L’Arte torna Arte. Ed espande il suo circuito

Dalla tribuna del David ai baffi di Duchamp. Oltre 40 opere di 32 artisti contemporanei invadono i locali della Galleria dell’Accademia a Firenze. In anteprima su Artribune, un’intervista alla direttrice Franca Falletti. Mentre le porte si apriranno al pubblico domani 8 maggio.

Ketty La Rocca - David - 1973 - coll. privata - photo Rabatti & Domingie, Firenze

Inaugura oggi alla Galleria dell’Accademia di Firenze Arte torna Arte. L’ambizioso progetto ha portato, diffuse in tutti i locali della Galleria, le opere di 32 artisti fra i più rappresentativi della contemporaneità, creando un dialogo teso a infrangere ogni barriera storica o disciplinare. La lista degli autori coinvolti è di altissimo rilievo, basti considerare che i suoi estremi – nel semplice ordinamento alfabetico – rispondono ai nomi di Francis Bacon e Andy Warhol.
Il titolo deriva da un’espressione di Luciano Fabro, che già nel 2004 aveva partecipato alla mostra Forme per il David. Con Arte torna Arte la Galleria dell’Accademia tenta di spingere fino alle sue estreme conseguenze quell’originale esperimento, confermando una pratica curatoriale che negli ultimi anni sta sempre più prendendo piede. Artribune ne ha parlato con Franca Falletti, direttrice della Galleria dal 1989 e curatrice della mostra assieme a Bruno Corà e Daria Filardo.

 

Michelangelo Pistoletto - Sacra conversazione (Anselmo, Zorio, Penone) - 1962-74 - Biella, Cittadellarte - photo Paolo Pellion

Arte torna Arte: perché questo titolo e, soprattutto, perché Luciano Fabro?
Per due motivi. Innanzitutto perché la mostra è un omaggio a un grande artista, scomparso recentemente, e anche abbastanza dimenticato, in un certo senso. E poi perché Fabro impersona perfettamente l’idea che volevamo comunicare attraverso questa mostra. Il fatto cioè che l’arte affonda le sue radici nel passato, uscendone però sempre come qualcosa di nuovo e diverso. Non siamo interessati a un’arte che recuperi la tradizione in un modo passivo, retrogrado o conservatore, ma vogliamo dimostrare come anche le espressioni d’arte più innovative derivino comunque, in qualche modo, da forme o iconografie del passato.

Non è il primo progetto di questo tipo, alla Galleria dell’Accademia.
Certo, prima c’era stato Forme per il David, e poi le personali di Mapplethorpe e Bill Viola. Specie nei primi due casi, il centro d’irradiazione era il David, ma qui il progetto è più esteso, e vuole coinvolgere la Galleria intera, portando il dialogo in tutti i suoi spazi.

Sol LeWitt - Study After Piero - 1958 - photo R.J. Phil

Vi sono degli esempi, o predecessori, per questo tipo di lavoro?
Devo dire che quando, nel 2004, si fece Forme per il David, era piuttosto una novità. Da quel momento in poi molte altre gallerie europee hanno proposto progetti simili, impostati in vario modo (penso al Prado, ma anche al Louvre, che ormai ha una tradizione consolidata in questo senso). In Italia, tra i musei statali che portano avanti questo discorso il primo fu senza dubbio Capodimonte (già dagli Anni Settanta), poi la Galleria Borghese di Roma e noi.

Come si lega con l’impegno didattico della vostra istituzione?
Noi siamo figli dell’Accademia, e la nostra collezione esiste proprio per insegnare ai nuovi artisti il loro mestiere: quando la Galleria è nata, aveva una collezione di opere del passato, ma anche opere di artisti contemporanei (del Sette-Ottocento). Proporre queste mostre, quindi, è per noi come portare avanti una tradizione. Ecco perché io credo fortemente in progetti come quello di Hans Peter Feldmann, che coinvolge direttamente gli allievi dell’Accademia di Belle Arti. Nell’ultima settimana, dalle vetrate del bookshop, i nostri visitatori hanno potuto vederli al lavoro, intenti a dipingere una copia in scala reale del David che sarà parte della mostra.

Ketty La Rocca - Monumento Demidoff - coll. privata - photo Rabatti & Domingie, Firenze

In che rapporto si vuol porre questo progetto nei confronti della storia dell’arte?
Io – e anche i miei colleghi – crediamo che le fratture che si sono create nella storia dell’arte, queste divisioni temporali che portano a distinguere i musei di arte antica da quelli di arte contemporanea (o anche l’archeologia dall’arte antica), non abbiano senso alcuno. Ma specie nel concetto delle persone comuni, questa divisione è ancora troppo viva. In noi c’è quindi l’intento di sottolineare la continuità della storia dell’arte, e questa mostra ne vuole essere la prova.

Ci può dire qualcosa sui rapporti con le altre istituzioni, in particolare per il reperimento delle opere?
Come sempre, quando si fa una mostra, ci sono anche molti prestatori privati e collezionisti, oltre ai musei. Per noi, forse, c’è stata un poco di difficoltà in più, perché non è questo il nostro ambito di specializzazione. E un problema ancora maggiore, di cui mi sono resa conto solo durante la preparazione di questa mostra, è che i prestiti fra le istituzioni funzionano per reciprocità, e se sull’antico il Polo Museale Fiorentino è una risorsa quasi inesauribile e ricercatissima, sul contemporaneo abbiamo ben poco con cui ricambiare.

Yves Klein - L'esclave de Michel-Ange, S20 - 1962 - coll. privata

Nemmeno scambiando il contemporaneo con l’antico?
Nemmeno. Perché per ora solo i musei di arte antica hanno iniziato a inglobare anche il contemporaneo: molto poco il contrario. L’arte contemporanea fa un po’ muraglia a sé, devo dire… Gli artisti sono certo più sensibili, e sono sempre felicissimi di esporre accanto al David, ma i grandi musei contemporanei preferiscono nettamente restare all’interno del loro circuito. Un circuito un po’ troppo chiuso.

Due parole sul catalogo.
È un catalogo molto tradizionale, curato da Daria Filardo e Aldo Iori, con schede delle singole opere e un ricco apparato critico. È la prima volta che non curo il catalogo per una mostra alla Galleria e quindi non posso aggiungere molto, ma su questo argomento vorrei fare comunque un’osservazione: quello che indubbiamente il contemporaneo dovrebbe imparare dall’antico è una maggiore scientificità. Molto spesso, nei cataloghi di arte contemporanea si lavora con grande velocità e molta poca attenzione. Un modo di lavorare più scientifico e filologico dovrebbe transitare dal mondo dell’arte classica a quello dell’arte contemporanea: quindi una bibliografia (fatta come si deve…), misure e materiali delle opere non dovrebbero mai mancare.

Luciano Fabro - Il giudizio di Paride - 1979 - Eindhoven, Van Abbemuseum - photo Peter Cox, Eindhoven

Considerata la grande complessità filosofica del progetto, come cercherete di rapportarvi con il visitatore comune?
In primo luogo, come sempre, abbiamo cercato di offrire ai visitatori tutti i sussidi possibili: a parte il catalogo e un’aggiunta ad hoc all’audioguida, diamo la possibilità di scaricare le informazioni sull’iPhone, tramite QR code. Ma anche per chi rifiuti tutto questo, abbiamo preparato una serie di pannelli con didascalie delle opere e un breve commento sotto a ognuna. Questo perché io non sono assolutamente dell’idea che l’arte contemporanea non debba essere spiegata. Anzi, il fatto di non spiegare l’arte, per me, è solo un modo per esercitare un potere. È un fatto soprattutto politico: affinché le persone pensino di trovarsi di fronte a un mistero che può essere svelato solo da alcuni critici illuminati. Credo che anche questa sia una causa della disaffezione del pubblico italiano all’arte contemporanea, che non ci viene presentata con la dovuta semplicità, con quella naturalezza che ci permetterebbe di riconoscerla come parte integrante della nostra vita.

Simone Rebora

Firenze // fino al 4 novembre 2012
Arte torna Arte
a cura di Bruno Corà, Franca Falletti, Daria Filardo
Catalogo Giunti
GALLERIA DELL’ACCADEMIA
Via Ricasoli 58
055 2388612
[email protected]
www.unannoadarte.it/arte-torna-arte.html

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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.