoli per i rifiuti. Nessuno dei venti ascensori dello stabile funzionava più, e le colonne erano piene di avanzi di cucina e carcasse di cani. Un’ultima, declinante sembianza di ordine sociale sopravviveva solo agli ultimi tre piani, che costituivano l’unica unità tribale rimasta nel grattacielo. Il solo errore commesso da Royal e Pangbourne era stato appunto quello di presumere che sotto di loro sarebbe sempre sopravvissuta una qualche forma di organizzazione della società, da sfruttare e dominare. Stavano invece entrando in una nuova era, quella dell’assenza di ogni struttura sociale. I clan si erano dissolti, dando luogo a piccoli gruppi di assassini e ai cacciatori solitari che costruivano trappole antiuomo negli appartamenti abbandonati, o depredavano gli incauti che si facevano trovare negli atri davanti agli ascensori, ormai sempre deserti.” (J. G. Ballard, Condominio, 1975)

Casa McFly

“Samuel R. Delany’s Dhalgren is—like Moby-Dick, Naked Lunch, or “Chocolate Rain”—an essential monument both to, and of, American craziness. It doesn’t just document our craziness, it documents our craziness crazily: 800 epic pages of gorgeous, profound, clumsy, rambling, violent, randy, visionary, goofy, postapocalyptic sci-fi prose poetry. The book is set in Bellona, a middle-American city struggling in the aftermath of an unspecified cataclysm. Phones and TVs are out; electricity is spotty; money is obsolete. Riots and fires have cut the population down to a thousand. Gangsters roam the streets hidden inside menacing holograms of dragons and griffins and giant praying mantises. The paper arrives every morning bearing arbitrary dates: 1837, 1984, 2022. Buildings burn, then repair themselves, then burn again. The smoke clears, occasionally, to reveal celestial impossibilities: two moons, a giant swollen sun. To top it off, this craziness trickles down to us through the consciousness of a character who is, himself, very likely crazy: a disoriented outsider who arrives in Bellona with no memory of his name, wearing only one sandal, and who proceeds to spend most of his time either having graphic sex with fellow refugees or writing inscrutable poems in a notebook—a notebook that also happens to contain actual passages of Dhalgren itself.” (Sam Anderson su Samuel R. Delany, Dhalgren, 1975, “New York Times”, 28 marzo 2010)

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).