Tattiche di depistaggio e deserto del reale

MK è una delle poche realtà della scena coreografica capace di pensare la danza come pratica dello scarto. “Il giro del mondo in 80 giorni”, l’ultimo progetto spettacolare della formazione romana, conferma la tensione ad abitare la scena innescando tattiche di depistaggio delle attese, dei modelli culturali dominanti, degli impianti teorici condivisi.

MK - Gabriele Zanon

Se ne Il giro del mondo in 80 giorni di MK il richiamo all’omonimo romanzo d’avventura di Jules Verne è esplicito, l’esilio della dimensione d’avventura favolosa non potrebbe essere più evidente. Lasciati sulla porta riferimenti diretti a quel viaggio-per-scommessa ottocentesco centrato su distanze da colmare, è spinta, in primo piano, la premeditazione riconoscibile nel racconto (per il consumo) della più persuasiva di tutte le industrie, quella turistica.
Se l’analogia fra turista e danzatore è per MK e il coreografo Michele di Stefano un interrogativo ostinato sin da Tourism (2006), ne Il giro del mondo – presentato nel programma Tempo di Vita al Palladium di Roma dalla Fondazione Romaeuropa – l’indagine sulla presenza corporea, sul movimento e sulla sostanza sonora diventa un affondo dichiaratamente politico, una messa in discussione delle organizzazioni consolidate del corpo, del riconoscimento identitario sistemato nella costruzione (pseudo)culturale dell’altro. Pacchetti all inclusive inscritti nelle mappature territoriali del sotto-controllo imbrigliano i tragitti corpografici dentro maglie condizionate da (pre)supposti saperi. Non è forse vero che il viaggiatore contemporaneo si muove, per lo più, per vedere confermato il piacere del già-conosciuto?

MK - Il giro del mondo in 80 giorni - photo Andrea Macchia

Denudare i comportamenti del turista come agente di un percorso di conoscenza “socialmente” assistito, significa costruire relazioni fisiche che disturbano la meccanica dell’appartenenza, e quindi scardinare i sistemi del corpo radicati nella cultura coreutica. È innegabile d’altra parte che quello di MK è un danzatore che rifiuta programmaticamente di abbandonarsi alla propria competenza, che rende ambivalente la propria evidenza e allena la presenza alla percezione più che alla forma.
Il giro del mondo di MK svela il volto di una geografia (scenica) affatto pacificata, tutta centrata sul legame fra visualità e alterità, ovvero sulla funzione che i saperi e gli immaginari correnti rivestono nella produzione delle differenze. I performer sono immersi in una crudezza notturna e in una grana atmosferica spessa. La scena letteralmente suda e sfuoca presenze e oggetti. Fumogeni neri, polveri, vaporizzazioni acquoree, fredde luci piovono dall’alto, bagnano e marcano climaticamente le traiettorie esplorate, mentre bordoni sonori immersivi inquietano le dimensioni geometriche dello spazio. L’occhio e l’orecchio dello spettatore sono spinti continuamente a negoziare la propria credenza nella realtà della rappresentazione.

MK - Il giro del mondo in 80 giorni - photo Andrea Macchia

I corpi che abitano questo cupo-spazio-vuoto sono percorsi da una conduttività irriducibile. Un complesso sistema dinamico è organizzato sulla percezione della reciproca distanza. Le presenze sono annegate nel mistero della funzionalità di un movimento internamente contraddittorio, ma fluido. Tutto braccia e gambe, fuori asse. Ora connesso alla gravità del suolo, ora assoggettato a un forza che spinge in fuori le ginocchia e i gomiti. Ora in diagonale con un andamento sbilenco, teso in senso centrifugo. Sui lati. O troppo avanti o troppo indietro.
Quello marcato dai performer è uno spaesamento – tra qui e altrove (là o dietro? Forse di lato?) – sempre accanto, contro, presso o con un (altro) corpo. Si riconosce una resa all’incontro/scontro con l’altro. Una tensione attrattiva costruita nella disposizione al corpo a corpo. Anche quando, Biagio Caravano, maglietta arancione e calzoncini da running neri, danza da solo – semicelato da una coltre fumosa – trama qualcosa da scambiare.

MK - Il giro del mondo in 80 giorni - photo Andrea Macchia

Questo cuore di tenebra non è scalfito dalla caustica ironia di oggetti-cliché (post)coloniali, impaginati a demarcare la distanza tra l’Occidente e i suoi altri. Un’improvvisata gonnellina awaiana, grossi trench verde-cacciatore, pantaloni da safari havana, un paltò di finta pelle, tenute sportiva ultra-I.Tech, la tenda da camping biposto. Due flûte di benvenuto – immancabili tanto nei Club più esclusivi che nei pacchetti Groupon – brindano per una sola persona. Una pianta da interno è attaccata (e trainata) su uno skateboard metropolitano (mancato accordo con una natura anche solo immaginata?). Centinaia di palline bianche di gomma dura entrano di colpo da un angolo buio. Il Golf, lo sport dalla blasonata etichetta, praticato in un campo aperto organizzato, qui stende un orto minato. La bandiera della Repubblica Democratica del Congo diventa una stola da spiaggia. Writing back come WARNING! Si capisce che c’è qualcosa di quel «tocco di conformismo turistico», di cui parla Edward Said a proposito di Chateaubriand che giunto in Egitto, in chiusura del suo Itinéraire, «non potendo contemplare le piramidi se non da lontano, si prende la briga di mandare là un emissario con l’ordine di lasciare scritto sulla pietra il suo nome».

MK - Il giro del mondo in 80 giorni - photo Andrea Macchia

Ma c’è di più. Lo intuiamo quando Philippe Barbut tiene fermo con leggerezza il polso di Laura Scarpini che disattivato, rimane sospeso come un oggetto, mentre il resto del corpo, compromesso nell’autonomia continua a schizzare linee di fuga. È evidente nella sequenza che scimmiotta la sottomissione inferta dal predatore occidentale – con tanto di cerbottana – all’animale/indigeno. Se la battuta di caccia si chiude con la ieratica fierezza del conquistatore che celebra la propria occupazione installandosi – in piedi – sopra il corpo (dell’altro) schiacciato a terra, poco tempo passa prima di ritrovarlo capo-volto, sospeso da un piede sul fondo. Su questa linea riconosciamo Passepartout, il cameriere francese dell’aristocratico Phileas Fogg, in Haithem Dhifallah, un tunisino che fa irruzioni sgangherate in scena, calzoncini neri e petto nudo. Dice cose in francese profetizzando un mondo divenuto gigantesco Resort. La sua è la lingua del business e dell’ufficialità che gli è stata insegnata a scuola. Oltre a queste parole, lo spettacolo è percorso dall’audio di testi-proclami in inglese e francese. Si parla delle forme del terreno, e della loro influenza nelle definizione delle tattiche di guerra, o ancora di certe strane pratiche della via quotidiana, o ancora di nomi che raccontano (forse) una toponomastica inventata. Sono infiltrati nel tessuto sonoro di Lorenzo Bianchi, come quando in un paese straniero si è in quell’ottundimento felice di non capire e di non poter essere capiti.

MK - Il giro del mondo in 80 giorni - photo Andrea Macchia

Che questo giro del mondo – senza muoversi da un posto – ci parli di una sotterranea conflittualità economica, sociale e culturale si riverbera anche nel suo formato aperto. A ogni replica, infatti, un numero intercambiabile di artisti (tra gli altri la coreografa Cristina Rizzo e lo stesso Di Stefano) è invitato ad abitare e a depistare la struttura, l’ambiente e lo sviluppo coreografico. A Roma, oltre ai performer storici di MK sono in scena anche Roberta Mosca e David Kern, due danzatori della compagnia di William Forsythe. È la messa in gioco di una moltitudine che include la figura dell’intruso come elemento destabilizzatore dei processi di composizione. Kern in particolare sembra un’analfabeta del corpo (non è simulazione!). Non si vede mai bene in volto. Muove solo le mani, come stesse gesticolando per accompagnare un discorso poco persuasivo. È fisso sulle gambe. Altissimo.
Nel percorrere le traiettorie di questo territorio opaco e accidentato, emerge via via, per antifrasi, un’idea di “lontano” che coincide con l’immagine da tour operator di un altrove esotizzato a forza, in cui travelling cultures e consumo turistico si ascrivono al mito, falsamente egualitario, dell’integrazione a tutti i costi dell’estraneo e del diverso. È dunque chiaro che il gesto fondamentale di questo giro del mondo composto per habitat estemporanei, soggetto a cambiamenti climatici, non è spostare lo sguardo, ma farlo staccare da dentro gli apparati ideologico-discorsivi dominanti, quelli del corpo e della danza, del turista e del paesaggio.

Piersandra Di Matteo

80jours.org
romaeuropa.net/palladium.html

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Piersandra Di Matteo
Teorico di teatro contemporaneo e curatore indipendente nel campo delle performing arts. Svolge attività di ricerca al Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna. Sperimentatrice di formati ibridi tra performance e produzione editoriale, ha realizzato progetti performative writing. Dal 2008 è Dramaturg di Romeo Castellucci. Vincitrice del Premio Ubu come “Miglior progetto artistico-organizzativo” per E la volpe disse al corvo. Corso di Linguistica Generale (Bologna, gennaio-maggio 2014).
  • Jonny

    Grande pezzo! Ho visto lo spettacolo e non avrei potuto immaginare una lettura più lucida. Thanks