Sulla scena internazionale

L’Amaci continua a chiedere insistentemente un incontro con le più alte cariche istituzionali. E intanto ci sono musei come il Maxxi che vengono manipolati nella più bieca tradizione politico-burocratica italiana. Fortunatamente ci sono però altri sbocchi.

Marcello Maloberti - I am the Happiness of the World - 2012 - performance al Frankfurter Kunstverein - photo Norbert Miguletz

L’Amaci sta sviluppando la ricerca di partner internazionali. Non solo per scambi dal punto di vista scientifico sulla gestione museale, ma anche per aprire le singole realtà a collaborazioni finalmente concrete e stabili. Il nodo dei rapporti, degli scambi e delle coproduzioni per i musei italiani rimane critico. Sia per quanto riguarda la possibilità organizzativa di mettere insieme delle partnership che per la difficoltà di pianificare una programmazione pluriennale. Questa spesso da noi non può andare oltre l’annualità, mentre all’estero i programmi coprono i 2-3 anni a venire. Inoltre in Italia mancano le strutture e le persone che possano essere dedicate a questa attività, che richiede tempo e investimenti. Insomma, scontiamo il fatto che per la maggior parte i nostri musei sono piccoli, con poco personale e con budget risicati: spesso non ci sono nemmeno collezioni attraenti e dunque scambiabili.
Cosa stiamo facendo come Amaci? Stiamo portando avanti una serie d’incontri con le altre associazioni europee che hanno similarità di scopi e di strutture consociate. I DCA francesi sono stati il nostro primo interlocutore e a Torino abbiamo avuto, durante Artissima, un paio di giornate di incontri per presentare vicendevolmente i musei e valutare la possibilità di operatività comuni. Il prossimo incontro è fissato per la primavera a Parigi, dove già fu organizzato nel 2009 il primissimo incontro. È in programma poi in maggio, a Merano e Bolzano, un incontro con l’associazione delle Kunstverein, molto numerose e fondamentali nel sistema tedesco.

Veduta panoramica del Palais de Tokyo di Parigi

C’interessa sviluppare il tema della governance, perché dai modelli stranieri spesso c’è molto da imparare in termini di efficienza. Loro hanno strutture omologate. I francesi invece sono abbastanza eterogenei come possiamo esserlo noi. Nell’associazione DCA, finanziata dal Ministero delle Cultura e non autofinanziata come la nostra, si va da grandi istituzioni come il Palais de Tokyo (20mila mq) ad alcune realtà di provincia con superfici espositive di alcune centinaia di mq. Ma sono un sistema compatto e questo è importante, riconosciuto anche dal governo centrale e delle regioni. Le Kunstverein sono una forma di mecenatismo che mette insieme l’impegno di privati appassionati d’arte, che si tassano per creare strutture espositive e di produzione culturale su cui far convergere anche finanziamenti. Sono un centinaio in Germania, sono il tessuto connettivo dell’arte contemporanea; affiancate alle Kunsthalle e ai musei statali, sono una realtà diffusa e capillare certamente da invidiare.
Insomma, l’Amaci esce dal guscio: a Torino presso la GAM è nato anche un protocollo di verifiche dei rapporti reciproci a cui speriamo tutti i musei possono attingere per sviluppare anche degli scambi diretti.

Valerio Dehò

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #5

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