La strage come tragedia greca

Ennesima prova di cinematografia civile, il “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana ha fatto molto discutere. Anche perché è andato a sollecitare responsabilità spesso taciute da politica, media e storici.

Marco Tullio Giordana - Romanzo di una strage

Forse è sempre esistito, forse è una figura senza tempo, anche lui: un tipo psico-socio-logico al pari del rivoluzionario, dell’utopista, del condottiero o dell’operaio. Si tratta del cospiratore, del tessitore di complotti, di colui che crea piani eversivi e agisce nell’ombra cercando di indirizzare la Storia e, al tempo stesso, di dissolversi in essa.
Se esistesse “davvero”, sarebbe una forma possibile di concrezione umana, simile a un eroe negativo. Uno che spesso riesce a cambiare le epoche, nel bene e nel male. Giuda, Bruto, Jago. Figure così. Ma anche servizi segreti deviati, pezzi dello Stato fuori controllo, volti anonimi mossi da ideologie e follia. Spesso è difficile credere all’esistenza di un “tipo umano” così fatto. Preferiamo pensarlo come un “accidente della storia”, anche se poi dovessimo scoprire che si ripete e moltiplica uguale a se stesso in diversi tempi e luoghi. Spesso preferiamo pensare che gli eventi più influenti sulle sorti del globo siano troppo “significativi” per esser frutto di un “semplice” complotto, di un disegno pensato da poche anime mosse da interessi personali, ideali visionari o pura follia. Ci fa stare più tranquilli pensare che tutto abbia una spiegazione ufficiale e razionale, sulla quale poter costruire la nostra vita civile di elettori, cittadini e lavoratori.
Così ci affezioniamo alle versioni ufficiali fornite dai media. In questo senso, la strage di Piazza Fontana, avvenuta alle 16,37 del 12 dicembre 1969, è una pietra di paragone, un case history. Su di esso si concentra l’attenzione dell’ennesimo capitolo di quella “cinematografia civile” alla quale ci ha abituati Marco Tullio Giordana.

Marco Tullio Giordana - Romanzo di una strage

Già autore de I cento passi e La meglio gioventù, Giordana ha il pregio di definire con pazienza e lucidità un’ipotesi possibile, ingegnosa e verosimile. Il suo sguardo s’interessa alle vite dei due protagonisti, Pinelli e Calabresi, che vengono quasi trasfigurati, come in una tragedia greca, in due forze contrapposte. Usando un cinema dai toni morbidi e spesso umanizzanti, ne mostra il lato intimo: la passione per la libertà e per la pace del primo (interpretato da un intenso Pierluigi Favino) e la dedizione al nobile compito di difensore dell’ordine del secondo (a cui Valerio Mastandrea presta un volto à la Clooney).
A dispetto delle polemiche alimentate dai media, Giordana fa un film su una strage che dista da noi molte ideologie fa. Non dovendo più dimostrare il torto e la ragione, poiché il muro è caduto e la guerra fredda è cambiata, Giordana può analizzare il movimento delle infiltrazioni sistematiche da parte dei servizi dello Stato (alcuni deviati), avvenute negli Anni Settanta dentro i gruppi di estrema sinistra e di anarchici. Riflettendo sul rapporto tra il male attivo e la politica, il regista illustra come il conservatorismo dei cospiratori abbia ostacolato l’eversivismo giovanile e utopico, a sua volta strumento di un altro piano eterodiretto e teso a fare dell’Italia una possibile provincia sovietica.

Siamo disposti ad ammettere il folle, da Nerone a Hitler, come una figura storica che perpetra il male “per accidente”, perché è schiavo della sua patologia. Ma il cospiratore, l’uomo che agisce dietro le quinte occultando il proprio operato e facendolo passare come opera altrui, è ancora una figura che gli storici tendono a ignorare; e non soltanto gli storici, come prova il fatto terribile e paradossale delle spese processuali accollate dalla sentenza ai parenti delle vittime (e soltanto nell’ultimo grado di giudizio saldate dal Governo). Un atto che da solo griderebbe vendetta, ma che, non esistendo, “i cospiratori” non dovranno pagare.

Nicola Davide Angerame

Marco Tullio Giordana – Romanzo di una strage
Italia / 2012 / 129’

  • Angelov

    Nel primo film sonoro della storia del cinema: L’Age d’Or, il regista Louis Bunuel, anche se nel linguaggio arcano ed esoterico del surrealismo, accenna ad un ruolo segreto del protagonista, che avrebbe come missione, quella di far accadere cose inimmaginabili. Così almeno io lo ho interpretato.
    Del resto la “maschera” delle versioni ufficiali degli avvenimenti, che hanno sconvolto il mondo, è diventata riconoscibile a prima vista; più difficile è lo scoprire il vero volto che vi si nasconde dietro, di volta in volta.
    E’ un argomento molto intrigante, ma che rimanda al mistero stesso della vita umana, che non potrà mai essere completamente dipanato, forse per il rischio che qualcosa di molto vitale possa rimanerne irrimediabilmente intaccato.

  • Tommaso Capecchi

    Credo che sentire il bisogno di fare un film su quella vicenda nel 2012 non è da trattare sull’ onda della “leggerezza imparziale”, soprattutto oggi. Penso che si legga bene una necessità da parte di chi lo ha prodotto e per chi lo ha prodotto, che tradisce la realtà ed il rapporto con le cose che il Paese viveva in quegli anni. La fotografia è sempre la stessa del regista, il suono è curato benissimo ed anche il montaggio, che già cede ad una narrazione per dire altro da se, è buono, ma senza approfondire i mezzi veri dell’ espressione, non penso che Marco Tullio Giordana (per quanto sia un regista che a me non piace ma rispetto) abbia pensato tanto ad una struttura narrativa per raccontare fatti, tosto per patinarli e rendere il sottotesto molto più commestibile al disattentissimo spettatore di oggi e alieno da quella realtà, avvicinandola ad un contemporaneo che (in buona parte) vive problemi sociali di intensità simili ( per cause identiche…?). Il vero messaggio soggiacente a tutto il film mi sembra molto chiaro; gli organi pubblici, posti come garanti e gestori di un ordine sociale, non saranno mai soppiantati o minimamente scalfiti dal popolo che soffre e dal quale essi prendono i frutti e anzi, li dovrà santificare. Lo dice chiaramente la pellicola, se la confrontiamo al nostro quotidiano: siamo in una direzione che è ancor più che un “ritorno all’ ordine”, un ancien regime del ‘800 …